Dante

La madre di tutte le soap: la “Vita nova” di Dante Alighieri (Prima Parte)

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Dante Alighieri (1265-1321) è universalmente conosciuto come uno dei più grandi poeti della letteratura italiana e mondiale

Ognuno di noi, nel corso della propria carriera scolastica, ha dovuto fare i conti col «Sommo Poeta» Dante Alighieri; ognuno di noi conosce un’opera come la Divina Commedia; alcuni si rammenteranno altri titoli Convivio, Vita nova, De vulgari eloquentia.

Ma qual è l’immagine concreta che ci siamo fatti di Dante? Ogni poeta e scrittore si presta a tipizzazioni, a volte un po’ stereotipate, che s’ispirano alla loro opera creando una fisionomia e un carattere inconfondibili, a volte delle caricature: Gabriele D’Annunzio è l’eterno piacione, il playboy incallito e lussurioso; Giacomo Leopardi il ragazzino sociopatico e bullizzato. E l’immagine di Dante, invece, qual è? Quella del grande poeta profondamente consapevole del proprio talento, tanto da annoverarsi in un gruppo che comprende nientepopodimeno che Virgilio, Orazio, Lucano e Ovidio (delle vere e proprie rockstar della letteratura); quella del politico dalla forte personalità – anche se non ricoprì mai ruoli di primissimo piano – sempre invischiato nelle lotte di fazione del suo tempo (e che le ritorsioni tra guelfi bianchi e guelfi neri, il Partito Democratico e il MoVimento Cinque Stelle del Medioevo, pagò con l’esilio); quella dell’uomo superbo e spocchioso che disprezzava la nuova opulenza fiorentina (salvo innamorarsi della figlia di un mercante e finanziere in odore d’usura, ma si sa, l’amore è cieco), memore della semplicità della città di un tempo.

Certo, Dante fu queste cose tutte insieme, e lui stesso ha contribuito a tramandarci questa immagine di sé. Nella Commedia, per esempio, si autoaccusa del peccato di superbia: non può certo essere un caso, ma non dobbiamo nemmeno prenderlo come un dato storicamente affidabile, come se Dante avesse voluto restituire ai lettori un’immagine veritiera del proprio carattere. I motivi devono senz’altro essere altri e più profondi. Nel Medioevo, in particolare, la superbia era un peccato prettamente nobiliare, l’atteggiamento di chi, in virtù dei propri quarti di nobiltà, consapevole dell’alto lignaggio del proprio albero genealogico, tendeva a guardare il resto del mondo dall’alto in basso, con uno sguardo carico di disprezzo o, nel migliore dei casi, di sufficienza infastidita. Ebbene, senz’altro Dante guardava qualcuno dall’alto in basso: i nuovi ricchi, i parvenu dell’epoca, la «gente nova» che stava facendo la fortuna economica e finanziaria di Firenze con i «subiti guadagni». Li guardava con disprezzo, anche se lui nobile non lo era proprio. È dunque probabile che Dante, di famiglia tutt’altro che aristocratica, anche se non popolare, ci abbia voluto fornire un dato riguardante la propria superbia per mascherare alla bell’e meglio i suoi natali poco illustri.

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Casa natale di Dante, nel cuore del centro storico di Firenze, oggi sede di un museo dedicato al poeta

Bene, ora che abbiamo ben presente questo bel tipo (che a qualcuno potrebbe anche non rimanere troppo simpatico), dimentichiamocelo subito. In questo articolo parleremo di un altro Dante, del Dante ragazzo, innamorato di Beatrice e così imbranato da non essere in grado di rivolgerle nemmeno la parola. Spero che nessun insigne dantista mi legga, altrimenti salterebbe sulla sedia colmo di indignazione; dobbiamo riconoscerlo senza girarci intorno: al giorno d’oggi, Dante farebbe proprio la figura dello sfigato. Il testo fondamentale in questo senso è la Vita nova, l’opera probabilmente più bella di Dante dopo la Commedia, risalente più o meno all’ultima decade del Duecento. La Vita nova, tecnicamente, è un «prosimetro»: un testo composto da una serie di poesie (sonetti, poche canzoni e qualche ballata) interconnesse da brani in prosa in cui Dante introduce e commenta i propri versi e chiarisce le circostanze in cui essi sono stati composti. Perché questo titolo? Quale è la vita «nuova» di cui ci parla Dante in quest’opera? Leggiamo le prime righe:

«In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’asemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia».

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L’inizio della “Vita Nova” in un manoscritto medievale. Da notare la rubrica, che reca il nome di Dante Alighieri, e la bellissima lettera miniata all’inizio del testo

Dante paragona la propria memoria a un manoscritto in cui l’inchiostro delle prime pagine è così sbiadito da non consentirgli di leggere alcunché; è soltanto da un certo punto che i segni grafici si fanno più nitidi e distinti, da quando cioè compare una rubrica (nota pedante: una «rubrica» era, nei manoscritti medievali, un’iscrizione di colore diverso – dal latino ruber, rosso – e magari un po’ più grande rispetto alle altre, che serviva per indicare titoli o didascalie particolarmente importanti, o a contrassegnare la lettere iniziale di un capitolo) in latino che dice: «Comincia una vita nuova». Questa seconda nascita è sancita proprio dall’incontro con Beatrice. Continuando a leggere dal libro della propria memoria, Dante trova scritte delle parole che, ci dice, ha intenzione trasferire in questo libretto, la Vita nova appunto: il più grande poeta della letteratura italiana si presenta ai nostri occhi, con un’evidentissima captatio benevolentiae, come un anonimo copista, come quelli che ci hanno tramandato, attraverso il loro paziente e minuzioso lavoro, la tradizione letteraria classica e medievale che, altrimenti, sarebbe andata quasi completamente perduta. Da qui in avanti Dante ci racconterà le circostanze in cui ha conosciuto e si è innamorato di Beatrice (al secolo Bice Portinari, figlia del facoltoso mercante fiorentino Folco Portinari), le tappe del proprio amore, le delusioni, le sofferenze che questo sentimento gli provocherà.

Dante, nato nel 1265, ci dice di aver conosciuto Beatrice a nove anni, quando la bambina ne aveva appena compiuti otto: nel 1274, possiamo supporre. Dopo averci narrato questo primo incontro,  Dante compie un salto temporale di altri nove anni; ecco come un Dante poco più che diciottenne reagisce a quelle che tutti noi interpreteremmo come una smaccata avance di Beatrice, un saluto:

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“Dante e Beatrice” (1882), realizzata dal pittore inglese Henry Holiday (1839-1927)

«Poi che fuoro passati tanti dì che apuncto erano compiuti li nove anni apresso l’apparimento soprascripto di questa gentilissima, nell’ultimo di questi dì avenne che questa mirabile donna apparve a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga etade; e passando per una via, volse gli occhi verso quella parte ov’io era molto pauroso, e per la sua ineffabile cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutòe virtuosamente tanto, che mi parve allora vedere tutti li termini della beatitudine».

Chi andasse alla ricerca di particolari piccanti, non troverebbe qui niente di soddisfacente: il saluto sarà l’atto più hot tra Dante e Beatrice. A parte gli scherzi, è ovvio che il saluto di cui si parla sia qualcosa di molto più complesso di un buongiorno: bisogna risalire all’etimologia latina salus, salvezza, e in un testo colmo di riferimenti religiosi si tratta della salvezza eterna e ultraterrena. D’altra parte anche il senhal (una sorta di soprannome) con cui Dante chiama la sua donna, Beatrice (ricordiamoci che il nome “anagrafico” sarebbe il più prosaico Bice), è esso stesso un rimando diretto alle sue capacità beatifiche: essa è un’espressione diretta del Paradiso, e il sentimento di Dante nei suoi confronti è qualcosa che lo eleva al di sopra dell’uomo comune e lo avvicina a una condizione superiore. Ad ogni modo, già alle prima battute ci viene spoilerato il finale: «meritata nel grande secolo» è parafrasabile come ricompensata nella gloria eterna. Beatrice, cioè, sarà ben presto assunta in cielo e strappata alla vista di Dante, che tuttavia saprà trovare delle strade traverse, diciamo così, per continuare a godere della vista della propria amata: sarà attraverso lo stile della «lauda», grazie alla poesia, che Dante riuscirà a bypassare un ostacolo come la morte, che sembrerebbe insormontabile.

Ora, il problema di Dante era sostanzialmente questo: non sarebbe stato cortese sbandierare il proprio amore ai quattro venti, facendo malignare tutta Firenze sulla morigeratezza di Beatrice (che comunque se lo filava abbastanza poco). Era più opportuno trovare una «donna schermo» che potesse essere data in pasto al gossip (i paparazzi ancora non esistevano, le riviste scandalistiche non venivano ancora stampate, ma storie come questa hanno sempre suscitato l’interesse morboso dell’animo umano), preservando così l’onorabilità di Beatrice:

«Uno giorno avenne che questa gentilissima sedea in parte ove s’udivano parole della Regina della gloria, e io era in luogo dal quale vedea la mia beatitudine; e nel mezzo di lei e di me per la recta via sedea una gentil donna di molto piacevole aspecto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguardare che parea sopra lei terminasse. Onde molti s’accorsero del suo mirare, e in tanto vi fue posto mente, che partendomi da questo luogo mi sentio spesso dire apresso me: “Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui”, e nominandola, intesi che dicea colei che mezzo era stata nella linea recta che movea dalla gentilissima Beatrice e terminava negli occhi miei».

Non c’è che dire, le cose sono un po’ cambiate dal Medioevo: se oggi si flirta in discoteca al ritmo dei dee-jay, Dante doveva accontentarsi degli inginocchiatoi di una chiesa (probabilmente Santa Margherita dei Cerchi) e di frati salmodianti. In ogni caso il piano di Dante è andato a buon fine: i pettegoli hanno avuto in pasto il loro bello scoop, e la privacy di tutti è stata rispettata.

Purtroppo siamo arrivati alla fine della nostra prima tappa all’interno della Vita nova. Ma chi fosse curioso degli sviluppi di una delle soap più antiche e più belle di sempre, non si perda la prossima puntata.

 

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Lastra di pietra posta nei pressi della Chiesa di Santa Margherita dei Cerchi a Firenze, la cosiddetta “Chiesa di Dante e Beatrice”, teatro dell’amore del Sommo Poeta

 


 

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About Marco Del Colombo

REDATTORE | Toscano, nato prematuro ma ormai venticinquenne. Si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Pisa con una tesi su Massimo Bontempelli e il Realismo Magico. Attualmente frequenta la magistrale di Italianistica. Lettore onnivoro, ama il cinema, i cani, il calcio e il pane con la finocchiona.

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