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La Guerra dei Balcani

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Slobodan Milošević (1941-2006) è stato un politico serbo

Il 4 Maggio del 1980 morì il Maresciallo Tito, padre della Jugoslavia. Questa dipartita segnerà la fine di un’epoca: il carisma e l’alchimia che gli avevano consentito di far convivere per quasi 40 anni popoli, etnie e religioni diverse sotto l’unica bandiera del Comunismo, con la sua morte si sciolsero come neve al sole. Ancora oggi, molti dei cittadini dell’ormai ex-Jugoslavia ti diranno che con Tito si stava meglio perché lui quella terribile guerra, che venne poco dopo, era sempre riuscito ad evitarla. Così come riuscì sempre ad arginare il fiume del nazionalismo.

Per i sette anni successivi, la Repubblica Federale jugoslava sarà governata da una Presidenza collegiale, affidata ogni anno ad un rappresentate delle sei Repubbliche e delle due Provincie autonome del Kosovo e di Vojvodina. Questo meccanismo non riuscì a salvare la Repubblica Federale da se stessa: era l’inizio della fine. La miccia si accese in Serbia, con le sue manifestazioni autonomistiche: i serbi, cristiani ortodossi, erano da sempre in contrasto con gli albanesi musulmani del Kosovo e questo contrasto abbracciò ben presto anche le altre etnie. Nove anni dopo la morte di Tito, venne eletto Presidente della Serbia Slobodan Milošević, portatore di una politica fortemente nazionalista.

In quello stesso periodo Slovenia e Croazia proclamavano la loro indipendenza, manifestazione di un volere da tempo represso, stanche del continuo prevalere serbo nelle strutture dello Stato. Ma Milošević, o il <<macellaio dei Balcani>> come viene tristemente ricordato, non la pensava allo stesso modo e di certo giocò tutte le sue carte per far andare le cose così come rientravano nel suo progetto politico, anche se questo avrebbe significato abbandonare – cosa che fece – ogni barlume di coscienza e di umanità. Il suo progetto era quello di mantenere la struttura federale: per tale motivo si era da subito opposto alla proclamazione di indipendenza di Slovenia e Croazia e questa opposizione si concretizzò con l’invio delle truppe militari nei suddetti territori. Da questo momento, il Paese si è ritrovato alla fine del secolo a patire guerre e sofferenze indicibili, non minori di quelle vissute dall’Europa durante l’occupazione nazista. Solo nel 1992 è stato dichiarato il cessate il fuoco e inviati i caschi blu dell’ONU, che ben poco hanno fatto.

Nel frattempo nella vicina Bosnia-Erzegovina, da sempre abitata da popolazioni molto differenti tra loro, scoppiò la guerra civile: per esemplificare, i serbo-bosniaci proclamarono la loro Repubblica serba di Bosnia e lottarono contro i musulmani e i serbo-croati. Tutte le frustrazioni del popolo serbo vennero insomma tramutate, grazie alla politica ed all’esasperato nazionalismo di Milošević, in sogni di gloriosa riscossa. Uno dei simboli di questa atroce guerra è stata la distruzione del ponte ottomano della cittadina di Mostar, una vera e propria ferita che ha lacerato gli animi dei suoi abitanti e non solo. Lo Stari Most (trad: Il Vecchio Ponte), situato nella città vecchia e costruito sopra il fiume Narenta, univa i quartieri musulmani a quelli cattolici: era quindi il simbolo della plurisecolare convivenza pacifica tra popolazioni diverse, che palesemente non esisteva più: via la pace, via ogni testimonianza di essa (per questo motivo, dopo la guerra venne subito commissionata la sua ricostruzione per riportarlo alla luce cosi com’era, con quelle sue 1.088 pietre lucide che lo rendono scivolosissimo, e celebrato nel 2004 come simbolo della riconciliazione fra le due comunità).

Posso raccontare, grazie ad una testimonianza diretta, di come in molti in Bosnia tentarono di fuggire via dopo lo scoppio della guerra: restare significava vedersi portar via tutto con la forza, senza potersi ribellare se non andando incontro a morte certa. I serbi entravano in casa tua e ti intimavano di andar via perché ormai quella casa non era più tua ma apparteneva a loro. Non potevi che obbedire, la strada era la tua nuova casa.

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Ponte “Stari Most”, presso la cittadina di Mostar – Bosnia ed Erzegovina

Anche il Kosovo voleva una sua indipendenza e anche questo Stato balcanico non venne risparmiato dal Macellaio e dalla sua pulizia etnica. Nel 1991 decise di ritirare le sue truppe grazie all’intervento della NATO. Slobodan Milošević perse le Elezioni del 2000 e l’anno dopo venne consegnato dal Governo serbo al Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per giudicare i crimini di guerra commessi nei balcani, ma dopo tanta crudeltà sembrò quasi troppo facile il fatto che morì in carcere poco prima della fine del processo. Sarajevo e Mostar sono diventati i simboli di una guerra sanguinosa e disumana (se mai si potrà dire che esistettero o esisteranno guerre che non lo siano): 150 mila morti e due milioni di profughi ne sono il bilancio finale. Il termine pulizia etnica è entrato a far parte del nostro vocabolario proprio a seguito di questa guerra, per tale intendendosi: <<eliminazione degli appartenenti ad altri gruppi etnici da parte del gruppo etnico che esercita il controllo sul territorio>>. Esattamente quello che i serbi fecero nei confronti dei musulmani, pretendendo che questa popolazione scomparisse semplicemente nel nulla, lasciasse per sempre – e non rileva in che modo – il suo luogo d’origine.

Un altro simbolo di questo massacro è rimasta Srebrenica, cittadina abitata da musulmani in cui nel Luglio del 1995 vennero uccisi dall’esercito serbo 8.500 uomini (fra le peggiori stime) tra i 14 e i 65 anni; il tutto consumato dalle impotenti e, consentitemelo, inutili forze militari dell’ONU. Un altro tragico evento che caratterizzò questo conflitto e che, però, è stato usato sistematicamente come una vera e propria arma al fine di allontanare quelle famiglie ancora rimaste in territorio serbo-bosniaco, è stato lo stupro sulle donne. Sappiamo tutti che lo stupro ha da sempre accompagnato tutte le guerre, ma forse ci illudevamo che questa brutalità potesse ormai appartenere alla storia fatta e finita, archiviato con la Seconda Guerra Mondiale. E invece non era così, lo stupro quasi sistematico tornava nella Bosnia-Erzegovina dei primi Anni ’90, torna con quella che veniva e viene definita <<la guerra della porta accanto>>.

E’ stato scritto un libro, L’arma dello stupro, grazie al quale due giornaliste italiane hanno raccolto le voci delle donne bosniache. Difficile da iniziare a leggere e difficilissimo da terminare, dopo le prime pagine vorresti soltanto chiuderlo e gettarlo lontano perché ti rifiuti di credere che tutto quello che vi è descritto sia accaduto davvero. Troppe atrocità compiute su donne così vicine a noi: avvocatesse, giudici, sindacaliste, segretarie. Ma almeno una testimonianza è doverosa riportarla. Racconta Mirsada, 17 anni all’epoca, del suo internamento in uno di quei motel, pollai, scuole adibite a veri e propri campi di concentramento<<Le Aquile Bianche (paramilitari serbi) venivano tutte le notti, a volte erano venti o anche più. Ci facevano ogni sorta di cose, cose indescrivibili che non voglio ricordare. E poi dovevamo cucinare per loro e servirli nude. A quelle che si rifiutavano tagliavano le mammelle: ho visto violentare e poi uccidere ragazze davanti ai miei occhi>>.

Le donne avevano questi due compiti: cucinare ed essere sempre sessualmente disponibili per i soldati in quelli che sono stati i lager bosniaci, fra i quali i più tragicamente noti quello di Manjača e di Omarska. Penso che nessuna di noi potrà mai capire la devastazione psichica che uno stupro – o meglio gli stupri – comportano e che forse solo dopo anni o forse mai, vengono forzatamente ricacciati in un angolo della mente per poter andare avanti con la propria vita. Ma le donne non conobbero la spaventosa violenza fisica che invece i soldati conservavano per gli uomini: ridotti pelle ed ossa, muti e fermi ad osservare il vuoto forse in attesa della morte. Una prospettiva dolce rispetto a quell’inferno in terra.

Oggi, avendo avuto modo di parlare con qualche bosniaco, la rabbia nei confronti dei serbi è ancora tanta. E ancora adesso i residui di quella guerra sono chiari ed è possibile toccarli con mano. Purtroppo si trattò di un conflitto compiuto nella totale impotenza della NATO e nella quasi indifferenza della comunità internazionale. Soltanto nel 1994, con l’avvento dell’Amministrazione Clinton si ebbe una forte attenzione a quelle ostilità unita alla volontà di porvi fine, e in tutto questo la popolazione civile giocò un grandissimo ruolo, indignata dalle tragedie che si consumavano nei Balcani.

Sarebbe bello poter dire che questi scempi mai più si ripeteranno, ma sappiamo che quasi sicuramente sarebbe una bugia. Qualcuno una volta ha detto che La storia si dimentica quando la si vuole riscrivere. Io, invece, spero soltanto che la storia si ricorderà proprio per non ripeterla.

 

don t forget

 

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About Chiara Vilardo

COLLABORATRICE | Classe 1990, originaria di Sommatino (CL), studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania. Le piace leggere, soprattutto quando si tratta dei romanzi di Ken Follett. Adora la musica che appartiene al cantautorato italiano e negli ultimi tempi si sta avvicinando con interesse al mondo del cinema.

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