Germania refugees welcome

La Germania pre e post Breitscheidplatz: la fine dell’ideale «Refugees welcome»?

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«Non vogliamo vivere paralizzati dalla paura. Troveremo la forza per continuare ad essere uniti, aperti, liberi».

migrantsgermany-600x300Germania, 20 Dicembre 2016: così parlava la Cancelliera tedesca Angela Merkel dopo l’attacco terroristico ai mercatini di Natale presso la Breitscheidplatz, che ha causato dodici morti e circa quarantotto feriti. Parole semplici, ma di grande efficacia, perché hanno chiarito fin da subito i passi successivi del Governo tedesco: non cedere alla paura, nessuna militarizzazione del Paese (o almeno dei possibili centri sensibili a futuri attacchi di matrice ISIS), nessuna chiusura delle frontiere, come avevano auspicato i bavaresi della CSU (Christlich-Soziale Union, trad: Unione Cristiano-Sociale) guardando alla Francia post-Bataclan e Nizza come esempio. La Merkel ha mantenuto la sua parola, Berlino non è stata messa in stato di legge marziale, anzi, nei giorni seguenti all’attacco si percepiva calma, zero isteria. D’altronde, non si può chiedere ad una città come Berlino di cambiare pelle, di negare la sua natura cosmopolita costruita dalla presenza in maggioranza di giovani e stranieri, di annullare la sua capacità di ispirare artisti (il nome David Bowie vi dice qualcosa?) e di ricordarci quotidianamente come i muri siano fonte di vergogna e di morte.

Ma l’attacco di Berlino ha aperto totalmente il vaso di Pandora tedesco, anzi, ha rotto il vaso, mostrando le crepe che sono insite alla politica di accoglienza sostenuta vivamente dalla Merkel. Refugees welcome? No, non sta andando esattamente così in Germania. Dobbiamo andare oltre Berlino come esempio di città per stranieri, dobbiamo analizzare cos’è accaduto e cosa sta accadendo nelle altre città e negli altri Stati federali per poter capire come l’accoglienza tedesca dei migranti e dei rifugiati, di cui si parla con ammirazione dal 2015, stia camminando da prima di tale strage su una sottile lamina di ghiaccio e, in più, non sia davvero praticata in pieno. Facciamo un passo indietro, al 31 Dicembre 2015. Stazione di Colonia. Donne molestate da «migliaia di richiedenti asilo e migranti». Scoppia la protesta, Pegida (trad: Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) e AFD (Alternative für Deutschland, trad: Alternativa per la Germania, partito di estrema destra) accusano la Merkel di aver causato questo attacco di massa attraverso la sua politica di accoglienza. La Germania inizia a scoprirsi anti-immigrati. Ma questo è solo l’inizio.

Germania
Poliziotti alla stazione di Colonia la notte di San Silvestro

Questa volta partono «misure di protezione della brava gente tedesca»: millecinquecento poliziotti si posizionano alle entrate, selezionano chi non ha l’aria di essere un connazionale, cioè tutti coloro che non hanno: capelli biondi/biondo scuro/rossi/bruni, occhi chiari/nocciola, pelle bianca. Perquisiscono tutti quelli che sono non ariani, insomma, mentre sorridono gentilmente a tutti gli altri visitatori della stazione, come per dire «questa volta gli immigrati non la passeranno liscia, ci siamo noi a proteggervi». Chiamano questi ragazzi Nafris, che sta per North African Intensive Offenders (trad: Costanti Delinquenti Nordafricani). Il partito dei Verdi ringrazia il lavoro svolto dalla polizia, che si definisce la salvatrice della città. Perché a me sembra un episodio di razzismo bello e buono? Perché la parola Nafris mi suona così offensiva e umiliante nei confronti della dignità di uomini e donne che magari sono cittadini tedeschi da anni, ma che evidentemente non sono abbastanza tedeschi per le istituzioni? E perché nessuno mette al bando questa parola, decretandola spregevole alla stregua e degna di una denuncia per chi la pronuncia, come accade se mostri il saluto nazista?

Altro esempio: nel 2016 in Germania ci sono stati centoquarantadue attacchi incendiari verso gli alloggi che ospitano i richiedenti asilo e i rifugiati. Un numero altissimo e allarmante, un segnale che deve farci capire come molti tedeschi non siano disposti ad aprire le porte delle proprie città e dei propri comuni verso chi scappa da guerre e miseria. Un clima rovente si respira soprattutto nella Germania Est, come in Sassonia, dove gli attacchi nei confronti di rifugiati e migranti è all’ordine del giorno, con folle che bloccano bus che trasportano i profughi verso i loro alloggi, com’è accaduto a Heidenau lo scorso Agosto 2015, e con un Governo federale che sembra impotente davanti ai tumulti razziali che sfociano e che sono alimentati dai partiti xenofobi di destra.

A preoccupare sono anche i rimpatri forzati degli afghani operati dal Governo tedesco grazie ad un accordo tra Unione Europea ed Afghanistan, che prevede il rimpatrio volontario di coloro che non hanno ottenuto asilo nei Paesi europei dove hanno fatto richiesta oppure perché hanno la fedina penale sporca. Dodicimilacinquecento afghani sono stati deportati dalla Germania in Afghanistan nel solo 2016. La maggior parte di loro, una volta tornato nel Paese d’origine, non aveva un posto dove andare o da chi essere ospitato, perché la guerra è quella persona che ti porta via famiglia e casa. Le autorità afghane si sono trovate ad affrontare un’ondata di rimpatri non volontari con pochissimi mezzi a disposizione. Se la politica di questo accordo era quella di «aiutarli in casa loro», l’Unione Europea dovrà impegnarsi molto di più che fornire biglietti aerei.

L’attacco di Breitscheidplatz, ad opera del tunisino Anis Amri, ha rimesso in discussione con forza violenta l’operato della Merkel in materia di immigrazione/integrazione e ha segnato in forte salita il suo percorso verso un possibile quarto mandato al Governo tedesco.

Ma bisogna anche chiedersi se tale episodio abbia messo fine ad una politica di accoglienza che, fino ad ora, è sempre stata in salita.

 

Una dimostrazione anti-migranti organizzata da Pegida a Leipzig
Una dimostrazione anti-migranti organizzata da Pegida a Leipzig

 


 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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