ISS024-E-014263 (11 Sept. 2010) --- NASA astronaut Tracy Caldwell Dyson, Expedition 24 flight engineer, looks through a window in the Cupola of the International Space Station. A blue and white part of Earth and the blackness of space are visible through the windows.

Quando lasciammo la Terra

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Il 21 Luglio è stato l’anniversario della missione Apollo 11, la prima ad aver mai portato un essere umano a camminare sulla superficie della Luna. Arrivare al nostro satellite non è stata un’operazione semplice; come spesso si dice, <<Space is Hard>>. Dopo quarantasette anni da quel traguardo non viviamo più una vera e propria corsa allo spazio, ma è proprio in questi momenti storicamente simbolici che è importante dare uno sguardo allo stato dell’arte dell’esplorazione spaziale. Dalla Luna forse ci sembrerà di non aver più intrapreso grosse e ambiziose missioni: ci limitiamo a mandare sonde in giro per il sistema solare, ma le persone finiscono al massimo in orbita nella stazione spaziale internazionale (l’ISS), un luogo relativamente comodo e vicino da raggiungere. Nulla di impegnativo come la Luna. Perché, ad esempio, non siamo ancora arrivati su Marte? Perché non siamo andati subito poco dopo, già negli Anni ‘70, su quel pianeta che sembra il passo logico successivo?

 

 

I motivi sono di varia natura, specialmente economica e tecnologica. I budget della NASA sono notevolmente diminuiti, se confrontati con quelli degli anni della corsa allo spazio. Ma ci mancano anche le competenze e le conoscenze indispensabile per una missione che rappresenta un ordine di difficoltà completamente diverso da un allunaggio con umani. Non sappiamo ad esempio come reagirebbe il corpo umano ad un ambiente di microgravità forzata per periodi di tempo superiori ai due anni, tempo minimo (e generoso) per un viaggio di andata e ritorno. Ma non sappiamo nemmeno quanti danni farebbero tutte le radiazioni a cui un organismo viene esposto da qui a Marte: non sappiamo, per ora, costruire navette in grado di schermare dalle radiazioni tanto bene quanto il nostro pianeta Terra.

Un altro problema riguarda che razzo utilizzare. Nel 1969, per andare sulla Luna, venne usato un Saturn V, il razzo più potente mai costruito dall’uomo. Era alto circa 110 metri e poteva trasportare più di 40.000 kg di carico, verso la Luna. Inoltre, ripartire dalla superficie lunare è quasi facile: grazie alla bassa attrazione gravitazionale presente, la velocità di fuga può essere raggiunta senza un razzo presente sul luogo. Infine, ci vogliono solamente otto giorni per completare un viaggio di andata e ritorno sulla Luna; questi infatti i tempi dell’Apollo 11.

Su Marte la questione è un po’ più complicata, perché la gravità del pianeta è circa 1/3 di quella terrestre e il viaggio richiederebbe, come dicevamo, anni. Fare provviste da trasportare per questo lungo periodo di tempo è difficile. Al momento, infatti, non possediamo una tecnologia di lancio in grado di portare i quantitativi di viveri necessari per la sopravvivenza per quel lungo periodo di tempo. Saturn V non se ne producevano più già a partire dalla metà degli Anni ’70, con la chiusura del programma Apollo in favore della costruzione degli Shuttle. Ci servono, sostanzialmente, dei razzi più grossi.

In questo senso però le cose si stanno muovendo, così come nei riguardi degli altri aspetti problematici. Il 18 Luglio SpaceX, azienda spaziale privata di Elon Musk, ha recuperato il suo quinto first stage (la parte più grossa e costosa delle tre che formano un razzo nella sua interezza, in questo caso) di un razzo Falcon, dopo un lancio verso la ISS. Non è una cosa da poco, anche se, come lo stesso Musk aveva previsto, dopo una buona serie di successi si è smesso di parlare gradualmente di questi risultati. In realtà, da quando l’uomo ha iniziato ad andare fuori dall’atmosfera terrestre, nessun razzo è mai stato recuperato con l’intento di essere riutilizzato. Finito il compito di mandare una navetta o qualche altro supporto in orbita, un razzo viene lasciato cadere sull’Oceano o nel deserto, quando non si disintegra al rientro con l’atmosfera. Anche se viene poi recuperato, il razzo non è riutilizzabile. Da Dicembre 2015 SpaceX ha recuperato cinque razzi. Il risparmio che ne deriva in termini economici è notevole. Costruire un razzo Falcon da zero a SpaceX costa circa 80 milioni di dollari, mentre rifornirne di carburante uno già esistente circa 200 mila dollari; due ordini di grandezza alquanto differenti.

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I lanci dei vari Saturn V

In questo modo Elon Musk vuole rendere i viaggi nello spazio qualcosa di abituale, tanto quanto siamo soliti dare per scontati gli spostamenti in treno o in aereo. Ci vorranno ancora anni perché la tecnologia sia completa a tal riguardo, considerando che per ora nessun razzo recuperato è stato mai rilanciato. Questo aspetto è importante anche per l’esplorazione marziana. Musk è convinto che senza razzi riutilizzabili le nostre speranze di riuscire nell’impresa siano molto basse.

Consideriamo, poi, altri piccoli momenti che stiamo vivendo: Curiosity ci manda cartoline da Marte da cinque anni ormai. Rosetta e Philae sono arrivati su una cometa, per la prima volta nel 2014; si è parlato di accometaggio, operazione mai riuscita prima nella storia dell’esplorazione spaziale. New Horizon ci ha mandato dei primi piani incredibili di Plutone lo scorso anno (che ha un diametro leggermente inferiore alla larghezza dell’Australia). Juno è arrivata su Giove il 4 Luglio di quest’anno. E nel 2020 manderemo un altro rover su Marte. Di cose, la fuori, ne stanno accadendo.

In più a Settembre forse verrà presentato un altro ambizioso progetto, il Falcon Heavy di SpaceX, che ambisce ad essere il razzo più potente di tutti, dai tempi del Saturn V: il suo incarico sarà proprio quello di portare l’uomo su Marte. Consideriamo inoltre che a lato la NASA sta comunque progettando i suoi personali sistemi di lancio verso Marte, pensati per l’esplorazione umana.

Un’ultima differenza con il viaggio lunare che ci ha condotti fin qui, e forse la più romantica, è la grande collaborazione internazionale che questa missione richiede. Certo, sembrerebbe che solo nomi americani siano i protagonisti di questo nuovo entusiasmo, ma in realtà non è del tutto vero. Dai tempi della corsa alla spazio tra Stati Uniti e Russia, l’esplorazione spaziale si è evoluta cercando di unire gli sforzi fatti da tutti gli scienziati nel mondo, creando una più possibile fitta rete di collaborazione. Siamo lontani dalla competizione di chi arriverà per primo. Se ci arriveremo, sarà perché l’avremo fatto tutti assieme, proprio come abbiamo fatto costruendo negli anni la ISS.

Anche se formulare delle date, quando si tratta di programmi spaziali, è difficile: se saremo fortunati entro il 2030 vedremo qualcuno dei nostri simili arrivare sul Pianeta Rosso, e lo farà probabilmente instaurando una prima e ambiziosa colonia umana: ma questa volta, rispetto agli allunaggi, le conseguenze saranno di un ordine maggiore, perché stiamo ambendo a vivere fuori dal luogo in cui tutto ciò che riguarda l’umanità è sempre accaduto.

Se dovessimo riuscirci potremo dire di aver lasciato la Terra, di nuovo, puntando davvero a diventare una specie interplanetaria.

 

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Il “selfie” del rover Curiosity, scattato su Marte

 


 

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About William Zancan

COLLABORATORE | Vive in Provincia di Treviso, laureato alla magistrale in Scienze Filosofiche presso l'Università degli Studi di Padova. Nutre svariati interessi tra cui la musica, il gaming, la scienza e lo sviluppo tecnologico. Vorrebbe esserci quando il primo uomo atterrerà su Marte.

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