GLASGOW, SCOTLAND - MAY 05:  Electoral agents attend the Glasgow Count as counting of votes gets underway in the Scottish Local Government election at the Emirates Arena on May 5, 2017 in Glasgow, Scotland. The first results in Scotland are expected to be announced mid-morning.  (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

La valanga Tory alle Local Elections incoraggia Theresa May sulla Brexit

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Londra, Regno Unito
Londra, Regno Unito

Le elezioni comunali che si sono tenute il 4 Maggio in Inghilterra, Galles e Scozia sono state un successo per i conservatori. La valanga di voti ha portato i tories a conquistare circa cinquecentosessanta consiglieri locali in più, mentre i laburisti ne perdono trecentoventi. L’UK Independence Party (UKIP, trad: Partito per l’Indipendenza del Regno Unito), notoriamente anti-UE, è stato letteralmente spazzato via, in gran parte assorbito dai conservatori. I Lib Dems (trad: Liberal Democratici) – i più ostili alla Brexit – sono rimasti al palo, guadagnano, ma di poco, lo Scottish National Party (SNP, trad: Partito Nazionale Scozzese) e il partito nazionalista gallese Plaid Cymru. In Scozia lo SNP della Premier Nicola Sturgeon conquista Glasgow, roccaforte laburista da quarant’anni, ma è tallonato dai tories che in Scozia non sono mai stati rilevanti e questo modesto risultato dello SNP raffredda gli ardori di un secondo referendum per l’indipendenza scozzese. Se da un lato è giusto sottolineare che si trattano di elezioni comunali, in molte zone in cui tradizionalmente i conservatori possiedono già un vantaggio, dall’altro è anche vero che il dato locale ha sicuramente un impatto nazionale che incoraggia la campagna elettorale della Premier Theresa May, in cerca dell’investitura per poter trattare con pieno mandato l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Ma che cosa intende negoziare, esattamente, la May? Finora non sono state date indicazioni chiare, si è solo parlato di darle carta bianca. In realtà, all’insistenza dei giornalisti che le hanno chiesto cosa intendesse la Prime Minister per Brexit oltre la laconica frase «Brexit means Brexit», lei ha semplicemente rimandato al discorso da lei tenuto alla Lancaster House di Londra lo scorso 17 Gennaio, che però era stato definito un mero «libro dei sogni», poco concreto. Ma, non essendoci altro, va considerato l’unico documento in cui finalmente la Brexit viene spiegata dal punto di vista britannico.

Il discorso può essere riassunto in dodici punti essenziali dai quali se ne estrapolano di seguito alcuni, poiché è impossibile qui entrare nel merito di tutti. Un punto cardine del discorso della May è quello di ridare al Regno Unito un ruolo mondiale, la Global Britain. Cioè di non guardare solo all’UE ma al mondo intero, sia in termini commerciali, sia in termini più generali. Si tratta di un principio molto vago e poco comprensibile, aiuta un po’ a decifrarlo se si pensa al passato coloniale dell’UK e si pensa al Commonwealth. I britannici continuano ad accarezzare con compiacenza il ricordo delle passate glorie coloniali, avendone anche una visione edulcorata: si coltiva l’idea di aver fatto del bene ai Paesi colonizzati e che questi siano in qualche modo riconoscenti. Insieme a questo sentimento coltivano anche l’orgoglio di farcela da soli, di essere in grado di cavarsela egregiamente senza gli ingombranti partner europei e gli orpelli della burocrazia di Bruxelles. Ma come questa visione a tinte rosa del passato coloniale e questo orgoglio di autosufficienza si traduca oggi nel gioco di forze del mercato globale dominato dai colossi USA, Cina, India ecc… non è dato sapere, e soprattutto non è dato sapere come il Regno Unito, fuori dal mercato unico di cinquecento milioni di cittadini, possa addirittura prosperare e tornare al vecchio primato commerciale di due secoli fa, come se nulla fosse cambiato.

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I risultati delle recenti “Local Elections” in Regno Unito

Un secondo punto, decisamente più concreto, è quello di mantenere la collaborazione, e anzi addirittura di implementarla, con gli ex partner europei in materia di polizia internazionale, sicurezza, lotta al terrorismo. Sembra un punto sul quale si può trovare una facile convergenza nelle negoziazioni; ma non è così. Nello stesso discorso, in un altro dei dodici punti, la May ribadisce che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea non avrà più giurisdizione sul Regno Unito, e che quest’ultimo tornerà a prendere il controllo della sua legislazione, adattando o respingendo le normative europee finora recepite nell’ordinamento, in virtù di una riconquistata sovranità legislativa. Ci si chiede quanto questa sovranità sia stata limitata e quanto la legislazione europea abbia creato conflitti nella pratica con quella britannica. Questa idea del riprendere il controllo è stato un cavallo di battaglia della campagna referendaria a favore del Leave, ma manca di concreti punti di appoggio che dimostrino come la legislazione europea abbia limitato la sovranità legislativa britannica e abbia concretamente introdotto normative estranee nel corpus giuridico dei sudditi di sua maestà. Le due richieste: da una parte mantenere la collaborazione delle polizie e dall’altra recedere dalla legislazione europea sono chiaramente incompatibili. Tanto per fare un esempio, una collaborazione tra polizie europee e polizia britannica, in questo quadro, permetterebbe a quest’ultima di accedere a dati tutelati dalla privacy dei cittadini europei, che potrebbero essere perseguiti e inquisiti ma senza che la polizia britannica sia sottoposta alle stesse leggi europee. Si chiede cioè la reciprocità nello scambio delle informazioni, ma la non reciprocità in caso di azione penale, che invece sarebbe sottoposta a leggi, ormai non più armonizzate con quelle europee. Un altro punto fermo, nelle richieste della May a Bruxelles, è di mantenere un’area di libero scambio nell’unica frontiera di terra, quella tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Si tratterebbe cioè di creare un’eccezione, un unicum perché la May sa bene che chiudere le frontiere riporterebbe la situazione al periodo precedente all’Accordo del Venerdì Santo del 1998, con conseguenze a dir poco esplosive. Ma come potrebbe l’UE accettare un’eccezione del genere? Si tratterebbe di lasciare un vantaggio che l’UK ha ora proprio grazie al suo statuto di membro UE.

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Da sinistra verso destra: il Primo Ministro del Regno Unito Theresa May (1956) in compagnia del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker (1954)

Un altro punto del discorso della May è quello di stabilire un accordo di libero commercio vantaggioso con l’Unione, ma al di fuori del mercato unico. Anche qui si tratta di una contraddizione evidente: com’è possibile pensare di avere un accordo ugualmente vantaggioso non essendo l’UK uno Stato membro? Londra cioè rigetterebbe il principio-cardine dell’UE del libero scambio di persone e beni, ma ne vorrebbe usufruire egualmente e senza impegni da parte sua. Se mai i partners europei si piegassero a questa richiesta, come potrebbero giustificare l’eccezionalità del trattamento del Regno Unito, e come impedire a qualsiasi altro Stato membro, ma anche non appartenente all’Unione, di chiedere un accordo di libero scambio, senza dazi doganali, ma stando fuori dall’Europa e quindi non condividendone leggi, politiche fiscali, tassazione, diritti senza pagare i costi di tutto questo?

La bizzarria, anche logica, di questa richiesta aveva confinato il discorso alla Lancaster House nella categoria del libro dei sogni o di richieste finalizzate alla trattativa, nessuno le aveva finora prese sul serio, perché si immaginava che la May avrebbe scoperto le carte a trattative avviate. Invece sembrano proprio queste le proposte per la Brexit immaginate dalla May e dal suo Governo. Tanto è vero che la cena del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker con la Prime Minister Theresa May del 30 Aprile scorso a Downing Street sarebbe finita con incomprensioni e attriti non da poco. La Frankfurt Allgemeine Zeitung, infatti, riporta la frase del Presidente Juncker che ha lasciato Downing Street «dieci volte più scettico di prima». A questo si aggiunge il commento di Juncker con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, secondo cui la May, stanti le sue richieste, «vive in un’altra galassia».

Ci si chiede se veramente i britannici siano così ingenui da fare proposte irrealistiche, e pensino anche che gli ormai ex partner europei dovrebbero accettarle. Ciò potrebbe essere parte della strategia dei tories sia per i negoziati sia per la campagna elettorale: non perdere la faccia ora che si vota in Gran Bretagna e presentarsi al negoziato tenendo il punto. Ma a questo si potrebbe anche aggiungere un’ulteriore spiegazione: la sottovalutazione. I britannici, da sempre euro-scettici, non si stanno ponendo minimamente il problema che la loro uscita mette a repentaglio il progetto europeo dalla sue fondamenta e che eccezioni o, addirittura, trattamenti di favore nei loro confronti sono assolutamente indigeribili da parte degli ex partner. I britannici, inoltre, non si rendono conto che svariate leggi europee come la libertà degli scambi commerciali, i diritti dei lavoratori, lo scambio di personale qualificato e manodopera sono parte della sua prosperità attuale, proprio grazie all’Europa, e venirne fuori non solo è difficile, ma comporta delle ovvie rinunce. È con lo stesso atteggiamento che il precedente Prime Minister, David Cameron, ha indetto il referendum per uscire dell’UE pensando che i Leave non vincessero, come invece è accaduto.

Comunque sia i cittadini britannici hanno dato fiducia al Partito Conservatore nelle lezioni locali, e, con tutta probabilità, si apprestano a riconfermargliela di qui a un mese per le lezioni nazionali.

 

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