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L’altro Paolo Borsellino

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

di Chiara Grasso

L’elenco delle vittime innocenti di mafia è abbastanza lungo. Non dovrebbe esistere, ma c’è. E allora dobbiamo leggerlo, per conoscere le loro storie e per non dimenticarli. Scorrendo questo elenco, anche voi come me, vi troverete di fronte ad un caso di omonimia. Ebbene sì, la mafia nel 1992 ha ucciso due volte Paolo Borsellino. Non lo stesso Paolo Borsellino, ma due. Il primo è noto a tutti, conosciamo la sua tragica fine in via D’Amelio; l’altro pochi lo conoscono e probabilmente nessuno conosce a fondo la storia di questo giovane imprenditore.

Paolo Borsellino, l’imprenditore, era un giovane ragazzo che abitava a Lucca Sicula (paesino in Provincia di Agrigento) e che, con l’aiuto del padre – Giuseppe Borsellino – verso il finire degli anni ottanta acquistò un impianto usato per la produzione di calcestruzzo per 39 milioni di lire, rigorosamente pagati a rate. Le imprese oneste partono infatti dai sogni, dall’intraprendenza e dal coraggio degli imprenditori; il capitale in questi casi puoi sempre misurarlo col contagocce. Per esperienza personale, molto spesso mi trovo di fronte a realtà (parlo di imprese) dove, da un solo sguardo puoi capire se sono cresciute a “lievitazione naturale” o se c’è stato qualcos’altro che ha ingigantito il tutto. Paolo Borsellino ha poco più di trent’anni, è ambizioso. Crede nel futuro. Crede così tanto nel futuro che ha già una famiglia con due piccoli figli. Ci crede così tanto nel suo ambizioso progetto da includerne anche l’intraprendenza ed il coraggio del padre. Paolo ci ha visto bene. Ha intuito che, in un paese dove si costruisce uno stadio per una squadra che non c’è, dove ogni opera è un monumento al cemento, un impianto di calcestruzzi non può che fare grandi affari. Ha però tralasciato il fatto che il mondo degli Appalti Pubblici non è proprio una res publica. Insomma, non ha tenuto conto del fatto che la mafia è implicata negli appalti “pubblici”. Per cosa nostra, un territorio è come una grande torta e più fette può mangiarne, meglio per i suoi scagnozzi sarà.

Perciò per la ditta di Paolo e Giuseppe non c’è spazio. La sorte è così crudele con i Borsellino che i lavori che vengono appaltati nel loro circondario, vengono sempre aggiudicati dalle altre imprese del paese. Ovviamente, un’attività senza introiti inizia ad indebitarsi. Giungono le prime offerte per rilevare la società da gente che potremmo definire poco raccomandabile ( avete capito chi voleva rilevare il lavoro onesto di Paolo e Giuseppe) e Paolo rifiuta. Pensa che le cose potrebbero andare meglio, che è solo un momentaccio.

E invece non è così. Da quel rifiuto inizia il momento più brutto della sua vita. Arrivano minacce, danni alle attrezzature, estorsioni ed il lavoro che continua a mancare. E’ davvero il momento di vendere la società. Giuseppe e Paolo cedono la metà delle quote societarie a dei soci. Ma la situazione non cambia, anzi. Oltre al fatto che la situazione è sempre la stessa, Paolo e Giuseppe hanno a che fare con quattro soci che vogliono buttarli fuori dalla loro azienda; immaginate che le liti siano all’ordine del giorno. I soci vogliono sbarazzarsi dei Borsellino; vogliono che cedano le loro quote societarie; dapprima ci tentano acquistando nuovi mezzi e quindi facendo aumentare il capitale sociale, poi passano direttamente alle minacce verbali e fisiche. Il primo atto di questa triste tragedia si conclude il 21 Aprile del 1992. Paolo viene ritrovato morto a bordo della sua Fiat Panda. Lo trova il padre, è quasi mezzanotte. Paolo in quella giornata aveva investito il suo tempo per andare a comprare un pezzo di ricambio per il suo camion; per il camion della sua impresa che volevano strappargli dalle mani. I piedi di Paolo escono dal finestrino, come se lo avessero gettato dentro l’auto. Paolo non c’è più. E da quel momento neanche Giuseppe c’è più.

La notte stessa va dai Carabinieri e racconta tutto. Parla, parla Giuseppe. Parla ai magistrati. Racconta di come vanno le cose nel mondo degli appalti. Parla dei problemi con i soci, delle minacce subìte. Racconta tutto quello che potrebbe esser d’aiuto agli inquirenti. Toglie il coperchio al pentolone che la mafia aveva nell’agrigentino. Ai magistrati chiede di indagare, di sbrigarsi. Si sente un morto che cammina Giuseppe Borsellino. Si veste di nero; non si taglia più la barba, sprofonda nella sua poltrona. Nei mesi che seguono contatta e parla con chiunque pensi che possa aiutarlo: dal Centro studi Peppino Impastato a Paolo Borsellino il Giudice. Ha paura Giuseppe. Chiede la scorta perché la sua collaborazione con la Giustizia è diventata di dominio pubblico. La Giustizia risponde negandogli la scorta, però, gli rilascia un porto d’armi per potersi difendere. Giuseppe può circolare con un’arma da fuoco. Il problema è risolto. Praticamente un testimone che si fa da scorta da solo. E’ il 17 Dicembre dello stesso anno quando la mafia si libera di questo fastidioso testimone/scorta. Giuseppe esce di casa per comprare le sigarette. Si trova nella piazza del paese, non in un luogo isolato. Sale sull’auto, una moto gli impedisce di fare retromarcia: sono i suoi assassini. Uno dei due si avvicina con il volto coperto dal casco e gli scarica addosso l’intero caricatore della mitraglietta. I Borsellino non ci sono più.

La mafia ancora c’è ed ha nelle proprie mani la loro impresa, un’attività che è nata dall’onestà e dal sacrificio di due uomini che hanno cercato di difenderla fino alla morte. Perché sapevano una cosa i Borsellino. Sapevano che l’onestà è la migliore delle virtù; che la libertà ed il non voler cedere ai ricatti è da Uomini con Onore. Accusati dell’omicidio del padre furono i quattro soci, tutti poi assolti nei tre gradi di giudizio. Ancora oggi la Famiglia Borsellino chiede verità e giustizia. Nel frattempo Paolo e Giuseppe sono stati dichiarati vittime innocenti di mafia. Io mi permetto di dire che, più che vittime di mafia, i Borsellino sono state vittime di una giustizia con la g minuscola: sì. Di una giustizia che a Giuseppe da l’okay per difendersi sparando; di una giustizia che, nel 2001 facendo affidamento sulle false dichiarazioni di un pentito, revoca lo stato di vittima innocente di mafia a Paolo. L’altra Giustizia, quella con la G maiuscola, invalida le false dichiarazioni del pentito con sentenza del 26/07/2003 della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, confermando poi con sentenza n. 4652/05 della Suprema Corte di Cassazione. Ancora oggi però, la famiglia Borsellino si trova nella morsa della Giustizia, tra ricorsi e battaglie legali per dare la dignità che falsamente è stata sottratta all’innocente Paolo Borsellino. Sono passati 22 anni dalla tragedia dei Borsellino ma un atto finale non riesco a raccontarvelo. Non posso dirvi che le cose siano cambiate. Non posso dirvi che il mondo degli appalti pubblici sia libero ed indipendente dalla mafia. Non posso dirvi che gli imprenditori onesti possano esercitare la propria attività nell’assoluta tranquillità e possano sperare pienamente in uno Stato che li agevoli e protegga; anzi, posso dirvi che molto spesso, questi imprenditori, sono vittime sacrificali di uno Stato facilmente corruttibile, che non riesce a garantire una piena certezza del diritto.

Però, con orgoglio vi dico che sta prendendo il sopravvento una generazione figlia di una rivoluzione culturale che ci allontana dalla prepotenza delle mafie. Perché, cosa è la mafia se non un limite culturale? Non lasciamo i nomi di Giuseppe e Paolo Borsellino, e di tutti gli altri in uno sterile elenco di vittime. Il peggior sgarro che possiamo fare alle mafie è quello di portare con noi questi nomi e le loro storie, come esempi di coraggio, come esempi per le nostre coscienze civili.

Oggi il ricordo di Giuseppe e Paolo Borsellino è tenuto vivo dal nipote Benny Calasanzio, che ringrazio per la disponibilità nei miei confronti e per l’impegno che ogni giorno mette a sconfiggere questa fastidiosa piaga sociale della nostra terra, la mafia.

 

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La persona ritratta nella foto è Antonella Borsellino, figlia di Giuseppe e sorella di Paolo.

© foto Mario Virga

About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

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