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La questione curda e il Rojava

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L’altopiano del Kurdistan, rappresentato in una cartina geopolitica

A cent’anni dagli accordi di Sykes-Picot, con cui Inghilterra e Francia definirono in segreto le loro sfere di influenza in Medio Oriente, quella curda appare ancora oggi una questione incredibilmente complessa. Si inserisce in un contesto già variegato accanto a problematiche altrettanto difficili, come quella palestinese. I curdi sono un popolo indoeuropeo che è stato definito come la più grande Nazione priva di un proprio Stato, internazionalmente riconosciuto. Si parla infatti di 30 milioni di persone che vivono in diversi Stati. Il Kurdistan (Paese dei Curdi) è un altopiano che si compone di territori appartenenti alle più grandi potenze del Medio Oriente, quali la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran. Quello curdo è un popolo che ha subito dure discriminazioni razziali, a tal punto che le autorità governative della Turchia ne hanno negato l’esistenza riferendosi a loro dapprima come <<turchi delle montagne>> e successivamente come <<turchi orientali>>. Sanguinose stragi sono state perpetrate più volte anche da Iran e Iraq al fine di reprimere i movimenti dei curdi organizzati per ottenere un riconoscimento e maggiore autonomia, se non la tanto agognata indipendenza.

Le aspirazioni e le speranze curde sono sfociate nella costituzione di numerose organizzazioni, unità militari e partiti che si distinguono tra loro in modo piuttosto netto per orientamento politico. Ed è proprio ciò che rende difficile capire a fondo la loro realtà, che si presenta infatti con numerosi volti. Da un lato il popolo curdo si caratterizza per una comune aspirazione all’indipendenza o, comunque, ad un Governo territoriale autonomo, anche se privo di sovranità, dall’altro diverse sono le ideologie dai curdi abbracciate e diversi i tentativi di perseguire lo scopo che li accomuna.

In Iran, a seguito della Seconda Guerra Mondiale, dal sogno di uno Stato indipendente sorse la Repubblica di Mahabad, guidata da Qazi Muhammad. L’emergente Stato si dotò di un proprio esercito, tra le cui fila si distinse Mustafa Barzani. Quest’ultimo aveva da poco fondato in Iraq il Partito Democratico curdo (PDK) quando, nel 1946, fu nominato Generale. Qazi fu presto catturato e impiccato e a Barzani fu ordinato di tornare in Iraq. La guerriglia si concluse nel ’74, quando i curdi persero l’appoggio dell’Iraq e Barzani concentrò allora le sue energie nella lotta contro il Governo iracheno. Da allora, in Iran non sono stati fatti significativi passi in avanti ma non tutto fu inutile. Oggi in Iraq i curdi hanno ottenuto dalla Costituzione un importante riconoscimento: è stato istituito il Governo Regionale curdo nel Kurdistan iracheno ed è il figlio di Barzani (Masoud) ad esserne il Presidente, come guida del PDK, che si distingue per la propria moderazione.

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Peshmerga curdi in Iraq

Il PDK è un partito che oscilla tra il centrodestra e il centrosinistra e che riscuote ampio successo tra i curdi. Negli Anni ’90 fu coinvolto in una guerra civile con l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK), un partito curdo di sinistra radicale, ma il conflitto tra le due forze politiche è oggi fortunatamente superato. Il Governo Territoriale curdo in Iraq si avvale di un esercito speciale che si pone accanto a quello regolare. Sono questi i peshmerga (fronte alla morte), combattenti estremamente preparati e stipendiati.

In Turchia, dagli Anni ’80 è il Partito dei Lavoratori curdi (PKK) a portare avanti una sanguinosa lotta con il Governo, ricorrendo spesso ad attentati contro le autorità e le istituzioni, che però finiscono col coinvolgere i civili. Per questo motivo si tratta di un partito illegale. La sua ideologia è di matrice marxista-leninista, il che lo pone molto vicino alla posizione dell’UPK. Nel 2013 il PKK ha raggiunto una tregua con il Governo del filo-islamico Recep Tayyip Erdoğan, che sfortunatamente si è interrotta due anni più tardi. Abdullah Öcalan, il leader del partito, ha ultimamente rimosso dalla bandiera del PKK la falce e il martello, abbandonando l’ideologia marxista per approdare al confederalismo democratico. La nuova ideologia si basa su principi di uguaglianza, anti-capitalismo e ambientalismo, ma parrebbe essere più moderata.

In Siria la guerra civile scoppiata nel 2012 ha invece permesso ai curdi di darsi un’organizzazione indipendente nella regione settentrionale. Questo Stato, internazionalmente privo di riconoscimento, ha preso il nome di Rojava. Da allora i curdi si sono costantemente impegnati nella guerriglia contro l’ISIS, anche con l’appoggio delle forze occidentali e dei peshmerga iracheni. Sono inoltre riusciti a riconquistare la città di Kobane, che si trova al confine con la Turchia. Erdoğan guarda perciò con timore a questo Stato de facto, ritenendo che il partito che lo guida sia una cellula del PKK medesimo. In realtà, la situazione è differente da come i media turchi la dipingono: è il Partito dell’Unione Democratica (PYD) ad esserne la guida e, sebbene vi siano nette affinità ideologiche con il PKK, si tratta di partiti distinti e indipendenti l’uno dall’altro.

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Le donne dell’Unità di Protezione Popolare (YPG)

Il Rojava si è dotato di un efficiente apparato militare, l’Unità di Protezione Popolare (YGP). Si tratta di un esercito composto da uomini e donne curdi, ma anche arabi e armeni, il cui scopo è proteggere il popolo da qualunque minaccia esterna. Al suo interno si distingue l’unità di difesa delle donne, il cui scopo è quello di proteggerle da violenze domiciliari e abusi sessuali. La parità di genere è un risultato sbalorditivo in una regione dove la donna è da sempre sottomessa all’uomo.

Il Rojava rappresenta la prima concretizzazione del sogno curdo, nonostante sia privo di riconoscimento. A riguardo, va detto che il diritto internazionale stabilisce che sia Stato quell’istituzione espressione di una comunità politica, dotata di un Governo e di un territorio. La qualità di Stato si acquisterebbe una volta soddisfatti questi requisiti ma spesso il riconoscimento dipende piuttosto dalla volontà degli altri Stati e, dunque, dai loro interessi politici. Il popolo ha proceduto con l’approvazione di una Costituzione, ossia la Carta del Contratto Sociale. La Costituzione è infatti definita come l’accordo finalizzato alla vita associata e pacifica di curdi, arabi, ceceni, assiri. Delinea un sistema di Governo democratico – al passo con quelli occidentali – basato sul bilanciamento dei poteri e sulla rappresentanza del popolo. Vi sarebbe dunque un territorio, quello della Siria settentrionale/Kurdistan occidentale; un Governo, quello costituito in base alla Carta del Contratto Sociale; una comunità politica unitariamente intesa. La questione però è più complessa, perché questo territorio fa parte di uno Stato già esistente – quello siriano – e la Corte Internazionale di Giustizia ritiene che il diritto alla secessione (diritto all’autodeterminazione esterna come ultimo rimedio) possa essere esercitato da parte di una minoranza etnica solo se impossibilitata a partecipare alla vita politica dello Stato e ad ottenere qualsivoglia tipo di autonomia. Il principio di autodeterminazione dei popoli si contempera con l’esigenza di integrità del territorio. E così la problematica si complica perché, dato il caos odierno, è difficile parlare di integrità territoriale dello Stato siriano.

E’ in ogni caso fuor di dubbio che il Rojava costituisca una novità significativa e che potrebbe trattarsi di una svolta decisiva per la questione curda. Una problematica sviluppatasi per decadi e ancora irrisolta, difficile da capire perché caratterizzata da sottili ma significative sfumature.

Una problematica a cui dovremmo prestare maggiore attenzione e a cui l’Occidente dovrebbe guardare con maggiore curiosità.

 

 

 


 

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About Federico Sensi

REDATTORE | Classe 1996, pugliese. Studente di Giurisprudenza presso LUISS "Guido Carli" di Roma. È appassionato di politica, storia, Medio Oriente, Diritto Costituzionale e Commerciale. Nel tempo libero coltiva anche la passione per il motociclismo e la lettura.

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