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La Palestina in STATO di stallo: a quando un riconoscimento?

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Uno degli appelli di Amnesty International a sostegno della popolazione di Gaza
Uno degli appelli di Amnesty International a sostegno della popolazione di Gaza

Il mio primo articolo del 2015 voglio che parli della Palestina. O per lo meno, cercherò di descrivere quello che è accaduto e che sta accadendo  in quelle che a catechismo mi hanno descritto come terre sacre e che da quando i mass media più importanti hanno smesso di puntare le loro telecamere per concentrarsi su obiettivi più caldi (Isis, le elezioni di metà mandato negli USA, Renzi e il suo show quotidiano).  Ma se fossimo onesti con noi stessi  è dal 1967, o forse anche anni prima corrispondenti alla nascita dello Stato di Israele (1948), che la Palestina è un obiettivo caldo. Però dei carri armati israeliani, dei loro muri di divisione e di segregazione, delle loro politiche espansionistiche mai riconosciute come tali dalla maggior parte dei Paesi che hanno firmato la Carta della Nazioni Unite, che dichiara tra i suoi principi fondamentali l’autodeterminazione dei popoli.  Quando l’8 Luglio 2014 Israele lanciò la sua offensiva (l’ennesima) contro i palestinesi  presenti  in Cisgiordania e lungo la Striscia di Gaza  la scusa era quella di vendicare l’uccisione dei tre ragazzi israeliani, rapiti e uccisi pochi giorni prima da qualcuno che aveva il male dentro, ma questo non significa che fosse un “terrorista palestinese”, altrimenti come dovremmo etichettare gli estremisti israeliani che hanno usato e usano la forza contro i palestinesi? Ai loro funerali, Benjamin Netanyahu aveva promesso ai familiari delle vittime “una risposta israeliana”. I razzi e l’esercito israeliano sono piombati sui territori palestinesi, distruggendo case, scuole, moschee, spezzando le vite di famiglie e di persone  inermi, che mai hanno impugnato un’arma. Secondo Netanyahu, in ogni casa bombardata, in ogni quartiere devastato si nascondevano membri del gruppo di Hamas, quindi dei  pericolosissimi terroristi. Certo, i bambini che erano per le strade a giocare o stavano aiutando le loro mamme a preparare il pranzo avevano tutta l’aria di cospirare contro il potere occupante e di rappresentare una seria minaccia per la sicurezza interna di un Paese che ha più armi e servizi segreti di un film di James Bond.

La reazione dei palestinesi c’è stata, si sono difesi  con le unghie e con i denti , hanno chiesto che l’Onu inviasse degli ispettori per vedere con i propri occhi i crimini di guerra di cui il governo israeliano si era macchiato. Ma il Palazzo di Vetro è rimasto a guardare. La risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza per investigare sulla guerra scoppiata a Gaza è stata respinta perché gli Stati Uniti hanno posto il veto.  La dura legge di regole che privilegiano gli interessi dei più forti e Israele è fortunato, può e potrà contare sempre sugli amici statunitensi che in nome di interessi geostrategici chiudono gli occhi sui massacri e sulle palesi violazioni dei diritti umani perpetrati dagli israeliani. E l’impunità per i crimini di guerra commessi palesemente nei trascorsi precedenti (ad esempio: la seconda Intifada) ha letteralmente autorizzato Israele a sferrare attacchi a destra e a manca. Secondo alcuni dati forniti da Amnesty International, circa 137 scuole, tra cui gli edifici scolastici dell’Unrwa (United Nations for Relief and Work Agency), sono state distrutte nella Striscia di Gaza, circa 23 le strutture mediche bombardate, per non parlare dei sistemi idrici ed igienici gravemente danneggiati dai lanci di raggi israeliani. Quando il 26 Agosto è ufficialmente terminato il conflitto, sul terreno di guerra sono rimasti oltre 1800 morti palestinesi, oltre 9400 feriti, le cui cure  sono state spesso messe a dura prova dalle precarie condizioni degli ospedali (anche i medici ora sono diventati terroristi perché tentano di salvare delle vite o far nascere bambini che hanno del potenziale per diventare dei guerrafondai) duramente colpiti durate questa ennesima guerra, circa 70 i morti israeliani, circa 485.000 i profughi interni palestinesi. I palestinesi sono stati costretti a camminare sulle macerie dei luoghi  della loro quotidianità, ma c’è di più: nonostante la fine ufficiale di ogni ostilità il governo israeliano  ha imposto alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania controlli ai posti di blocco lungo il confine, sono i soldati israeliani a decidere cosa e chi deve o non deve entrare, poco importa se sono medici volontari che vogliono prestare aiuto ai loro colleghi nel curare i feriti gravi o se sono viveri di prima necessità, sono mesi che i palestinesi bevono acqua poco salubre, ma che importa, se sono terroristi sono abituati a tollerare condizioni ancora più dure, no?

Ma qualcosa sta cambiando dall’ultimo scontro tra Israele e Palestina. L’opinione pubblica israeliana si sta dimostrando sempre più critica nei confronti del suo governo, il numero degli studenti che si rifiuta di prestare servizio militare  è in aumento, si invoca la fine di una politica colonialista e violenta. Voci autorevoli come David Grossman, Amos Oz  e Abraham Yehoshua hanno firmato la petizione per il riconoscimento dello Stato della Palestina e hanno rivolto un accorato appello all’Unione Europea affinché faccia altrettanto, ma con un atto ufficiale.

E qualcosa si è mosso anche all’interno del nostro continente. La Svezia ha riconosciuto lo Stato palestinese, applicando semplicemente i valori morali e le norme sancite dal diritto internazionale in merito al riconoscimento di uno Stato (rispetto dei principi inderogabili, un popolo, un apparato burocratico, mentre su un territorio ben definito… work in progress!), mentre i parlamenti britannico, portoghese, francese, irlandese, belga e danese hanno votato in maniera simbolica a favore della Palestina (il MoVimento 5 Stelle ha presentato in Parlamento un testo di legge a favore del riconoscimento palestinese, ma a quanto pare è stato ignorato). Israele è diventato verde di rabbia stile Hulk, è andato a piagnucolare dalla sua mamma statunitense (l’unica a porre ancora un veto contro il riconoscimento della Palestina) e ha minacciato gravi ritorsioni contro  gli abitanti di Gaza e dintorni come se prima avesse solo giocato a palla avvelenata contro di loro.  Il Ministro degli Esteri dell’Anp Riyad Al Maliki si è dimostrato soddisfatto di queste decisioni politiche e afferma che il riconoscimento dello Stato palestinese è l’unica speranza che possa portare ad un autentico dialogo di pace con Israele.

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Abu Mazen mostra all’Assemblea Generale Onu la lettera di richiesta di riconoscimento dello Stato Palestinese

Il 17 Dicembre il Parlamento Europeo ha approvato con ampia maggioranza una risoluzione in cui si sostiene il riconoscimento dello Stato Palestinese  sulla base dei confini del 1967, con capitale Gerusalemme, che continuerà ad essere capitale dello Stato israeliano, auspicando la ripresa dei colloqui di pace. Il Tribunale europeo ha anche messo in discussione lo status di gruppo terrorista di Hamas, adducendo delle “influenze date dalle circostanze del momento” che portarono nel 2001 il suo inserimento nella lista nera dell’UE.  La risoluzione, promossa dalla Francia e frutto delle proposte dell’Anp, è stata presentata al Consiglio di Sicurezza  e prevede  anche la fine dell’occupazione israeliana della Cisgiordania entro il 2017. Com’era prevedibile gli USA hanno posto il veto. Bastava solo un voto perché il testo passasse. C’è tanta amarezza tra chi aveva sperato in una svolta storica, ma il segnale a Israele e a chi supporta la sua politica colonialista è stato lanciato e la mossa successiva è stata fatta.

Circa una settimana fa Abu Mazen ha firmato lo Statuto di Roma per entrare a far parte della Corte Penale Internazionale, l’obiettivo è quello di portare davanti ad un giudice per i crimini di guerra commessi a Gaza. Israele si è da sempre rifiutata di aderire alla Cpi e ai meccanismi del diritto internazionale che puniscono chi si è macchiato di crimini contro l’umanità. Magari in quel “chi” si sente altamente chiamata in causa non solo per le barbarie verso i palestinesi, ma anche per aver sottoposto i suoi stessi cittadini al costante pericolo di essere colpiti da razzi, mettendo così in secondo piano la loro sicurezza.

Non so quando e se arriverà il momento per la Palestina di vedersi riconosciuta come uno Stato indipendente e non so se Israele sarà mai pronta per sedersi al tavolo di pace perché ci crede veramente e non per rivolgere al suo interlocutore  minacce e ritorsioni. Ma so per certo che la Palestina c’è, è viva e ha bisogno del nostro sostegno per continuare la sua lotta di Stato.

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

3 pensieri su “La Palestina in STATO di stallo: a quando un riconoscimento?

  1. Caro giovane (o meno giovane) Mike,

    II suo commento è colmo di una tale frustrazione, arricchito da una totale presenza di bigottismo ed analisi iper-soggettiva (quindi errata, come tutte le estremizzazioni) degli eventi realmente accaduti. Ad esempio, la nostra Redattrice ha ben specificato come la morte dei tre ragazzi si sia trattata di una “scusa” mediatica; soltanto uno stolto (o analfabeta, decida lei quale sia il più congeniale) avrebbe tralasciato una simile ovvietà (specificata, tra l’altro). Caro giovane “commentatore”, lei omettendo educazione e cultura, promulgando critiche di cartapesta e teorie avulse, vorrebbe spedirci qualche razzo dalla sua cameretta, buia e solitaria. Mentre lei è impegnato a scrivere castronerie, l’opinione pubblica (nonché gli Organi internazionali e la nostra Redazione) conosce bene la situazione del Middle East ed è conscia del fatto che Israele ha violato i confini previsti dalla Risoluzione 181, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che prevedeva, tra l’altro, la costituzione di due Stati indipendenti. Ma forse lei era impegnato a fare altro, piuttosto che dare esamini all’Università. Le suggerisco di informarsi meglio per i prossimi commenti, o non arriverà alla “soglia di merito” (argomentativo ed educativo) per un mezzo d’informazione come “La Voce del Gattopardo”. Abituato a rispondere ed a dire le cose come stanno, mettendoci la faccia e non con uno stupido nickname.

    Cordiali Saluti

  2. Cara giovane “giornalista”,

    Il suo articolo è colmo di un tale pregiudizio, arricchito da una totale assenza di imparzialità ed analisi oggettiva degli eventi realmente accaduti. Ad esempio, causa scatenante del conflitto sarebbe “solo” la morte dei tre ragazzi? Cara giovane “giornalista”, lei omettendo le centinaia, ed in seguito al conflitto migliaia, di razzi lanciati dalla Striscia di Gaza verso le città Israeliane adiacenti, si rende automaticamente un’opinionista di parte, e non una giornalista. Gia’ un mese prima del conflitto centinaia di razzi erano stati lanciati, ma l’opinione pubblica, come spesso avviene, non se ne curò fin quando non arrivò la risposta di Israele. Ma lei magari era troppo impegnata a dare i suoi esamini di Scienze Politiche. Le Suggerisco di informarsi meglio per i prossimi articoli, o non arriverà a scrivere per un mezzo d’informazione tanto meglio de “la Voce del Gattopardo.”

    Cordiali Saluti

    1. Caro Mike,
      Le risponderò dal mio “basso livello di ignoranza”, su cui ha basato la sua specie di critica. Le fonti del mio articolo partono da evidenti fatti che solo un cieco cieco si ostinerebbe a non vedere. Le mie fonti partono dai moniti di gente ben competente e imparziale come Amnesty International, Human rights watch, ispettori OSCE, Unicef. Se lei patteggia per Israele, bene, è liberissimo di farlo. Ma in questo blog lasci che io dica la mia consapevole del mio non essere obiettiva. Si ricordi che il giornalismo non sarà mai oggettivo, a tal proposito le citerei giornalisti come Oriana Fallaci, Gramellini, Quirico, che hanno espresso sempre la loro opinione nei loro articoli. Ah, , questoè un blog che vuole dare spazio ai pensieri di chi vi partecipa e lei è liberissimo di commentare, ma non di offendere. Perché un conto è il commento critico e costruttivo, un conto è offendere perché annebbiati da una personale visione del mondo.
      Saluti

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