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La terra del silenzio

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti
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© Irene Ventura

Me ne accorsi una nitida mattina di Giugno. Da qualche settimana arrivata in Giappone, camminavo per le vie vicine alla Tokyo Central Station, il cuore del business della capitale. Larghe strade e grattacieli che ti sovrastavano, infiniti, come giganti che indossano un’armatura di specchi appena tirata a lucido. Camminavo ubriaca di nuovi odori, sapori, visioni; percepivo qualcosa di strano attorno a me, qualcosa che non tornava. E poi, all’improvviso, lo notai. Un silenzio surreale si espandeva ovunque nell’aria e sembrava inghiottire le persone, le cose… tutto.

Un flashback della città in cui sono nata mi apparve davanti agli occhi: la stazione di Roma Termini, il caos, i rumori dei clacson, il vociare costante di centinaia di persone. Tokyo invece, con i suoi quasi quindici milioni di abitanti, scorreva davanti a me senza emettere quasi nessun suono. Penso che sia da quell’istante che il silenzio giapponese sia diventato per me come una sorta di entità misteriosa e affascinante, che appare e scompare tra le maglie della realtà. Lo noto quando – con imbarazzo – lo stridore dei freni consumati della mia bici infrange la pace delle vie della città che, a qualsiasi ora del giorno o della notte, non sono mai rumorose. Un’estrema attenzione agli altri ne fa prevedere i movimenti e permette un cambio di percorso improvviso ma delicato, uno scivolare veloce ma silenzioso tra la folla. Noto il silenzio, nei dialoghi appena udibili tra le persone che camminano in un parco o prendono un caffè in un bar (l’unica eccezione si ha quando la gente di qui alza un po’ il gomito): sembra che i giapponesi stessi facciano il possibile per mantenersi invisibili. A non voler disturbare, nel tentativo – a mio parere – di creare, o meglio, di mantenere uno spazio neutro dove ognuno può muoversi senza aver paura di essere invaso dalla presenza dell’altro. Il silenzio che sostituisce un arrivederci quando si esce da un negozio, accompagnato da un impercettibile ed elegante inchino del capo. Ne percepisco la bellezza nei parchi, quando due persone siedono l’una vicino all’altra senza dirsi nulla, senza essere imbarazzati dall’assenza di parole, scambiandosi ogni tanto un pensiero… poi un altro… una risata. Ed ancora le pause e gli intervalli nella musica tradizionale, nelle performance del Teatro Kabuki e del Teatro Noh. Il silenzio che si manifesta come spazio vuoto, in contrasto con i pieni dell’inchiostro nero, nella pittura giapponese e nello shodō, l’arte della calligrafia.

<<Chissà da dove trova origine questa devozione al silenzio?>>, mi sono spesso chiesta. Alcuni studiosi suggeriscono dalla tradizione Zen, la cui comprensione della verità si esperisce nel raccoglimento della meditazione. Sicuramente sì, ma personalmente sono più affascinata dal pensare che molti degli aspetti del carattere e della mente giapponese siano stati e siano tuttora profondamente influenzati dalla figura dei samurai e dal Bushidō, il loro codice di comportamento. Il valore dato alla parola, all’umiltà, alla modestia, all’impeccabilità dell’azione, alla dignità – tutt’oggi osservabili nella società giapponese – mi sembrano guardare alla condotta morale seguita da questi leggendari guerrieri. In particolar modo, riguardo al silenzio e al parlare, è famosa la frase del codice che recita: <<la cosa essenziale nel parlare è quella di non parlare affatto>>. Per noi occidentali può risultare difficile da comprendere questo elogio al silenzio. Noi che spesso associamo quest’ultimo alla morte, alla solitudine, all’impotenza, ad emozioni represse, ad un vuoto sterile. Noi che usiamo spesso la frase <<è caduto un silenzio imbarazzante>>.

12804303_1692003471081404_1121029381_nSpesso i giapponesi vengono accusati di essere poco chiari, indiretti, chiusi, freddi, proprio per questo uso del non parlare, del dire girando attorno, del non esprimere chiare opinioni. Mi ricordo ancora quando un giorno, parlando con la mia amica Mayumi, lei mi chiese se secondo me era scortese rifiutare l’invito di un ragazzo che le aveva chiesto di uscire, ma verso il quale lei non provava il minimo interesse. Rimasi senza parole, non riuscivo proprio a capire! Certo che no! Fu cosi che scoprii che in Giappone dire di no direttamente è impossibile, è giudicato rude e irrispettoso.<<E come si fa a far capire a qualcuno che non si è interessati?>>, chiesi alla mia amica. <<Beh si dice che si vorrebbe uscire insieme ma che si è molto impegnati. Si rimanda oppure non si risponde>>. Un giapponese leggerà l’atmosfera e capirà il rifiuto che si nasconde dietro alcuni modi dire. Un insieme di regole linguistiche e relazionali sottintese e segrete, finalizzate a far capire più che a dire. Inizialmente fui spiazzata da questo modo di fare. A me, occidentale, porta bandiera dei valori del parlare schietto e diretto, della verità, della sincerità, questo modo indiretto di comunicare mi sembrava inaccettabile: una comunicazione fatta di ipocrisie e ambiguità confusionarie.

Eppure, con il tempo, il silenzio ha fatto il suo lavoro. Come il vento e l`acqua sulle rocce, esso smussa e leviga i pensieri, le emozioni, le azioni del popolo giapponese e di chi come me si lascia innamorare da questa terra. E’ un silenzio che spinge dentro di sé, che insegna a prendere tempo prima di parlare per valutare la reale necessità di pronunciare quelle parole e per trovare il modo migliore per esprimersi senza invadere l’altro con le nostre opinioni. Un silenzio che porta a rispettare la privacy del prossimo, a capirne la preziosità e che fa scoprire il diritto alla propria riservatezza e l’importanza dei confini che proteggono il proprio cuore. Ho capito l’importanza data all’armonia nella società nipponica, il sincero preoccuparsi di poter ferire i sentimenti dell’altro, dato da una profonda coscienza collettiva che forse noi occidentali abbiamo un po’ perso lungo le evolversi della nostra storia. C’è un proverbio, in Giappone, che recita cosi: <<Mantieni circa novanta centimetri dal padrone per non calpestare la sua ombra>>. Un consiglio dato nell’antichità ai servi su un corretto comportamento da tenere verso i propri padroni. Sicuramente, la coscienza collettiva radicata in questa società rivela anche la forte struttura gerarchica esistente e la pressione sociale che può derivarne: nessuna società è perfetta, e quella giapponese non fa eccezione.

Eppure ancora ne subisco il fascino. Il silenzio che prende forma nella giusta distanza, la stessa che troviamo nel tipico inchino di saluto. Una distanza che unisce senza stringere. Non vi è un altro Paese in cui ho sentito di poter non parlare senza dover dare spiegazioni, non per altrui indifferenza, ma per comprensione verso la sacralità dello spazio personale degli altri e del diritto alla solitudine. Una solitudine che regala la bellezza racchiusa nella propria più intima interiorità. Perché i giapponesi, se vogliono, sanno essere vicini anche nella lontananza con piccoli gesti, messaggi, allusioni.

Da quando sono in questa terra, sono diventata un’equilibrista nel tentativo di capire la mente giapponese e la realtà che mi circonda. Facile cadere in pregiudizi ed affrettate conclusioni. Cercare invece un equilibrio, la giusta via, l’ideale dello Zen. Il bianco e nero si sono trasformati in uno sfumato ventaglio di possibilità. In fondo – mi sono chiesta – siamo poi certi di cosa sia la realtà che ci circonda? Sappiamo chi siamo? Cosa si nasconde in noi e cosa è racchiuso in quell’infinito universo che è un altro essere vivente? Sappiamo cos’è la verità? E se la risposta è no, la realtà e gli altri sono qualcosa in costante cambiamento, di cui non passiamo essere mai certi ed ognuno porta con sé con la sua verità… non è forse più adatto a questa realtà e dai contorni indefiniti un linguaggio ambiguo, un linguaggio che sfiora le cose anziché possederle con le sue taglienti definizioni? Non è preferibile un silenzio che cerca l’essenziale e che permette di osservare la bellezza di ciò che passa inosservato ad un primo sguardo? Un silenzio che riflette prima di essere e che preferisce non pronunciarsi, anziché correre il rischio di violare? Un silenzio che ci fa osservare la misteriosa distanza tra l’io sono e il noi siamo?

Osservo i miei pensieri e i miei ricordi, qui, seduta su una panchina nel parco vicino a casa mia ad Osaka. Tra qualche settimana lascerò il Giappone e so qual è il dono più grande che porto via con me: un segreto e profondo silenzio che ora, in questo momento, permette di fondermi con lo spettacolo messo in atto dai sakura che sbocciano attorno a me. Sopra la mia testa i fiori di ciliegio si lasciano guardare nel loro accecante candore.

Senza una pausa da noi stessi, come si potrebbe ammirare la bellezza nascosta in ogni frammento del reale?

 

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© Irene Ventura

 

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About Irene Ventura

COLLABORATRICE | Classe 1983, romana. Poco dopo la laurea conseguita presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, inizia una vita nomadica che la sta portando a muoversi costantemente tra l’Italia, l’Europa e l’Asia. Vivrà per qualche mese in Giappone. E’ affascinata da tutto ciò che è diverso da lei ed è ossessionata sul perché delle cose.

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