Statue de jeanne d'arc à orléans

La storia di Giovanna d’Arco, eroina di Francia

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Miniatura tratta dai “Vigiles du roi Charles VII”. Giovanna d’Arco ed il Re

Pochi giorni fa, mi è capitato sottomano un libro del Prof. Alessandro Barbero dove, in un capitolo, racconta dell’eroina francese Jeanne d’Arc. Stupito dalle moltissime fonti a riguardo – ottenute dai due processi (uno di condanna, l’altro di nullificazione) a carico della Santa – ho deciso di fare qui un riassunto per tracciarvi una cornice intorno a questa figura, entrata ormai di diritto nella storia e nell’immaginario collettivo di tutti.

Giovanna d’Arco nacque (a suo dire) nel 1412 circa, in un paesino sperduto della Francia. Come la maggior parte delle persone di quel tempo, contava i suoi anni in modo approssimativo e, durante il suo processo, disse di essere nata <<circa diciannove anni fa>>. Figlia di un ricco contadino, Jaques d’Arc, e di Isabelle Romée, capiamo fin dai primi documenti che il suo nome è una stortura dei nostri tempi dato che, nel paesino in cui viveva (ed era una rara eccezione, esclusiva di certi luoghi), soltanto i figli maschi prendevano il cognome del padre, mentre le donne prendevano quello della madre e così si sarebbe chiamata Jeanne Romée “la Pucelle”, ossia “la Vergine” (o meglio, la ragazza ancora giovane per contrarre matrimonio).

Dopo questa parentesi sul nome e sulle sue origini, posso iniziare a dirvi in che modo Giovanna d’Arco dovette subire due processi. Abbiamo detto che il primo fu di condanna, ed è facile intuire come andarono i fatti: il Re d’Inghilterra riuscì a catturare la Pulzella e, pur tentando di preservare le abitudini giudiziarie date dai codici del tempo, si voleva in tutti i modi farla fuori. Il secondo processo, invece, fu molto più singolare e viene chiamato di nullificazione. Questo secondo processo fu, ovviamente, postumo alla sua morte (circa vent’anni dopo) e fu indetto dal Re di Francia Carlo VII, per cui si batté Giovanna, affinché venisse annullata la condanna precedente e potesse essere dimostrato che ella combatté per il bene e per il volere di Dio. Questo processo raccoglie tutte le testimonianze delle persone che conobbero Giovanna. Ed è proprio qui si trova di tutto: dai ricordi dell’amichetta del cuore, ai commenti scabrosi del Duca di Aleçon che ricorda di quando le guardava i suoi seni da ragazzina, mentre l’aiutava a vestire la corazza. Un repertorio incredibilmente interessante e curioso, al quale dobbiamo dire grazie poiché ci ha fatto conoscere le vicende della Santa Giovanna d’Arco.

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Statua in onore a Giovanna d’Arco, all’interno della Cattedrale Notre-Dame di Parigi

Ora cerchiamo di inquadrare storicamente la vicenda della giovane condottiera. Siamo nel pieno della Guerra dei Cent’Anni, nel momento più nero per la Francia. L’Inghilterra aveva da poco conquistato buona parte del territorio francese e il sovrano anglosassone, entrato a Parigi, si fece incoronare Re di Francia. Una grossa fetta del popolo francese si schierò con il nuovo monarca, come per esempio i Borgognoni. Al Re legittimo di Francia, che non era ancora sovrano ma solamente Principe ereditario, restò solamente la parte meridionale del regno. Il piccolo paesino di Giovanna restò fedele al Delfino (il futuro sovrano legittimo dei francesi), eccetto una persona. Giovanna d’Arco al processo si lasciò scappare il desiderio di vedere la sua testa mozzata, salvo poi correggere il tiro dicendo: <<solo se Dio lo volesse>>. Per far capire la portata di tale evento, durante i giorni del processo il villaggio di Giovanna entrò più volte in conflitto con il villaggio vicino (filo-inglese).

Dal secondo processo, invece, emerge il carattere religioso – quasi ossessivo – di Giovanna. I suoi compaesani (coscritti dei suoi genitori) dicevano già che era una Santa e sottolineavano il desiderio di volerla come figlia, poiché andava a tutte le messe e si confessava di continuo. I suoi coetanei sottolinearono spesso la sua ossessione verso il credo, quasi maniacale, prendendola in giro con soprannomi quali la santarellina. Ma il carattere religioso di Giovanna venne fuori anche dalle sue testimonianze del primo processo, quando iniziò a parlare delle voci che sentiva nella sua testa. La prima volta le capitò molto giovane e le fecero paura. Disse che arrivavano dalla sua destra, provenendo dalla chiesa lì vicina ed accompagnate da una forte luce che le indicava il suo importante futuro e tutto il regno. Da queste primi moniti, diretti dall’alto dei cieli, scattò qualcosa dentro la pulzella. Era sempre più convinta di prendere le armi, al fianco dei francesi. Tentò più volte di scappare di casa e, moltissime volte, veniva rimandata indietro dagli ufficiali, con l’invito di non farla più uscire di casa. Inizialmente, il padre e i fratelli pensarono che volesse seguire i soldati solamente per fare quello che faceva la stragrande maggioranza delle donne che affiancavano l’esercito, ovvero la prostituta. Per colpa di questo fatto, padre e fratelli meditarono più volte di ucciderla per salvare l’onore della famiglia (e non sarebbe stato il primo caso).

Dopo svariati tentativi, un capitano dell’esercito decise di rischiare ed accettò le sue richieste. Le venne comprato un cavallo e una spada, mentre il villaggio le comprò tutto l’occorrente per diventare un vero cavaliere. Si vestì da uomo, si pettinò da uomo e partì. Si fece ricevere dal Delfino e gli disse di avere l’ordine da Dio di guidare le sue truppe, affinché potessero esser scacciati gli inglesi. La reazione del Delfino fu duplice: <<come faccio a liberarmi di questa pazza>> e <<se fosse per davvero una profetessa?>>. Il Delfino era ben conscio che se ciò si fosse rivelata una truffa, il suo regno – già allo sbando – avrebbe subito una figura talmente ridicola da affossare ogni qualsivoglia possibilità di ripresa. Si organizzò, dunque, un consiglio per decidere che fare di questa vergine. La salvò il fatto che, a diciasette anni, non ebbe ancora le mestruazioni (probabilmente a causa di una dieta molto scarna). Ciò la poneva a somiglianza della Madonna e decisero, dunque, di darle fiducia. Giovanna cavalcò e portò l’armatura come se l’avesse sempre fatto. Vinse tutte le sue battaglie. Liberò la città d’Orléans e sbaragliò l’esercito inglese, pronto per riconquistarla. Ma l’anno dopo – grazie anche ai tentennamenti di Re Carlo VII – durante lo scontro contro i Borgognoni, Giovanna venne presa d’assalto e catturata.

La firma di Giovanna d’Arco (l’unica parola che “la Pulzella”, analfabeta, fosse in grado di scrivere)

Una volta catturata, la si volle processare e porre fine alla sua vita: ma il processo doveva essere legale. Serviva il Vescovo del villaggio del prigioniero o il Vescovo dove il prigioniero aveva compiuto il reato (e sarà proprio questo a processarla: il Vescovo Pierre Cauchon de Somièvre). L’accusa principale era quella d’essersi vestita da uomo, ma non bastava. Servivano assolutamente altre accuse, più importanti per iniziare un processo. Qui il tribunale farà la prima scorrettezza – a riprova della smania di volerla giustiziare – poiché un processo non può iniziare senza capo d’accusa. Peccato che il processo di Giovanna iniziò proprio senza un capo d’accusa e iniziarono a cercarlo soltanto a processo già avviato. La seconda scorrettezza fu di farle giurare sul Vangelo di dire il vero ma anche qui, senza un capo d’accusa, era impossibile farla giurare. E infatti Giovanna colse la palla al balzo, dicendo di poter garantire il vero solo sulla materia di fede e non su confessioni personali, avute con Dio o con il Re, poiché non poteva giurare di dire il vero su un’accusa di cui ancora nessuno era a conoscenza. Il tribunale fu costretto ad accettare questa richiesta.

Il tribunale allora iniziò ad ordire delle trappole, come la domanda se fosse in stato di “Grazia”. Se avesse risposto di sì, avrebbe peccato di vanagloria mentre se avesse detto di no, avrebbe confessato comunque di aver peccato. Giovanna, molto abilmente, sfuggì alla trappola dicendo: <<Se lo sono, spero che Dio mi ci mantenga; se non lo sono, spero che Dio mi ci metta!>>. E ad altre trappole simili, Giovanna ne uscì sempre egregiamente. Essendo questo un processo per eresia, non possono condannarla a morte, ma convincerla soltanto ad abiurare. Dopo svariati tentativi di Giovanna di non firmare l’abiura, vedendo il suo rogo, deciderà invece di accettare le condizioni della chiesa. Ebbe salva la vita, ma dovette scontare un periodo in carcere. Le autorità inglesi, indignate per l’esito della sentenza, abbandonarono il tribunale. Sull’abiura, Giovanna giurò che non si sarebbe più vestita da uomo. In carcere, però, altri prigionieri tentarono di violentarla e si dice che qualcuno le propose di indossare abiti maschili per evitare di attirare l’attenzione dei delinquenti.

Probabilmente, era un progetto del Governo inglese: Giovanna ci cascò e divenne così un’eretica relapso, ovvero uno di quegli eretici che – dopo aver giurato di abiurare – ricadono nello stesso peccato. A questo punto, il rogo è d’obbligo. Molti dei suoi aguzzini ammisero di non fare la cosa giusta e che si stavano giocando la loro anima, rischiando di essere dannati. Era ormai certo che questo processo avesse chiare valenze politiche e non religiose, e che gli inglesi stavano cercando di fare tutto il possibile per ucciderla, ingiustamente. E ci erano riusciti.

Giovanna fu bruciata su di una pira, più grande del normale. Spensero il rogo poco prima, per dimostrare che fosse morta e che fosse una donna (non un uomo come tanti credevano). Riaccesero il fuoco e sparsero le sue ceneri sapendo, in cuor loro, d’essersi giocati per sempre la salvezza della propria anima.

 

“Joan of arc burning at stake”, ad opera del pittore neoclassico francese Jules-Eugène Lenepveu (1819-1898)

 

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Studente di Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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