AS Roma's Francesco Totti celebrates after scoring against Juventus during their Italian Serie A soccer match at the Juventus stadium in Turin October 5, 2014.  REUTERS/Alessandro Garofalo (ITALY - Tags: SPORT SOCCER) - RTR490G5

La stagione degli addii

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C’è un sentiero, illuminato dalle tonalità calde ma tenui dei tramonti di inizio Estate, che ogni atleta è costretto a percorrere al termine di una carriera, arrivando in fondo all’ultima stagione quasi fosse un tour d’addio: è il viale di fine-carriera, quello percorso da chi è costretto a ritirarsi dalla professione che per anni l’ha definito, tenuto in vita, sfamato e tormentato. È una stagione sportiva indimenticabile anche per questo. Tanti addii, forse troppi, giunti per motivi diversi, dopo una stagione come la scorsa che aveva già visto cambiare lo scenario del calcio mondiale grazie a separazioni illustri e addii spezza-cuore. In questa stagione non è un singolo sport quello toccato dal cambiamento generazionale: ciascuno di questi è costretto a fronteggiare dei tramonti che ridisegneranno la disciplina per sempre. Se degli addii di Kobe Bryant, Bryan Danielson e Peyton Manning abbiamo già parlato, oggi proveremo a incatenare – in tre paradigmi differenti – altrettanti atleti che stanno percorrendo, con motivazioni differenti, il viale del tramonto: vi proponiamo in un ipotetico climax di sensazioni le storie dei ritiri annunciati o presunti di Dīmītrīs Diamantidīs, Francesco Totti e Conor McGregor.

 

  • IL RE STANCO: DĪMĪTRĪS DIAMANTIDĪS
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Dīmītrīs Diamantidīs (1980) è un cestista greco che gioca come playmaker nel Panathinaikos BC

Un Re, senza mezzi termini. Quando penso a cosa sia la classe cristallina nel meraviglioso panorama cestistico europeo, è la figura di Dīmītrīs Diamantidīs bardata del verde smeraldo del Panathinaikos BC che si erge fiera nella mia mente. Dodici anni con la stessa canotta, rinunciando alle sirene di quei San Antonio Spurs che a livello NBA sarebbero stati perfetti per lui, dal 2004 in poi uno dei mostri sacri che hanno popolato l’immaginario collettivo del basket europeo. Il diamante della palla a spicchi è stato un leader silenzioso, un dominatore pacato, non un realizzatore inarrestabile ma un difensore insormontabile e dal carisma raro e irresistibile. 198 cm e 100 kg non sono pochi per il delicatissimo ruolo di playmaker nella pallacanestro europea, eppure Dīmītrīs è stato l’alpha e l’omega del Panathinaikos in ciascuna delle sue spedizioni europee: dagli squadroni vincenti in Euroleague Basketball nel 2007, 2009 e 2011 alle ultime edizioni più dimesse e meno sfarzose della compagine ateniese, i palloni pesanti son passati tutti dalle mani di Diamantidīs. Un palmarès unico, che conta tra un MVP dell’Eurolega, due MVP delle Final Four, quattro inserimenti del Miglior Quintetto della competizione e ben sei titoli di Miglior Difensore dell’anno: è probabilmente il giocatore più importante sui due lati del campo della storia dell’Eurolega da quando la competizione ha assunto questo nome nel 2000. La palestra in cui è cresciuto, nella piccola Kastoria, è stata rinominata Palestra Dīmītrīs Diamantidīs in suo onore, e non è da escludere che l’Eurolega decida di intitolargli quel premio di difensore dell’anno che è stato il terreno di caccia in cui il greco ha spadroneggiato per anni. E ora, a trentasei anni si ritira tra la commozione generale degli appassionati di pallacanestro e la riconoscenza dei suoi tifosi, così come di tutti coloro che hanno potuto apprezzare i suoi stupendi dipinti mancini, lasciando il trono della pallacanestro continentale al suo amico-nemico di tante battaglie Vasilīs Spanoulīs e a Juan Carlos Navarro, ultimi due mostri sacri della pallacanestro che fu. Dopo un’ultima spedizione europea in cui ha ancora dimostrato di poter fare la differenza con una tripla allo scadere che ha trascinato i suoi all’overtime in gara 2 (poi persa) contro il Laboral Kutxa di Vitoria che poteva essere l’ultimo capitolo vincente e che invece ci lascia solo l’ultimo affresco, l’ultima pennellata stanca, l’ultima screziatura verde smeraldo di questo magnifico diamante.

 

  • ORGOGLIO, AMORE E IRRICONOSCENZA: FRANCESCO TOTTI
Francesco Totti (1976) è un calciatore italiano, centrocampista o attaccante dell'AS Roma, della quale è capitano. Soprannominato "Er Pupone", fra il 1998 e il 2006 ha vestito la maglia della Nazionale Italiana, vincendo la Coppa del Mondo nel 2006
Francesco Totti (1976) è un calciatore italiano, centrocampista o attaccante dell’AS Roma, della quale è capitano. Soprannominato “Er Pupone”, fra il 1998 e il 2006 ha vestito la maglia della Nazionale Italiana, vincendo la Coppa del Mondo nel 2006

Il  campione della gente. La bandiera dell’AS Roma è uno dei fuoriclasse più incisivi, importanti e amati della storia del Bel Paese.Ventiquattro anni con la stessa maglia giallorossa indosso: più che di attaccamento alla maglia nel suo caso bisogna parlare di una passione viscerale, di un amore, una scelta di vita pervicace e inintaccabile. Un’insana scelta che lo ha portato a rifiutare per anni i più grandi club al mondo, accettando come alternativa alla maglia giallorossa solo quella azzurra della Nazionale Italiana, grazie alla quale svetta nei nostri ricordi felici del Mondiale 2006, dopo quella corsa sfrenata dopo il rigore realizzato al 95’ della sfida contro l’Australia, col pollice in bocca per festeggiare la nascita di suo figlio Christian, che dieci anni dopo nell’immaginazione romantica di noi italiani resta un neonato e probabilmente lo resterà per sempre. Recordman di goal con la Roma e secondo miglior realizzatore della storia della nostra Serie A, si era già fatto conoscere e amare per quell’intervista poco dopo il suo debutto in cui in un italiano un po’ goffo (condito da un memorabile «rimanerò sempre qui») dichiarava amore eterno alla Roma, divenendo al contempo simbolo di una classe di calciatori non proprio colta e bandiera nascente in un calcio che mette sempre più al bando le passioni. Oltre vent’anni dopo, la deriva di un calcio senza cuore sembra portarlo via da Roma, le continue tensioni con mister Luciano Spalletti sono un indizio abbastanza evidente e la volontà della società di tenerlo nello staff come dirigente ma non proporre un rinnovo da calciatore sembrano fare il resto. Come ogni grande campione sa fare, trasforma l’orgoglio in un colpo di coda di carriera commovente, grazie al quale sta dimostrando di poter essere ancora un giocatore fondamentale con tre goal negli ultimi sedici minuti giocati in Serie A: uno ogni 72’ in questa triste stagione di addio. Allora ci chiediamo perché. Perché, Francesco? È così necessario continuare a mettersi in gioco a quarant’anni, in qualsiasi campionato esotico, senza quella seconda pelle giallorossa che ha accompagnato la tua carriera? Ma probabilmente il grande campione che è in Totti lo trova necessario, perché non si sente finito, perché può ancora dare molto al calcio, perché lo ha fatto il suo gemello, quell’Alessandro Del Piero con cui ha condiviso la numero 10 della Nazionale e il titolo di calciatore più famoso d’Europa per quasi un decennio, nella riproposizione moderna della staffetta tra Gianni RiveraSandro Mazzola, quell’Alex che ha subito una sorte simile per mano della Juventus FC e per altri tre anni ha insegnato calcio in giro per il mondo, una sorte che spetterà a un numero sempre crescente di bandiere. Ogni appassionato ti chiede di pensarci fino in fondo. Accetteremo le tue motivazioni e non smetteremo mai di ringraziarti, ultima bandiera col numero 10 sulle spalle in un calcio dominato dal dio denaro.

 

 

 

L’AVARO: CONOR McGREGOR

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Conor Anthony McGregor (1988) è un lottatore di arti marziali miste irlandese

Molti appassionati di sport, in Italia, non sanno chi sia Conor McGregor. È semplicemente il miglior peso piuma del mondo delle Mixed Martial Arts, detentore della cintura di categoria in UFC (la miglior Federazione di arti marziali miste a livello mondiale), probabilmente il miglior fighter pound for pound al mondo ed ha annunciato il ritiro lo scorso 19 Aprile, a ventotto anni ancora da compiere. Il ritiro annunciato, e poi parzialmente ritirato due giorni dopo, ha aperto un enorme dibattito negli ambienti della lotta: subito si è vociferato di un passaggio al Pro-Wrestling, con la WWE interessata al ragazzo. Ma la storia alle spalle è ben diversa. McGregor ha immediatamente modificato le proprie dichiarazioni specificando che non ha intenzione di ritirarsi dall’attività all’interno dell’ottagono e che il suo ritiro concerne solo gli eventi promozionali della federazione, in quanto non riceve compensi per parteciparvi, dopo aver dato voce alla richiesta – sempre più forte dei fighter – di compensi ben più corposi di quelli percepiti. McGregor, inoltre, ha affermato di essere la vera money-machine della federazione e con uno status del genere può scegliere in prima persona quando, dove e con chi combattere, dichiarando infine aspramente i video promozionali dei suoi incontri. Queste dichiarazioni non sono sfuggite a Dana White, Presidente della UFC, che ha sospeso il match in programma per Luglio contro Nate Diaz (che a Marzo gli ha inflitto la prima sconfitta in UFC e appena la terza in carriera). L’annuncio del ritiro di McGregor potrebbe far parte di una strategia che porterà al braccio di ferro con la federazione che potrebbe portare ad un nuovo contratto o all’addio. Leggendo di questo giovane fenomeno che per soldi potrebbe dare l’addio allo sport che lo ha reso famoso, in molti potrebbero immaginarlo come un avaro viziato ed eccentrico, ma la sua storia ci porta a decodificare la sua figura come quella di un gladiatore nel pieno di una scalata verso l’immortalità, il cui compenso diventa un attributo determinante nella definizione della sua grandezza. Conor sarebbe un tipico irlandese, 175 cm, biondo ramato, se non fosse per le orecchie a cavolfiore, il corpo disegnato dai tatuaggi, una barba hipster e una passione per gli abiti eccentrici. È evidente che cerchi di emergere agli occhi dei più, a partire dal modo di porsi. Cresciuto nell’Irlanda degli Anni ’90, quella di Zombie dei The Cranberries e di The Boxer di Jim Sheridan (guarda caso la storia di un bizzoso pugile irlandese), a sedici anni ha iniziato a lavorare da idraulico, salvo ripensarci e dedicarsi anima e corpo alle arti marziali miste. È lampante che per questo fighter il compenso sia parte integrante del suo percorso, un riconoscimento dei suoi meriti, un motivo buono per mollare tutto. Qualora il braccio di ferro con la federazione giungesse ad un epilogo negativo si aprirebbero molteplici scenari, tra i quali il vero e proprio ritiro e l’approdo nella boxe o magari nel wrestling, senza mai dimenticare il giusto compenso, vero Conor?

Comunque un atleta viva il percorso verso l’addio, è giusto riconoscerne la grandezza e, nei casi di queste tre divinità dei propri sport, è inevitabile unirsi al pubblico di tutto il mondo in un’immaginaria standing ovation.

 

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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