Britain's Prime Minister Theresa May leaves Number 10 Downing Street in London, Britain January 24, 2017. REUTERS/Stefan Wermuth     TPX IMAGES OF THE DAY - RTSX4R2

La Scozia, la Brexit e un grilletto

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Nicola Sturgeon MSP, Deputy First Minister and SNP deputy leader in Aberdeen. Picture by JIM IRVINE 26-8-14
Nicola Sturgeon (1970) è una politica scozzese, Primo Ministro della Scozia e leader dello Scottish National Party dal 2014

Dopo il referendum del 23 Giugno sulla Brexit, nel Regno Unito non sembrava essere successo granché. La Scozia, rappresentata dal Prime Minister Nicola Sturgeon, ha segnalato il proprio disappunto manifestando la volontà di non seguire i destini del resto dell’UK e di rimanere parte dell’Unione Europea. In seguito si è fatto un gran parlare della Brexit, ma nessuno ha avuto il coraggio di proporre uno progetto sui contenuti e sulle modalità del Leave, l’uscita dall’Europa. Del resto «Brexit means Brexit» è la sibillina formula coniata dalla Premier Theresa May che ha fatto il giro dei tabloid e dei talk-show britannici, che l’hanno declinata in infinite battute e tormentoni negli ultimi mesi.

Da qualche settimana, invece, il processo sembra aver subito una decisa accelerazione. La formula «trigger article 50» ha conquistato le prime pagine dei giornali quando il 1° Febbraio il Parlamento ha votato per “innescare” l’articolo 50 per l’uscita dall’UE: la May ha ottenuto pieno mandato a trattare, anche se non è ancora dato sapere in che modo si muoverà. Da notare che «trigger» in inglese vuol dire anche «grilletto», proprio quello che si tira quando si spara un colpo di pistola. Ebbene, l’impressione qui in Scozia è proprio questa: come nella roulette russa, uno si punta una pistola alla tempia tira il grilletto, ma spera che non ci sia il proiettile nel tamburo.

Proprio in questi giorni, poi, si è verificato un altro colpo di scena sul fronte Brexit. La House of Lords, la Camera Alta dei Lord, ha battuto per ben due volte il Governo May, prima chiedendo che i diritti dei tre milioni di europei residenti siano salvaguardati e poi chiedendo che la ratifica finale dell’uscita avvenga in Parlamento, sottoponendo quindi anche l’accordo finale al voto dell’aula. Si tratta di due sonori scapaccioni alla May, che però – in virtù del maggiore peso istituzionale della Camera dei Comuni, dove i conservatori hanno maggioranza assoluta – pensa di spuntarla egualmente. Sta di fatto che la Brexit compie, in poche settimane, un passo in avanti e due indietro.

Gli scozzesi che non avevano preso bene il risultato del referendum, avendo votato quasi al 70% per il Remain, si vedono costretti a fare le valige dall’Europa per tornare ad essere sotto il rinnovato controllo di Londra e di Sua Maestà, cosa che a loro non è mai piaciuta. Poco meno di tre anni fa, infatti, hanno provato a lasciare il Regno Unito tramite un referendum e vinto per poco dagli unionisti. Allora pesò il fatto che la Scozia, sia nell’UK che nell’UE, sarebbe stata meglio che indipendente ma fuori da entrambe. Ora che invece si prospetta l’uscita dall’Unione, Nicola Sturgeon promette un altro referendum per liberarsi da Londra e rimanere nel mercato unico. Ma una Scozia indipendente dovrebbe fronteggiare non pochi problemi, dovendo sostenere da sola un debito pubblico più alto di quello degli altri tre devolved countries del Regno Unito, dover inventare da zero una divisa fuori dal pound e quindi a rischio di svalutazione, dover rescindere legami economici, produttivi, culturali e affettivi con l’UK. Restare nel Regno Unito e rinunciare all’indipendenza però, oltre che svegliare i mal di pancia degli scozzesi da sempre rumorosi, significherebbe in effetti essere tagliati fuori dal mercato unico e seguire i destini incertissimi di Londra. A poco serviranno le deregulation che i Tories promettono per ospitare società tartassate dall’oneroso fisco europeo per trasformare l’UK in una piazza d’affari offshore. Con chi commerciare? Quali prodotti importare una volta fuori del mercato unico? Quelli americani? Quelli cinesi? Il Regno Unito da solo, contro colossi del genere, è spacciato e la piccola Scozia sarebbe quindi condannata a un destino gramo.

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Il risultato del referendum sulla Brexit in ogni Nazione costitutiva del Regno Unito – 23 Giugno 2016

Qualcuno propone di attivare accordi particolari con la Svizzera e la Norvegia che non sono mai entrate nell’Unione, ma da questa sono considerati partner preferenziali. Quindi uscire dall’Europa e rifare una cosa simile all’Unione con i suoi partner esterni? Ma rinunciare ad un mercato di 500 milioni di persone per entrare in un mercatino dove si vendono solo cioccolata, orologi a cucù e salmone affumicato, non sembra un affarone. La questione scozzese, fomentata dal tradizionale nazionalismo in kilt, non si inquadra se non si tiene in conto delle centinaia di variabili della situazione. La più pesante delle quali è sicuramente la questione nord-irlandese.

Grazie all’Unione europea si è chetato l’annoso e sanguinoso conflitto nord-irlandese: l’abolizione del confine tra le due Irlande ha di fatto sedato qualsiasi pretesa dei filo-repubblicani e qualsiasi timore degli unionisti e orangisti. Ma con l’uscita dall’UE quel confine tornerà a segnare una frontiera e finirà quindi l’osmosi che ha permesso a uomini e capitali di muoversi liberamente tra Nord e Sud. Si potrebbe quindi riaccendere il conflitto, come è subito apparso dopo l’esito del referendum che anche in Irlanda del Nord è stato decisamente a favore del Remain. I risultati delle elezioni della settimana scorsa, inoltre, hanno visto la prevalenza di un solo seggio (ventotto a ventisette) del Democratic Unionist Party (DUP, trad: Partito Unionista Democratico) sul partito indipendentista, lo Sinn Féin (trad: Noi stessi o Solo noi altri) filo-repubblicano, che ha ottenuto quindi un risultato elettorale molto lusinghiero. Entrambi dovranno trovare un accordo per formare il Governo entro tre settimane, altrimenti l’Irlanda del Nord tornerà sotto il diretto controllo di Londra, secondo l’Accordo del Venerdì Santo del 1998. Come si vede, dunque, i fronti si moltiplicano.

Ci si chiede, quindi, se il Regno Unito continuerà a perseguire con determinazione l’obiettivo di uscire dall’UE, senza avere la certezza di nessun beneficio a breve termine ma, anzi, sapendo per certo che sarà esclusa dal mercato unico e che dovrà subire le tempeste del commercio mondiale, senza avere nessun paracadute. Tutto questo a rischio di perdere due devoluted countries, Irlanda del Nord e Scozia, che nei contraccolpi dell’uscita dall’Europa potrebbero convogliare il malcontento uscendosene a loro volta dal Regno Unito o per lo meno creando grosse turbolenze. Questa ed altre pacate riflessioni Tony Blair ha espresso in un recente discorso. L’ex Primo Ministro – di origini scozzesi – fa notare alcuni dati di fatto, sui quali il dibattito sulla Brexit non sembra essersi soffermato. Sia l’attuale Premier Theresa May che il Cancelliere per lo scacchiere (cioè come qui si chiama il Ministro delle Finanze), Philip Hammond nove mesi fa dichiaravano che l’uscita dall’UE sarebbe stata una sciagura, mentre adesso sembrano i sostenitori più entusiasti della Brexit. Su quali dati economici certi si basa il loro cambiamento radicale di opinione?

La verità è che nessuno ha certezze su questo, anzi, l’uscita dal mercato unico si profila come un disastro economico, e già ora la debolezza della sterlina, destinata a precipitare, sembra darne avviso. Il Regno Unito intrattiene i 2/3 dei suoi scambi commerciali con l’UE e con gli Stati che da essa sono considerati partner preferenziali. Una volta abbandonato il mercato unico, nessuno dubita che gli accordi che il Regno Unito negozierà con l’UE saranno ben più svantaggiosi di quelli ora vigenti. Chi propone l’uscita, quindi, quali dati ha per dire che il Regno Unito se ne avvantaggerà? Nessuno, assolutamente nessuno. Si tratta di un salto nel buio, questo è chiaro. Ma allora perché mettere al rischio la stabilità di una Paese che ora gode di una relativa stabilità economica? Blair rimane una voce isolata per ora, anche perché paga lo scotto dell’impopolarità dovuta al suo precedente mandato di Prime Minister, in particolare per la storia dei falsi dossier sull’Iraq che portarono all’intervento armato. Ma anche nel suo partito, ora guidato dal socialista Jeremy Corbyn, l’ex Premier – fautore di una svolta liberista – non è molto amato.

In tutto questo bailamme di posizioni diverse e di incognite, la prossima mossa sta alla May: colei che dovrebbe finalmente scoprire le carte e rivelare quali sono i termini della trattativa con gli ex partner dell’Unione.

È lei ora ad aver infilato il dito nel grilletto.

 

UK and European flag together

 

 


 

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