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La disfatta di Caporetto, fra realtà e dicerie

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L’Italia, come tutti ben sappiamo, compì degli sforzi immani durante la Grande Guerra, in termini organizzativi, produttivi, economici, militari e umani. I nostri soldati, come quelli austriaci per altro, combatterono in condizioni inumane ed estreme. Eppure, nonostante tutti questi sforzi e nonostante la vittoria (seppur “mutilata”) l’evento che più si ricorda, della vicenda italica durante la Prima Guerra Mondiale, è proprio la disfatta di Caporetto. La disfatta di Caporetto non fu nient’altro che un’offensiva austriaco-tedesca, iniziata il 24 Ottobre del 1917.

Una foto durante la II offensiva sull'Isonzo
Una foto durante la II offensiva sull’Isonzo

L’Italia, fino a quel momento, aveva sempre attaccato (fatta eccezione per la Strafexpedition, del 1916). Celebri, in tal senso furono le undici spallate di Cadorna, ossia undici offensive sull’Isonzo che portarono alla presa di Gorizia e alla celebre vittoria della Bainsizza.
Appunto, dopo quest’ultima grande vittoria italiana, l’Austria iniziò a temere che gli italiani avrebbero potuto perdere Trieste. A questo punto si decise di chiedere aiuto ai tedeschi, a malincuore, poiché nonostante fossero alleati, tra loro non scorreva buon sangue. Dopo faticose trattative (ai teutonici non importava nulla del fronte italiano), l’esercito tedesco inviò sette divisioni che, insieme all’esercito austriaco, ottennero una vittoria schiacciante. Tra morti e feriti, l’esercito italiano ne contò appena 40 mila. Oggigiorno può sembrarci terribile sminuire un dato così drammatico, ma rapportandolo ad una qualunque battaglia, esso è irrisorio. Una qualsiasi offensiva italiana costò circa 70 mila morti e feriti. I dati che, veramente, determinarono la grandezza di tale disastro militare e nazionale furono i prigionieri: se ne contarono circa 260000 (sette volte i morti e feriti) e l’avanzata nemica fu di circa 150 km! Nessuna battaglia, per tutta la Prima guerra mondiale, poteva contare una penetrazione simile attraverso un fronte rivale. Se si otteneva una decina di kilometri era già un lusso.

Ora, cerchiamo di capire in che modo è potuto avvenire tale disfatta.
Il capo di stato maggiore, Cadorna, sviluppò un’idea. Il suo bollettino recitava così:

<<[…] alla mancata resistenza di reparti della seconda armata, vilmente ritiratisi senza combattere e ignominiosamente arresisi al nemico>>.

Per Cadorna, la colpa di tale scempio è da attribuire alla resa di certi reparti, indotti, secondo l’ideologia del tempo, dagli ideali antimilitaristi dei socialisti. Purtroppo, questo bollettino incominciò a circolare e, nonostante i tentativi del governo di impedire il passaparola di tale verdetto, tutte le copie destinate all’estero erano già partite. Tutto il mondo venne a sapere che a Caporetto gli italiani erano scappati senza combattere. In realtà il parere di Cadorna non è vero. Oggi si è scoperto che le truppe, in prima linea, combatterono. Ci sono i memoriali degli ufficiali tornati dalla prigionia, che dovettero deporre ad una commissione le cause e i fatti per cui finirono prigionieri. Ne uscì che, le brigate in prima linea, lottarono e anche bene. Si fecero ammazzare o prendere prigioneri sul posto.

Un'immagine di Cadorna
Un’immagine di Cadorna

Un’altra credenza popolare, riguardo Caporetto, è senza dubbio l’effetto sorpresa. Molti imputano alla sorpresa la causa di tale disfatta. E anche questa volta non siamo sulla strada giusta. Non vi fu nessuna sorpresa. L’alto comando dell’esercito italiano sapeva perfettamente che gli austriaci, con i tedeschi, avrebbero attaccato proprio in quel punto. Queste informazioni, oltre che arrivare dai disertori degli eserciti nemici, erano note ormai da anni. Già dal 1859 vi era un piano militare (piani militari ce n’erano per qualsiasi luogo, per qualsiasi stato) che spiegava perfettamente dove e come attaccare l’Italia in quella regione. Lo stesso esercito italiano, in tempo di pace, si allenava per un possibile attacco a Caporetto, poiché sarebbe stato ovvio che un nemico passasse da quel punto. Dunque anche l’effetto sorpresa non regge, ma dalle fonti si intravede che questa preparazione ad una possibile offensiva (poi certa) ha reso tranquillo l’alto comando e tremendamente ottimista. A gestire il settore di Caporetto c’era la Seconda armata, la più forte di tutte, comandata dal Generale Capello (si pensava che fosse l’unico degno sostituto di Cadorna). Sappiamo dalle fonti che il Generale Capello, al timore di un suo ufficiale sulla presenza di tedeschi tra le fila austriache, rispose che avrebbe gradito qualche crucco fra i suoi prigionieri e che, sicuramente, i tedeschi non erano migliori degli austriaci.
Il giovanissimo Badoglio, al comando del XXVII corpo d’armata (sempre dentro alla II armata), disse che non c’era da temere nulla: i suoi cannoni avrebbero fatto tabula rasa.
Sempre nella II armata c’era il IV corpo d’armata, comandato da Cavaciocchi. Questo corpo d’armata sarebbe stato il primo a subire l’offensiva e, per questo motivo, Cadorna alla vigilia andrà a trovarlo. E ancora ci fu un tripudio di ottimismo, con l’augurio di veder passeggiare i prigionieri tedeschi e austriaci, per le vie di Milano. Si scoprirà poi, da certi diari, che Cavaciocchi non fece, in realtà, una bella impressione a Cadorna, che reputò le sue linee di difesa fragili e antiquate.

Tra i generali, abbiamo visto, scorreva un certo ottimismo, ma questo non si può dire per i vari ufficiali. Carlo Emilio Gadda, che oltre ad essere uno dei più importanti scrittori del 900, è stato pure sottotenente del IV corpo d’armata di Cavaciocchi, scrisse questo parere sui generali italiani.

<<Asini! Asini! Buoi grassi! Pezzi da Grand Hotel. Ma non guerrieri, non pensatori, non ideatori, non costruttori. Incapaci d’osservazione e di analisi. Ignoranti di cose psicologiche. Inabili alla sintesi. Scrivono nei loro manuali che il morale delle truppe è la prima cosa e poi dimenticano le proprie conclusioni>>.

La struttura dell’esercito era divisa profondamente in due filoni: i vecchi generali, appena descritti da Gadda, e la nuova forza, composta da giovani ufficiali, brillanti e sicuri di sé. Questi ultimi, che vivevano davvero in mezzo ai propri soldati, ci lasciarono molte testimonianze dell’umore delle truppe. Anch’esse sapevano bene dei piani del nemico e, di certo, il loro stato d’animo non poteva dirsi simile a quello dei vecchi generali. Una questione che accomuna queste testimonianze è l’ammissione che i  soldati erano stanchi e depressi, in un modo in cui i generali non si rendevano neppure conto. Per i giovani le linee erano deboli e male armate. Questi ragazzi, oltretutto, evidenziarono l’immensa e mal funzionante burocrazia dell’esercito italiano. Snervante e senza alcun senso.

Purtroppo, un altro punto debole dell’esercito italiano dell Prima Guerra mondiale erano proprio i giovani ufficiali. In Italia c’era l’usanza di nominare ufficiali solo persone provenienti dalla società civile, di alto rango e che avessero studiato, per cui non potevano diventarlo, ad esempio, contadini e operai. Dunque, non esisteva una promozione dal basso. Se un sergente, da molti anni nell’esercito, avesse avuto le competenze per fare carriera, ma senza titolo di studio, o proveniente dal proletariato, sarebbe stato messo da parte. Ed ecco che dai civili giungevano i nuovi ufficiali. Ragazzi giovanissimi (quelli di Caporetto avevano poco più di 19 anni), che avevano appena finito gli studi, costretti a comandare persone più anziane e, spesso, più esperte di loro.

Il danno di tale scelta, del non voler promuovere dalla truppa, continuò ad essere provocato anche quando finirono gli studenti altolocati. Si iniziò a reclutare, sempre nella società civile, ancora più in basso: i soldati se ne accorsero. Non più soltanto gente inesperta, ma addirittura di basso rango (ciabattini, garzoni di bar, aiutanti di barbieri, l’importante che fossero borghesi e non proletari)!
I generali, chiusi negli uffici, tutti questi malumori non li percepivano, e non percepivano nemmeno i danni che le brigate subivano, battaglia dopo battaglia, pensando che bastasse riempirle nuovamente di uomini. Per esempio la Brigata Salerno, comandata dal Generale Ottavio Zoppi, fu dimezzata in due diverse offensive (le solite spallate di Cadorna). Nel giro di tre mesi perse più di 5000 uomini, su un numero massimo di 6000. Il Generale Zoppi, inoltre, praticava la fucilazione, per punire i disertori e chi abbandonava le trincee per rifugiarsi retrovie.

Una foto di Rommel
Una foto di Rommel

Questa azione era gradita a Cadorna, che promise di promuovere Zoppi alla fine di questa Guerra Mondiale. Peccato che Zoppi non farà mai in tempo a godere di tale promozione, poiché, a Caporetto, la sua Brigata si arrenderà in massa, sul Monte Matajur, ad un tenente tedesco, un certo Erwin Rommel. Uno dei grossi problemi, appunto, era il logoramento dei fronti. Ogni battaglia costava una moltitudine di vite e, i rimpiazzi, come abbiamo visto, erano sempre più ridicoli. Il Generale della Brigata Foggia, distrutta il primo giorno dell’offensiva a Caporetto, dopo essere stato fatto prigioniero, scrisse queste considerazioni.

<<Ci erano stati dati 3000 rincalzi, la metà della brigata. Questi uomini provenivano prevalentemente dalle classi anziane. Non videro mai una bomba. Senza alcun addestramento e completamente ignoranti della guerra. Quando gli mostrammo ocme usare le bombe, erano terrorizzati nel toccarle. Fortuna che di bombe a mano ne avevamo pochissime>>.

Questa situazione orrenda, generata da un logoramento devastante, da un reclutamento sciagurato, si concluse con l’offensiva a Caporetto. Il primo giorno, come abbiamo visto, le prime linee combatterono e si fecero uccidere sul posto, travolti dall’avanzata austriaco-tedesca. Poi iniziarono le prime rese, con il conseguente numero esorbitante di prigionieri (tra cui molti di essi combatterono, nonostante si pensi il contrario, strenuamente), e infine la svolta, il miracolo. L’esercito sul Piave resistette. E resistette pure all’offensiva austriaca del 1918.

Purtroppo per l’Italia, nonostante fosse seduta fra le potenze vincitrici del primo conflitto mondiale, i suoi risvolti post-bellici saranno simili a quelli degli sconfitti, con la crisi e la disoccupazione, con la rivoluzione e il fascismo.

 

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Fonti:

Conferenza prof. A. Barbero

A. Gilio, Caporetto: giorni d’inferno, Novale, Rossato, 2012

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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