Children light candles near the site of the attack at the Bataclan concert hall in Paris, November 15, 2015.    REUTERS/Christian Hartmann

La guerra che non c’è

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Due esplosioni si sono verificate la mattina del 22 Marzo, intorno alle 8:00, presso l’aeroporto Zavantem di Bruxelles. Poco dopo un’altra, alla fermata della metro Maelbeek, nel quartiere delle istituzioni europee. Tutte le linee metro sono state chiuse, così come le principali stazioni ferroviarie della città. Gli attacchi hanno ucciso almeno 32-34 persone, ferendone circa 250.

 

 

Solo poco tempo dopo la rivendicazione dell’ISIS, in inglese, francese e arabo: <<Promettiamo agli Stati crociati, che si sono alleati contro l’IS, giorni bui in risposta alla loro aggressione contro di noi>>. E continua, <<Il Paese è stato colpito perché fa parte della coalizione internazionale contro il Califfato>>. Si è parlato di attacco all’Europa, essendone Bruxelles (de facto) la capitale. Due attentatori sono stati identificati, un altro è ancora ricercato. È stato straziante osservare le immagini che hanno immediatamente seguito l’attacco. Quando pensiamo alla libertà, la prima immagine che ci viene naturale associare è proprio il volo. Volare è sempre stato il sogno più ambizioso del genere umano. Volare ci rende liberi perché ha reso possibile che il mondo fosse più piccolo. Ci ha reso possibile vedere posti nuovi, aprire la mente, conoscere persone e culture diverse. Ha reso possibile tutte le cose che l’ISIS vuole negarci. Non a caso, ad esser colpito è stato proprio un aeroporto.

Per questo, il mattino del 22 Marzo è stato un risveglio molto triste. E purtroppo non è stato l’unico. Ormai quasi quotidianamente leggiamo, ascoltiamo, vediamo attacchi terroristici. Soltanto cinque giorni prima, nel cuore di Istanbul, ne è avvenuto un altro. Pare che la bomba sia scoppiata nell’ora sbagliata, mietendo “solo” cinque vittime. Ciononostante, sarebbe potuta essere una strage estremamente maggiore, considerando il flusso continuo di turisti, lavoratori ed abitanti che ogni giorno animano Istiklal Caddesi. Istiklal, una parola che in turco – ma anche in arabo – significa libertà.

Una foto degli attentati di Istanbul, Turchia

Tornando ancora più indietro nel tempo, un altro attentato colpì nuovamente Istanbul il 12 Gennaio. L’esplosione è avvenuta nell’Ippodromo di Costantinopoli (At Meydanı), vicino l’Obelisco di Teodosio. Obelisco che, come tanti altri monumenti, unisce indissolubilmente Istanbul con una delle più belle città italiane, Venezia. La quadriga di bronzo che migliaia di turisti osservano in Piazza San Marco, infatti, viene proprio da qui: i veneziani se ne impossessarono nel 1204, quando ancora vi erano dei reciproci saccheggi tra le due potenze marittime. Quello stesso obelisco ha assistito a tante altre guerre… mai nessuna crudele come questa. Una guerra in cui ci ritroviamo tutti contro tutti e in cui il razzismo la fa da padrone. Una guerra che non c’è, non è combattuta da grandi armi o da visibili carri armati. Ma che, nonostante ciò, è più infima. Fa più male. Perché colpisce gli innocenti.

A metà mese una violenta esplosione ha colpito anche la capitale turca, Ankara. Sono morte almeno 37 persone e 125 sono rimaste ferite. Ed è stato il terzo attacco terroristico nella capitale nell’arco di cinque mesi. Il primo era avvenuto ad Ottobre e, con 103 vittime, è stato il più grave della storia turca. Quello stesso giorno, in Costa d’Avorio, uomini armati hanno preso d’assalto alcuni resort nella località di Grand-Bassam, a pochi chilometri da Abidjan. Anche qui si contano 16 morti.

Dopo gli attacchi di Bruxelles, anche il nostro Governo ha dichiarato massima allerta in territorio italiano. Oltre alle vittime innocenti, oltre alle strade deserte i giorni dopo le stragi, oltre al dolore dei familiari, delle città, delle Nazioni colpite, oltre alla solidarietà… cosa resta di questi giorni? Paura. In tutto il mondo c’è il terrore di spostarsi, di uscire, di vivere. Come non succedeva da tempo, il mondo ha paura di morire. La domanda più spaventosa che echeggia nelle nostre menti è: <<Dove sarà il prossimo?>>.

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Una foto degli attentati ad Abidjan, Costa d’Avorio

Qualunque sia il luogo e il tempo, il terrorismo scommette sempre sulla paura. Perché la paura divide, permettendo al razzismo di proliferare. Ne è una dimostrazione l’ultimo e delirante discorso di Donald Trump, che parla già di reintrodurre dei metodi di tortura per <<bloccare il terrorismo>>. Ne è un’altra prova la chiusura delle frontiere europee ai rifugiati. Rifugiati che non sono altro che persone come noi, che scappano dalla stessa organizzazione criminale. L’obiettivo dell’ISIS è proprio questo: imprigionarci, farci diventare razzisti, farci tornare ciechi. L’obiettivo dell’ISIS è dividere, in modo da indebolire. L’obiettivo dell’ISIS è aumentare l’islamofobia, è farci provare paura ogni volta che vediamo una barba o un velo. Per farlo, fa leva sulla paura. Gioca a rendere le nostre vite appese a un filo, a farci pensare ogni giorno che potremmo essere le sue vittime da un momento all’altro.

La storia ci insegna che rispondere all’odio con ulteriore odio non può essere altro che distruttivo. E questo ce lo insegnano anche i numeri. Secondo un rapporto pubblicato da due organizzazioni per la tutela dei diritti umani ,tra cui il Minority Rights Group International (Mrg), sono più di 4.000 i civili uccisi nei raid aerei anti-ISIS in Iraq e Siria dall’anno scorso compiuti dalla coalizione internazionale guidata dagli USA, dall’aviazione siriana e, più di recente, dalle forze russe. Odio che genera odio, morte che genera morte.

Scrivere questo articolo, scrivere di tutte le tragedie che si sono consumate solo in quest’ultima settimana non è affatto semplice. Forse non riusciremo mai a cancellare del tutto la violenza. Però, nel nostro piccolo, possiamo tirare un respiro profondo a fine giornata e renderci conto che tutti siamo esseri umani, che odiare e portare rancore porta solo altro odio, altro rancore, altri morti innocenti.

Possiamo solo cercare di girare pagina e non dimenticarci mai che siamo tutti uguali.

 

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About Ilaria Porru

REDATTRICE | Classe 1993, sarda. È laureata in Lingue e Comunicazioni presso l'Università degli Studi di Cagliari. Viaggiatrice per natura, durante il suo corso di studi ha incontrato la Turchia, Paese che le ruba il cuore e da cui non riesce più a separarsi. Vive attualmente ad Istanbul.

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