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La Russia e il fantasma dell’Impero sovietico

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo
La timeline aggiornata della “crisi” Ucraina http://ukraine.csis.org/kyiv.htm#0
La timeline aggiornata della “crisi” ucraina

A Novembre 2013, Viktor Yanukovych decise di interrompere i preparativi per l’accordo di associazione con l’Unione Europea e di iniziare un dialogo con Mosca sulla possibilità di entrare a far parte dell’Unione Doganale Eurasiatica insieme a Russia, Kazakistan e Bielorussia.

A tre anni di distanza da quella decisione che portò migliaia di persone a protestare, che decretò la fine del Governo Yanukovych, che generò aperte tensioni tra le diverse identità del Paese e che sfociò in una guerra ibrida nell’Est, la situazione in Ucraina rimane stabile nella sua violenta instabilità, con un occidente che resta inerme a guardare e una Russia che continua il suo processo di integrazione eurasiatica. Ma che cos’è questo progetto eurasiatico? Un tentativo aggressivo di ricostruire l’Impero sovietico oppure un tentativo di difendersi da un mondo multipolare in cui la Russia si ritrova con un’economia fragile e una ferita nell’orgoglio?

I membri che ad oggi fanno parte dell’Unione Economica Euroasiatica. Fanno parte anche del CIS e dell’OTSC.
I membri che ad oggi fanno parte dell’Unione Economica Euroasiatica. Fanno parte anche del CIS e dell’OTSC

L’idea di un’integrazione regionale nell’Eurasia post-sovietica esiste fin dalla dissoluzione della stessa Unione Sovietica, che portò alla creazione di quindici nuovi Stati. Il primo tentativo potrebbe essere ricondotto alla creazione del Commonwealth degli Stati Indipendenti (CSI) nel 1991, un’organizzazione intergovernativa che non prende decisioni vincolanti. Parallelamente, il Trattato di Sicurezza Collettiva (TSC) istituiva nel 1992 un’alleanza difensiva col potere di precludere agli stati membri la possibilità di far parte di altre organizzazioni militari. Il contributo maggiore di queste due organizzazioni è stato quello di mitigare gli effetti del collasso dell’URSS.

Tuttavia, sembra che mancasse un vero impegno nel processo di integrazione, come dimostrerebbe il fatto che ci vollero dieci anni per firmare il primo trattato di scambio preferenziale nella regione nel 2001, nonostante i legami economici, sociali e culturali fossero allora molto più forti di oggi. È solo nel 2009 che si compie il primo vero step verso l’integrazione economica con la creazione dell’Unione Doganale Eurasiatica, seguita dall’istituzione dell’Unione Economica Euroasiatica nel 2014.

L’annessione della Crimea alla Russia è avvenuta il 18 marzo 2014 dopo un plebiscito della popolazione a favore che è stato molto contestato dalla comunità internazionale – leggi Occidente (noi ne abbiamo parlato qui http://www.lavocedelgattopardo.com/crisi-crimeana-lamerica-russia/). Il 14 novembre 2016, la Corte Penale Internazionale ha rilasciato un verdetto: l’annessione è occupazione, illegale dal punto di vista internazionale. In tutta risposta, la Russia ha annunciato il suo ritiro dalla corte (https://www.theguardian.com/world/2016/nov/16/russia-withdraws-signature-from-international-criminal-court-statute).
L’annessione della Crimea alla Russia è avvenuta il 18 Marzo 2014 dopo un plebiscito della popolazione a favore che è stato molto contestato dalla comunità internazionale – leggi Occidente (noi ne abbiamo parlato qui).
Il 14 Novembre 2016, la Corte Penale Internazionale ha rilasciato un verdetto: l’annessione è occupazione, illegale dal punto di vista internazionale.
In tutta risposta, la Russia ha annunciato il suo ritiro dalla corte

Il rinvigorito tentativo di integrazione nella regione aveva suscitato in alcuni il timore che nascondesse il desiderio di ri-sovietizzazione. Queste paure erano rafforzate dal clima interno alla Russia, sempre più caratterizzato dalla censura delle voci discordi e dalla scomparsa dei dissidenti. Tuttavia, l’annessione russa della Crimea colse tutti di sorpresa, costringendo Stati Uniti ed Europa a riconsiderare il proprio approccio e la propria retorica verso la Russia. Infatti, l’occupazione avrebbe portato alla luce una latente aggressività e un desiderio di riesumare l’Impero sovietico: nonostante la volontà occidentale di accoglierla e di creare una partnership speciale, il carattere sovietico della Russia non sparisce, neanche dopo il crollo del muro di Berlino. In questo contesto, il sogno eurasiatico è una maschera per nascondere giochi di potere, il cui scopo ultimo è quello di distrarre la popolazione dalla situazione politica interna giocando la carta nazionalistica.

Questa spiegazione ha sicuramente il suo fascino, grazie a quel gusto che fa molto Guerra Fredda. Avere un nemico conosciuto è rassicurante. E l’involuzione della politica russa verso un approccio sempre più autoritario contribuisce a rafforzare la convizione che niente sia cambiato. Ciononostante, questa è una chiave analitica che permette di comprendere solo parzialmente gli interessi euroasiatici della Russia.

Innanzitutto, se Vladimir Putin avesse voluto dare nuova vita alla Grande Russia, le sue intenzioni sarebbero in qualche modo trapelate prima del 22 Febbraio 2014. Molti racconti sottolineano come la strategia russa in Crimea non fosse premeditata, piuttosto quasi una reazione impulsiva agli eventi. Gli stessi leader europei promuovevano l’espansione dell’Unione Europea e della NATO perché ritenevano improbabile una risposta aggressiva. Infatti, le negoziazioni dell’accordo di associazione erano durate a lungo e, nonostante fosse chiaro il dissenso russo, niente faceva supporre che la Russia fosse pronta alla guerra.

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Vladimir Putin (1952) è stato Primo Ministro della Federazione Russa dal 2008 al 2012 e Presidente dal 2000 al 2008, poi dal 2008 al 2012. Nel mondo occidentale gode di grande consenso a causa di una retorica che lo vede come un “leader carismatico” che non si lascia intimidire

Inoltre, quest’approccio non spiega perché sia solo intorno al 2009 che questa spinta verso l’integrazione eurasiatica diventa più evidente. I legami tra questi Stati erano più forti di oggi all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Anche la Russia era più solida nei primi Anni Duemila, quando i prezzi del petrolio erano in continua crescita e stava accumulando un grande surplus nel fondo di stabilizzazione. Se Putin avesse voluto dimostrare la forza russa e riconquistare i territori post-sovietici, quello sarebbe stato un momento più propizio.

Al contrario, è dopo la crisi finanziaria che la Russia inizia a voltarsi verso l’Asia Centrale e nel 2012 – due anni prima dell’accodo di Gazprom con la Cina per le forniture di gas – rende pubblica la strategia pivot to the East, con la quale si apre al resto dell’Asia fino all’Oceano Pacifico.

La crisi del 2008, infatti, aveva dimostrato come la dipendenza russa dall’Occidente si possa facilmente trasformare in fragilità. Dopo la crisi, l’economia russa aveva rallentato la crescita, indicatore della necessità di trovare nuova dinamicità economica. L’approccio regionalista è coerente con i trend globali che, dopo la crisi, vedono le potenze medio-grandi cercare di rafforzare l’impegno regionale per diminuire la dipendenza dai mercati finanziari occidentali, promuovere diversificazione e modernizzazione dell’economia e per diventare più influenti a livello internazionale.

La narrazione di una Nazione umiliata dall’Occidente, che combatte per riprendersi la rivincita, mossa dalla nostalgia per un Impero che ormai non c’è più, è un framework rassicurante in un mondo in cui le sfide alla sicurezza sono sempre più asimmetriche ed imprevedibili. Ed è anche funzionale alla Russia stessa, che viene rappresentata come unico bastione contro l’ipocrisia occidentale. Ma il comportamento russo non è pura eredità dell’Unione Sovietica, ma anche il complesso risultato della politica degli ultimi venticinque anni. E la Guerra Fredda è finita. Russia e Stati Uniti non sono più due poli in grado di organizzare il mondo.

La Russia è fragile e sulla difensiva. E lo è anche l’Occidente.

 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli Studi di Trento, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Risiede attualmente a Londra.

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