KIEV, UKRAINE - FEBRUARY 19: Anti-government protesters guard the perimeter of Independence Square, known as Maidan, on February 19, 2014 in Kiev, Ukraine. After several weeks of calm, violence has again flared between police and anti-government protesters, who are calling for the ouster of President Viktor Yanukovych over corruption and an abandoned trade agreement with the European Union. (Photo by Brendan Hoffman/Getty Images)

La guerra civile degli altri: come Russia e Stati Uniti hanno influenzato la crisi in Ucraina

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Ukrainian President Petro Poroshenko speaks during a National Security and Defence Council sitting in Kiev on June 16, 2014. Poroshenko said during the opening of the sitting that a ceasefire was the beginning of his peace plan for resolving the conflict in eastern Ukraine. AFP PHOTO/ SERGEI SUPINSKY (Photo credit should read SERGEI SUPINSKY/AFP/Getty Images)
Petro Oleksijovyč Porošenko (1965) è un imprenditore e politico ucraino. Dal 7 Giugno 2014 è Presidente dell’Ucraina

Sin dal suo scoppio nel 2014, la crisi in Ucraina è stata considerata il campo di confronto tra una Russia animata dal desiderio di tornare a contare tra i grandi del pianeta e un’America che si ostina a presentarsi come campionessa del mondo libero. Tuttavia, se fino a qualche mese le mosse dei due rivali rispettavano un copione alquanto prevedibile – che non aveva però condotto ad evoluzioni significative nel corso di due anni di conflitto – l’inaspettata elezione di Donald J. Trump alla Casa Bianca ha impresso un chiaro cambio di rotta nella posizione che gli Stati Uniti dovranno assumere in futuro sul fronte del Donbass. La svolta che sta avvenendo in questi giorni sullo scacchiere ucraino ci pone di fronte ad alcune domande: per cominciare, fino a che punto la rivalità tra Russia e USA ha influenzato l’andamento del conflitto, quali sono le cause ad aver impedito l’attuazione del Protocollo di Minsk, a suo tempo sostenuto da tutti gli Stati coinvolti e, soprattutto, cosa dovrà temere l’Ucraina di Petro Poroshenko dalla politica estera sostanzialmente pragmatica dell’amministrazione Trump?

Per rispondere a queste domande, ci sarà utile riassumere brevemente come siamo giunti a questo punto. L’inizio dei disordini in Ucraina risale al Novembre del 2013, quando le manifestazioni spontanee contro il Governo allora guidato da Viktor Yanukovich, un fedelissimo del Cremlino, raccolsero tanta forza da prendere le sembianze di una vera e propria guerra civile, guadagnandosi così l’attenzione ininterrotta dei media internazionali. Le proteste dell’Euromaidan – ribattezzate in questo modo in onore della piazza di Kiev che ne costituì il teatro principale – non furono altro che una reazione al rifiuto di Yanukovich di ratificare l’accordo di associazione con l’UE, per poi accettarne uno ben più modesto offerto dal partner russo. I manifestanti temevano che il Governo intendesse fare un passo indietro nel processo di integrazione europea che era stato avviato sin dal 2008, allorché l’Ucraina si era detta favorevole a collaborare più strettamente con l’Unione nel contesto dell’Eastern Partnership.

A fine Febbraio, dopo quasi tre mesi di scontri armati e un bilancio di ottantotto morti, vi fu un colpo di scena: il Primo Ministro Yanukovich annunciò le proprie dimissioni, accusando di essere stato vittima di un colpo di Stato. La guida del Paese fu affidata in forma pro tempore al capo dell’opposizione, con la promessa che a Primavera nuove elezioni avrebbero scelto un legittimo rappresentante delle aspirazioni europeiste emerse nei mesi precedenti. Nel Maggio 2014 le urne diedero come vincitore l’oligarca Petro Poroshenko, che si era presentato come indipendente. Il cambiamento di rotta nella politica ucraina non piacque alle regioni orientali del Paese, da sempre di orientamento filo-russo, che per tutta risposta diedero il via ad una serie di occupazioni con la richiesta di ottenere l’indipendenza.

La Crimea, con il 58% della popolazione di etnia russa, fu una delle zone più scosse dalle contestazioni contro il nuovo assetto di Governo e a fine Febbraio il Governo locale si decise ad indire un referendum per decidere l’indipendenza dall’Ucraina. Con una maggioranza prossima all’unanimità, il 16 Marzo 2014 i votanti scelsero di diventare la ventiduesima Repubblica autonoma della Federazione Russa, esito che non mancò di scatenare aspre critiche all’interno e al di fuori del Paese. Da allora gli scontri nelle autoproclamate repubbliche indipendenti di Donetsk e Lugansk sono duplicate in intensità e violenza: da un lato, l’esercito ucraino mandato da Kiev per ripristinare l’ordine, dall’altro, le forze dei ribelli, che ormai potevano contare sull’appoggio logistico e militare di Mosca.

ukraine-crimea-russia-usaDopo numerosi tentativi di mettere fine agli attacchi, il 5 Settembre 2014 le parti hanno finalmente raggiunto un accordo che prevedeva la fine immediata dei conflitti, nonché lo scambio dei prigionieri. A dispetto di un’iniziale frenata delle ostilità, il Protocollo di Minsk – questo il nome dell’accordo – si rivelò inadeguato e non venne mai rispettato. Ad un anno di distanza ci fu un secondo tentativo: constatato il sostanziale fallimento del primo accordo, il Protocollo di Minsk II ambiva a dare nuovo slancio al progetto di pacificazione dell’area, premendo per il cessate il fuoco e la creazione di una zona franca. Anche questa volta, però, le condizioni previste dal trattato rimasero inattuate, condannando di fatto l’Ucraina ad una perenne instabilità ai suoi confini.

Quanto al ruolo ricoperto dagli americani nel conflitto, sarebbe assurdo credere che gli Stati Uniti si siano accontentati di un posto di secondo rilievo. Confutando la lettura tradizionale della crisi – che ne addossa la piena responsabilità alla volontà espansionistica della Russia – John Mearsheimer (fondatore della teoria del realismo offensivo) sostiene che le proteste di Kiev sono riconducibili al progetto di espansione NATO portato avanti in Ucraina e Georgia a partire dal 2008; una tesi, quella del politologo americano, che riconosce l’America colpevole di non aver saputo prevedere la reazione russa di fronte alla conquista da parte della più grande alleanza militare esistente di Stati considerati strategici per la sicurezza nazionale. Anche in seguito, del resto, il ruolo dell’America è stato fondamentale nel rassicurare l’Ucraina di non essere sola a fronteggiare il gigante russo: le sanzioni economiche hanno costituito finora lo strumento più vistoso di una strategia anti-russa che, più che atta a costringere il rivale all’adempimento degli accordi di Minsk, sembra essere stata concepita con scopi puramente punitivi.

Se si tiene conto di quanto affermato da alcuni commentatori internazionali, l’attuazione immediata del Protocollo di Minsk II risulterebbe ardua pur in presenza della volontà di entrambe le parti a causa di ostacoli materiali. Poroshenko, ad esempio, non ha un controllo sufficiente del Parlamento da far passare la legislazione che sarebbe necessaria per aumentare l’autonomia delle regioni di Donetsk e Lugansk e procedere così alle elezioni locali previste nell’accordo. È chiaro, dunque, che se il Premier  ucraino scegliesse di fare pressioni sui membri della Rada, lo scenario più plausibile sarebbe la fine stessa del suo Governo.

Cionondimeno, la verità è che l’asse Washington-Kiev è molto meno solido di quanto le autorità ucraine avrebbero desiderato, per il semplice fatto che gli Stati Uniti non hanno alcun interesse strategico che giustifichi un intervento militare in quell’area. Persino nell’era di Barack Obama le molte dichiarazioni americane rilasciate a sostegno della popolazione ucraina non hanno mai superato di molto il livello della retorica. Quel che era certo, però, è che gli USA avrebbero continuato a fare il gioco duro con la Russia, protraendone la situazione di isolamento internazionale che loro stessi avevano contribuito a creare. Una certezza che l’ascesa di Trump e della sua agenda post-ideologica in materia di politica estera ha fatto venir meno.

Non soltanto l’era Trump porterà certamente ad un raffreddamento delle relazioni tra Ucraina e Stati Uniti, ma condurrà quasi inevitabilmente anche ad una conclusione inaspettata del conflitto, come appare chiaro dalle recenti consultazioni segrete in corso tra Washington e Mosca per giungere ad un accordo di pace che riconosca ufficialmente alla Russia l’annessione della Crimea, nonché le sue zone di influenza nell’Ucraina orientale. Se così fosse, non potendo più contare sul suo più potente alleato, l’Ucraina sarebbe costretta a ridimensionare le proprie richieste in merito alla fine della presenza russa sul territorio occupato. Un’altra questione aperta riguarda le sanzioni e la possibilità che vengano rimosse senza che la Russia abbia, da parte sua, adempiuto al testo di Minsk.

In antitesi all’incoraggiante parabola, un simile scenario equivarrebbe alla vittoria schiacciante del Golia russo sul Davide ucraino, quasi a mettere in chiaro che d’ora in avanti soltanto i cosiddetti poteri forti avranno piena voce negli affari internazionali, mentre tutti gli altri staranno a guardare.

 

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About Federica Di Sario

REDATTRICE | Classe 1993, è iscritta alla magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Macerata. Da sempre interessata al mondo della narrazione, si è da poco accorta di nutrire una passione feroce per la politica internazionale ed è qui, su "La Voce del Gattopardo", che prova a fonderle insieme. Risiede attualmente a Parigi, dopo aver vissuto qualche mese a Mosca.

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