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La sinistra in trasformazione nella crisi globale

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  • LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E LA DISSOLUZIONE DELL’URSS: UNO SHOCK INTERNAZIONALE
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9 Novembre 1989: caduta del muro di Berlino, Germania

1989, 9 Novembre: cade il muro di Berlino che per decenni aveva simboleggiato la netta separazione non soltanto fra Berlino Est e Berlino Ovest ma tra i territori del Patto di Varsavia, fedeli all’Unione Sovietica, e quelli della NATO, fedeli agli Stati Uniti d’America. Il 3 Ottobre dell’anno seguente la Germania Ovest e la Germania Est, rimaste separate per quasi quarantacinque anni a seguito della sconfitta subita nella Seconda Guerra Mondiale, venivano riunificate col consenso della comunità internazionale.

1991, 26 Dicembre: il Soviet Supremo dell’Unione Sovietica dichiara dissolta l’URSS e la bandiera rossa con la falce e il martello viene ammainata per l’ultima volta dai pennoni del Cremlino: al suo posto, per la prima volta, viene innalzato il tricolore russo. Il celebre storico Eric Hobsbawm identificò quel momento come la vera fine del XX secolo nel campo sociopolitico: secolo che, nei fatti, risultava esaurito con alcuni anni d’anticipo sulla propria fine naturale e che per questo verrà soprannominato il secolo breve (19141991).

La caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica sono due eventi simbolici che fanno parte dello stesso fenomeno storico: il fallimento del comunismo reale di stampo sovietico. Per settant’anni il СССР (trad: Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) aveva rappresentato nella percezione dell’elettorato di quegli anni un’alternativa credibile al sistema capitalistico mondiale e per questo costituiva un richiamo potente nell’immaginario e nell’elaborazione intellettuale della sinistra mondiale, non soltanto per quello di chiara impronta comunista. La fine di quel mondo e la dissoluzione del progetto sovietico, assieme alla conoscenza di tutti gli orrori umani e morali che erano stati compiuti per realizzarlo e mantenerlo, costituirono uno shock estremamente potente per tutti gli intellettuali e le classi dirigenti della sinistra internazionale. Era finito un mondo, nel sistema di pensiero prima ancora che sulla scacchiera geopolitica mondiale.

 

  • PRIMA DEL 1991: LA SINISTRA INTERNAZIONALE TRA SOCIALISMO E COMUNISMO
In the grounds of the Livadia Palace, Yalta, during the Three Power Conference the British wartime Prime Minister Sir Winston Leonard Spencer Churchill (1874 - 1965), the 32nd President of the United States of America Franklin Delano Roosevelt (1882 - 1945) and the Soviet leader Joseph Stalin (1879 - 1953) (Iosif Vissarionovich Dzhugashvili). (Photo by Keystone/Getty Images)
4-11 Febbraio 1945: conferenza di Jalta, Crimea

1945, 4 Febbraio: a Jalta in Crimea, penisola sul Mar Nero all’epoca facente parte dell’URSS, si incontravano Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin, capi rispettivamente dei Governi degli USA, del Regno Unito e dell’Unione Sovietica. In quell’incontro decisero come ripartire le sfere di influenza globali e che tipo di ordine internazionale sarebbe seguito alla sconfitta del Terzo Reich di Adolf Hitler. In quell’incontro si stabilì una linea immaginaria di demarcazione per cui gli Stati a Oriente dell’Austria sarebbero ricaduti sotto l’influenza di Mosca e avrebbero adottato un sistema economico di tipo collettivista, mentre quelli a Occidente sotto l’influenza di Washington e di Londra e avrebbero adottato un sistema economico di tipo capitalista.

La naturale conseguenza degli Accordi di Jalta era l’impossibilità per un partito comunista di poter raggiungere il Governo nell’Europa occidentale. I partiti della sinistra europea si trovarono quindi a scegliere tra due linee politiche: una linea purista e una linea governista. La linea purista, detta anche massimalista, prendeva atto dell’impossibilità di raggiungere il Governo dei Paesi occidentali e si concentrava sulla costruzione di un solido blocco di opposizione fortemente legato ai lavoratori – in particolare alla classe operaia – e al radicamento territoriale tramite una capillare rete di sezioni e di associazioni amiche. Facevano parte di questa linea tutti i partiti dichiaratamente comunisti d’Europa, che agivano in collegamento organico con la sede centrale del КПСС (trad: Partito Comunista dell’Unione Sovietica) a Mosca. Ideologicamente erano molto legati al pensiero marxista-leninista e supportavano una radicale opposizione al capitalismo in ogni sua forma. Soltanto con il mutamento della situazione sociale ed economica degli Anni ’80 e con il progressivo declino economico, politico e morale dell’URSS si distaccheranno dalla direzione di Mosca, iniziando un percorso di revisione delle proprie posizioni politiche e della propria visione culturale, approdando a diverse forme di socialismo democratico.

La linea governista, detta anche migliorista, prendeva invece atto che l’unica strada per la sinistra di raggiungere il Governo in Occidente era quella di conciliare i propri ideali con la realtà politica ed economica delle società in cui operavano, accettando pienamente i valori, le istituzioni e le regole degli Stati democratici europei e mirando ad ottenere una serie di riforme graduali volte a ridurre le disuguaglianze sociali e a correggere gli squilibri del mercato tramite l’intervento dello Stato e l’istituzione di una serie di tutele sociali per i meno abbienti e per i lavoratori quali l’istruzione pubblica gratuita, la sanità pubblica, un sistema pensionistico e sistemi di integrazione del reddito. Tale insieme di riforme sociali volte non al superamento del libero mercato ma al suo progressivo miglioramento e alla correzione degli squilibri economici prese il nome di welfare state e la corrente di pensiero che le teorizzava prese il nome di socialdemocrazia ad indicare la natura pienamente democratica e istituzionale del pensiero socialista europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in poi.

Comunisti (massimalisti) e Socialisti (miglioristi) si fronteggiarono aspramente per decenni in Europa. In Occidente, tranne rare eccezioni tra cui figura l’Italia, i partiti di ispirazione socialista ebbero la meglio numericamente e culturalmente su quelli di ispirazione comunista sin dall’immediato dopoguerra. L’Ordine di Jalta non sembrava sovvertibile e la maggioranza della classe lavoratrice preferiva delle conquiste più modeste ma certe, rispetto ad un ipotetico ordine futuro più favorevole nella teoria ma alquanto incerto nella realizzazione pratica; inoltre non giocavano a favore dei partiti comunisti europei le notizie di repressione di ogni forma di dissenso, di controllo e coercizione dei cittadini, di eliminazione fisica degli oppositori politici e di militarizzazione di ogni parte della società che filtravano dai territori sottoposti al controllo del Patto di Varsavia.

 

  • LA FINE DEL SECOLO BREVE: «CHE FARE?»
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19 Novembre 1989: la “Svolta della Bolognina”, Bologna

Quando giunse la notizia del crollo del muro di Berlino nelle sezioni dei partiti comunisti europei nacque un grande dibattito, che già si diffondeva sottotraccia da un decennio, sul senso della propria natura e della propria azione politica nel mondo che cambiava. Non si trattava più soltanto di non poter raggiungere il potere, diventava una questione di sopravvivenza. L’ambiente era cambiato, ed era necessario adattarsi per sopravvivere al mutamento epocale dello scenario internazionale.

La maggioranza delle forze della sinistra comunista europea decise quindi di abbandonare quel percorso. Una decisione spesso sofferta e lungamente dibattuta, ma che poté aprire ad una nuova sinistra che si distaccava nettamente dal mondo sovietico e attuava una revisione critica e matura del pensiero marxista fino ad allora dominante. In Italia questo percorso venne esemplificato dalla Svolta della Bolognina, termine con cui si indica il processo politico che dal 12 Novembre 1989, giorno dell’annuncio della svolta a Bologna, al quartiere Navile (ex Bolognina), porterà il 3 Febbraio 1991 allo scioglimento del Partito Comunista Italiano e alla nascita del Partito Democratico della Sinistra: non più marxista, ma socialdemocratico e perfettamente inserito nella famiglia del socialismo europeo (PES).

Se, da un punto di vista teorico, la disputa tra puristi e governisti che aveva lacerato la sinistra per tutto il XIX secolo poteva dirsi pressoché risolta (almeno in Europa) in realtà si apriva un problema più grande: cosa sarebbe stato il nuovo centrosinistra? Su che basi ideali e su che riferimenti politici avrebbe dovuto operare? Quanto avrebbe dovuto incorporare del centro dello schieramento politico?

Non erano domande oziose. Il periodo degli Anni ’80 e degli Anni ’90 è la stagione in cui il neoliberismo ha raggiunto la sua massima forza e la sua più ampia pervasività culturale. Gli Anni ’80 sono il periodo del forte Governo di Margaret Tatcher a Londra e di Ronald Reagan a Washington. Le dirigenze delle università più celebri e degli istituti finanziari più famosi aderiscono in gran parte alla loro visione, così come la maggioranza della classe dirigente industriale e politica dei Paesi occidentali. Davanti agli occhi dei cittadini dell’epoca il neoliberismo è il grande vincitore dello scontro tra due mondi e due culture: il marxismo è morto, l’Unione Sovietica è caduta, l’Ordine di Jalta è tramontato, i due blocchi hanno cessato di esistere, la Germania è stata riunificata e la NATO amplia la sua influenza verso Est incorporando nelle proprie fila Paesi precedentemente membri del Patto di Varsavia.

Gran parte della dirigenza della sinistra socialdemocratica europea, ben consapevole di quanto stava avvenendo, inaugurò la stagione del centrosinistra, ovvero di quella collaborazione strutturale fra soggetti politici che provenivano da culture diverse ma che condividevano un progetto di riforme e di governo, su valori comuni, ma slegato dalle visioni dogmatiche o dai rigidi impianti ideologici che avevano costituito l’ossatura dei partiti del secolo breve. Tutti gli elementi di pensiero che sembravano utopistici, difficilmente realizzabili o troppo radicali vennero abbandonati. Nella trasformazione della propria natura e delle proprie posizioni i nuovi soggetti politici attuarono un ampio quadro di modernizzazione, superando il riferimento tradizionale alle classi sociali, al mondo operaio e in generale la critica al mondo capitalista e borghese. La nuova parola d’ordine era di rivolgersi a tutti, di aprirsi al mondo borghese e generalmente a tutti coloro che condividevano dei principi generali anche delle tradizioni culturali laiche, di quelle cattoliche o di quelle ecologiste. Nasceva quindi una nuova realtà, molto meno strutturata, più varia, più inclusiva, caratterizzata da un’apertura al progresso e da una pluralità di idee e di forme di partecipazione che prima era sconosciuta.

 

  • IL PROBLEMA DELL’ASSIMILAZIONE CULTURALE E LA REAZIONE

third-wayLa fine della radicale contestazione del pensiero economico e culturale liberista, oltre alla mancanza di uno stimolo e di una forza propulsiva esterna collocata alla propria sinistra, portò la maggioranza della classe dirigente del nuovo centrosinistra a smettere di elaborare una cultura politica alternativa. Si decise che era più semplice e di più facile comunicazione assumere in toto l’impianto culturale liberaldemocratico che aveva prevalso nel decennio precedente nel campo del centrodestra occidentale, limitandosi a mitigarne gli aspetti più lesivi dell’eguaglianza socio-economica e sostituendo le rivendicazioni sociali ed economiche dei decenni precedenti con rivendicazioni sui diritti civili e sui temi ambientali.

Dal centrosinistra nacque così una nuova corrente di pensiero, centrista, che prendeva il nome di Third Way (trad: Terza Via) allo scopo di creare una nuova forma di capitalismo che rappresentasse una via di mezzo fra il centrosinistra di cultura socialdemocratica e il centrodestra di cultura liberista. I maggiori esponenti di questa cultura furono Tony Blair, in Inghilterra, e Bill Clinton negli Stati Uniti rapidamente imitati da leader (o aspiranti tali) in tutti i Paesi occidentali.

Con l’inizio del XXI secolo molte formazioni politiche che, pur avendo avuto una storia precedente collocata nel centrosinistra hanno aderito alla Terza Via, hanno formato grandi coalizioni con partiti di centrodestra. È il caso della Germania, dell’Italia, della Grecia, della Spagna e di molti Paesi europei. Col tempo questo fattore, unito alla mancanza di sviluppo di una cultura politica autonoma ad eccezione della difesa dell’ambiente e della promozione dei diritti civili, ha portato ad una vera e propria assimilazione culturale i partiti del centrosinistra. Assimilazione che non ha permesso, agli occhi del loro elettorato di riferimento, di cogliere una reale differenza politica dai partiti di centrodestra a cui si erano contrapposti per gran parte del secolo precedente.

Con il sopraggiungere della crisi finanziaria globale (20072008), delle fasi di recessione e di stagnazione che ne sono derivate, e del conseguente impoverimento dei ceti sociali medio-bassi le risposte politiche delle grandi alleanze di centro si sono rivelate insufficienti e inadeguate. Dopo dieci anni dallo scoppio della crisi i problemi aperti non sono ancora stati risolti, il divario sociale e le disuguaglianze economiche sono aumentate, e gli squilibri fra la domanda e l’offerta nel mercato globale sono ancora gravi e profondi. Nell’ultimo decennio il consenso generato dalle Terze Vie si è rivelato effimero, a seguito dell’inadeguatezza a risolvere i problemi popolari gli elettori si sono rivolti a soluzioni più radicali sia a destra che a sinistra.

Osservando il quadro occidentale, si nota l’ascesa di posizioni politiche che si consideravano sull’orlo dell’estinzione fino a un decennio fa: il movimento di Bernie Sanders negli USA, dichiaratamente socialdemocratico nel Paese storicamente alfiere mondiale del neoliberismo, Jeremy Corbyn alla guida del Labour Party nel Regno Unito, l’ascesa di SYRIZA in Grecia e di Podemos in Spagna intercettano il bisogno diffuso di sicurezza economica e di risposte credibili da parte dei ceti medio-bassi che hanno subito maggiormente la crisi finanziaria globale. Si nota anche che dove non esiste una sinistra forte e credibile, che sia in grado di assorbire l’indignazione popolare verso l’establishment, e dove non c’è una risposta adeguata alla ribellione dei ceti medio-bassi contro il neoliberismo, allora la protesta viene assorbita dalla destra. È questo il caso del rafforzamento dei movimenti nazionalisti in Francia, in Italia, in Polonia, in Ungheria e in Germania.

Il trend generale appare chiaro: esistono delle esigenze economiche e sociali da parte dei cittadini dei Paesi occidentali che non trovano attualmente risposte adeguate. La perdita del potere d’acquisto, la precarizzazione delle condizioni di lavoro, lo sfruttamento, l’indebolimento del diritto allo studio, la mancanza di tutele forti per impostare un progetto di vita generano paura, rabbia e sconforto nell’elettorato. Elettorato che si allontana dalla cultura della classe dirigente che ha governato l’ultimo ventennio e che cerca risposte percorrendo vie nuove (o vie vecchie che si ripresentano in nuove forme, com’è il caso del ritorno dei nazionalismi).

I prossimi anni ci sapranno dire se la sinistra tornerà in grado di difendere i lavoratori, creare lavoro, tutelare le fasce più deboli della popolazione e rispondere a quel bisogno di equità diffuso, oppure se si rivelerà inadeguata al proprio compito storico e se vedremo quindi incrinarsi l’ordinamento liberal-democratico che ha mantenuto la pace in Occidente per gli ultimi settant’anni.

 

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About Walter Rapetti

REDATTORE | Classe 1987, genovese. Laureato magistrale in Storia, possiede un master in Pubblica Amministrazione. Ha la brutta abitudine di occuparsi di politica, in particolare europea e internazionale, e di andare a caccia di guai facendola talvolta in prima persona. Tuttavia, rimane un umano grazie ai suoi interessi: storia, antropologia, natura, innovazione tecnologica condite da "nerdosità" quali LEGO e giochi di ruolo.

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