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L’attentato a Kabul e la capacità dell’ISIS di riorganizzarsi

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Ottanta morti e più di duecento persone rimaste ferite nell’attentato a Kabul – 23 Luglio 2016

La chiamano già l’Estate del terrore, e il perché è sotto gli occhi di tutti noi. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a molteplici attentati perpetrati da uomini che hanno diversi legami con l’organizzazione del sedicente Stato Islamico, e purtroppo dovremo ancora fare i conti con questa realtà per un periodo che non si prospetta affatto di breve durata.

Il 23 Luglio a Kabul c’è stato un grave attentato rivendicato dagli uomini dell’ISIS attraverso Amaq, l’agenzia di comunicazione del califfato. L’attacco ha causato ottanta morti e duecentotrentuno feriti, numeri riferiti da Mohammad Ismail Kawousi, portavoce del Ministero della Sanità afghano. Si tratta di una delle peggiori stragi nella capitale dell’Afghanistan e la prima dell’Isis in città. Due kamikaze si sarebbero fatti saltare in aria azionando delle cinture esplosive nel quartiere Deh Mazang, in mezzo ad una folla composta in maggioranza da uomini e donne appartenenti alla minoranza degli Hazara, popolazione sciita di lingua persiana, che vive principalmente nell’Afghanistan centrale, in una Regione montuosa chiamata Hazarajat. La storia di questa etnia è segnata dalle numerose persecuzioni che ha subito in passato da parte della maggioranza sunnita, in particolare dai pashtun alla fine dell’Ottocento e dai talebani nel 2001. Oggi costituisce solo il 9% della popolazione afghana.

La folla si era radunata per quella che è stata chiamata la marcia della luce, una manifestazione pacifica contro il progetto di una nuova linea elettrica che coinvolge l’Afghanistan ma che esclude la provincia di Bamyan, abitata prevalentemente dall’etnia degli Hazara. Questo progetto si chiama TUTAP (acronimo dei Paesi coinvolti, ovvero Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan, Afghanistan e Pakistan) ed è sostenuto dalla Asian Development Bank. Questa non è stata la prima protesta degli Hazara contro le modifiche attuate dal governo afghano nel percorso per la nuova linea elettrica. Nel maggio di quest’anno la minoranza sciita aveva già manifestato nelle strade di Kabul, e il tutto si è concluso in modo pacifico, nonostante il clima fosse teso e si temessero azioni violente. Questo perché una manifestazione precedente, svoltasi nel novembre 2015, in conseguenza all’uccisione di uomini appartenenti all’etnia Hazara compiuta dai miliziani talebani, si era conclusa con il tentativo dei manifestanti di scavalcare i muri che circondano il palazzo presidenziale di Kabul.

Ed è proprio su queste divisioni interne, e più in generale sulla divisione tra sunniti e sciiti che l’ISIS vuole premere, al fine di alimentare tensioni già presenti nei paesi in cui vuole espandersi. E nonostante il pericolo di nuovi scontri tra sunniti e sciiti che questo attacco potrebbe provocare, a causa dei già gravi conflitti etnici che caratterizzano l’Afghanistan, le dichiarazioni del portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid fanno tirare un sospiro di sollievo. Egli infatti ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’attacco, e in un comunicato ha sostenuto che l’attentato <<è una cospirazione di chi vuole la divisione del popolo afghano>>. Anche il presidente dell’Afghanistan Ashraf Ghani, condannando i fatti accaduti, ha dichiarato che <<terroristi opportunisti si sono infiltrati fra i dimostranti per compiere attentati che hanno portato al martirio di numerosi cittadini e membri delle forze di sicurezza>>. Egli ha firmato un decreto in base al quale la Piazza Deh Mazang, sarà ribattezzata Piazza dei Martiri. Importanti anche le dichiarazioni di Mohammad Javad Zarif, ministro degli esteri della Repubblica islamica dell’Iran che ha condannato l’attentato e ha scritto su twitter “sciiti e sunniti sono entrambi vittime e devono unirsi per sconfiggere gli estremisti”.

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Nonostante lo Stato Islamico sembri trovarsi in difficoltà, la sua capacità di riorganizzarsi rimane quanto mai pericolosa

È evidente che ci sia stato un cambio di strategia da parte di Daesh, proprio mentre sta attraversando un momento di forte difficoltà. Infatti negli ultimi diciotto mesi ha perso un quarto del territorio occupato, e proprio in questi giorni, dopo un assedio durato più di due mesi, le truppe delle Forze democratiche siriane (SDF), milizie arabe e curde sostenute dagli USA, sono entrate nella città di Manbij, occupando un importante nodo stradale. La battaglia che si sta verificando è controversa e pare stia producendo moltissime vittime civili, anche a causa dei raid aerei americani, ma è anche il palese sintomo della lenta ma inesorabile retrocessione dell’ISIS, che presto si dovrà ritirare da una città che è stata un punto chiave per il transito dei foreign fighters da quando lo Stato Islamico l’aveva conquistata nel 2014. Altro esempio eclatante è la riconquista da parte dell’esercito iracheno della città di Falluja avvenuta a fine Giugno, la prima che cadde sotto il controllo dei militari dell’ISIS nel 2014.

Insomma, nonostante si parli sempre più spesso dell’imminente fine dello Stato Islamico, a causa della difficoltà che quest’ultimo sta attraversando al suo interno, è evidente che la sua capacità di riorganizzarsi è quanto mai forte e pericolosa. L’ampliamento della sfera di influenza degli jihādisti continua senza sosta e si dimostra sempre più capace di insidiarsi nei punti deboli dei Paesi, amplificando divisioni già presenti. La rete che hanno creato è molto più ampia dei suoi confini, coinvolge uomini e donne in tutto il mondo, e agisce con modalità sempre differenti e quindi più difficili da prevedere e da contrastare. Il reporter di guerra francese Nicolas Henin – che è stato ostaggio dell’ISIS per dieci mesi a partire dal Giugno 2013 – dichiarò che quest’ultimo <<approfitta di ogni reazione esagerata, di ogni segno di divisione, di paura>>.

E forse l’unità nazionale potrebbe davvero essere l’unica arma vincente contro la strategia del terrore.

 

 


 

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About Giulia Menegaldo

COLLABORATRICE | Nata in Provincia di Treviso, laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive a Bologna dove è iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Coltiva anche le passioni per la letteratura, l'arte, il cinema e la musica. Dal 2013 è iscritta al Partito Democratico e partecipa alle attività del direttivo del piccolo Comune dove è cresciuta.

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