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La dignità della memoria argentina: El Conti no se achica

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Non la facciata neoclassica dell’ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada), né i suoi viali alberati dove lussureggiano le acacie e dove dondolano i grappoli di fiori dagli alberi di Jacaranda, lasciano pensare cosa nascondesse questo luogo più di trent’anni fa. È proprio qui, nell’ex caserma della scuola militare della Marina, che è nato un santuario della memoria del popolo argentino.

Quattordici anni fa il Presidente Néstor Kirchner e il sindaco di Buenos Aires firmarono per l’istituzione di una spazio della memoria, proprio dove erano stati perpetrati gli orrori peggiori della dittatura (il Processo di Riorganizzazione nazionale, 19761983) e si dette impulso così ad una serie di processi (oggi chiamati la Megacausa) che hanno messo alla sbarra un battaglione di militari: dagli alti comandi dell’Esercito argentino ai soldati semplici, impiegati nel ruolo di aguzzini. In questo giardino nel bel mezzo della periferia chic della capitale, dove oggi corrono viali alberati, sorgono villette con giardino, animati caffè e locali, negli anni della dittatura venivano perpetrate torture, erano imprigionati quelli che poi sarebbero diventati i desaparecidos. Da qui si decidevano i vuelos de la muerte (trad: voli della morte) con i quali i prigionieri, torturati e drogati, venivano prelevati e portati in sorvolo sull’Oceano Atlantico e poi lasciati cadere giù, perché di loro e delle torture che avevano subito non rimanesse traccia. Esclusi i costi del carburante, non era una grande spesa: una soluzione pulita per far fuori gli oppositori, per azzittire chiunque fosse stato solo almeno sospettato di nutrire simpatie per i rossi.

 

 

A partire dalla Presidenza di Raúl Ricardo Alfonsín (19831989), una volta ripristinata la democrazia, è stato comunque difficile indagare sull’operato dei militari, che avevano agito al di fuori delle leggi e in totale disprezzo di esse e delle più elementari norme sui diritti umani. Nel tritacarne del regime erano finiti anche cittadini di Paesi europei, senza tanti complimenti: italiani, tedeschi, belgi (addirittura suore francesi), probabilmente anche loro prelevati dai voli della morte e fatti cadere nel bel mezzo dell’oceano. Il minimo sospetto bastava, perché i servizi segreti militari si attivassero: spiavano i sovversivi (o presunti tali), li prelevavano in tutta segretezza e li segregavano nei locali dell’ESMA dove venivano sottoposti ad una raffinata sequela di torture, dalla bruciatura con piccoli lanciafiamme, agli elettroshock, all’immersione della testa nei propri escrementi. E poi, una volta interrogati a dovere, rivelate o no le informazioni che i militari si aspettavano, venivano eliminati, perché non si doveva sapere dei metodi utilizzati. Nonostante i primi tentativi di fare luce su tutto questo sotto il Governo Alfonsín, la pressione dei militari prima e il Presidente Carlos Saúl Menem poi (19891999), hanno invece cercato di vanificare i processi, in virtù del principio della Obediencia debida (trad: Obbedienza dovuta), un principio simile a quello invocato dai criminali di guerra nazisti, processati a Norimberga, secondo il quale i militari che eseguivano ordini non potevano essere accusati.  Ebbene dopo anni di tira e molla giudiziari, e di iniezioni di veleno nella vita politica dello Stato, dopo che Paesi europei, come la Francia e l’Italia fra gli altri, si sono costituiti parte civile nella Megacausa, il processo sta arrivando alle battute finali. Ma non è ancora detto che le vittime avranno piena giustizia.

Alcuni, non solo coloro che hanno avuto vittime nelle loro famiglie, ci tengono mantenere sempre la memoria vigile, ricordando le pratiche degli anni della dittatura, battendosi per il riscatto della memoria delle vittime. Nonostante questo, non tutti si interessano a quello che sta emergendo dai processi ai militari, anzi sembrano essersi quasi abituati a sentir raccontare che più di trentamila concittadini sono stati torturati e fatti poi sparire, solo perché oppositori del regime militare, o almeno sospettati di esserlo. Le ricorrenti proteste delle Abuelas de Plaza de Mayo che reclamano giustizia per i loro cari, e le accuse ai militari, vengono da alcuni o mal tollerate, o considerate strumentalizzazioni per mettere in cattiva luce gli esponenti politici troppo teneri coi militari. Approfittando di questo torpore di una parte dell’opinione pubblica, ogni tanto le forze conservatrici, a favore dei militari, cercano di far passare le loro proposte, per stendere una cortina di silenzio sugli orrori della dittatura. L’ultima mossa è quella di mettere la sordina proprio all’ESMA, o meglio a ciò che l’ESMA è diventata oggi: un grande centro di documentazione storica, artistica e culturale sugli anni della dittatura, sui desaparecidos e sugli intellettuali contro. Oggi, infatti, l’ESMA, candidato al riconoscimento dell’UNESCO come luogo Patrimonio dell’Umanità, non è solo un museo degli orrori, dove è possibile ritrovare i luoghi e ricostruire la pratica delle torture, non è solo un monumento ai trentamila scomparsi, le cui foto tappezzano un’enorme vetrata, ma è anche un centro culturale, che documenta con libri, video, foto, manoscritti originali la vita di quegli anni terribili e l’impegno di quanti hanno combattuto la dittatura, come Haroldo Conti. Non è un caso, infatti, che la struttura centrale dell’ESMA è proprio intitolata all’autore, tra gli altri libri, di Mascaró, il cacciatore americano o Intorno alla gabbia.

Nello spazio dedicato a Conti, oltre alla ricostruzione della sua carriera, terminata bruscamente con la sua sparizione nel 1976, ci sono anche degli spazi dedicati all’arte contemporanea popolare, una libreria specializzata nella letteratura di lotta, spazi per bambini. Il centro Conti è un grande luogo aperto al pubblico, gratuito, che informa anche sui vari stadi della Megacausa, con dei pannelli esplicativi, che riporta nei suoi viali le storie e i volti di alcuni dei trentamila scomparsi, mostrandone la vita, l’impegno, i visi. Facendoci capire che chiunque facesse un minimo di attività politica, immancabilmente cadeva nella rete della polizia e veniva fatto sparire, a prescindere poi dal fatto che fosse un militante comunista o meno. Del resto il terrore suscitato dalle sparizioni doveva agire da deterrente per tutti gli altri. Di questo genocidio la casta militare e i politici che l’hanno giustificata non vogliono pagare il conto e un modo per non saldarlo è quello di annacquare la memoria, quello di far perdere nell’oblio e nelle polemiche il ricordo e le voci di chi il regime l’ha combattuto. È forse per questo che è in programma una riduzione dello spazio del centro Haroldo Conti, un ridimensionamento di quello che è stato finora uno spazio libero, aperto e plurale che però è una spina nel fianco di chi vuole sedare la memoria e preferirebbe dimenticare.

Il Governo attuale del Presidente Mauricio Macri ha de-finanziato il centro intitolato a Conti. Lo scorso mese di Dicembre è stata inscenata protesta El Conti no se achica (trad: Il Conti non si ridimensiona), che chiama a raccolta quanti hanno a cuore il centro e il suo significato politico.

Sembrerebbe una battaglia per il mantenimento del proprio posto di lavoro, ma è una battaglia per difendere uno spazio culturale vivo e per non cedere neanche un centimetro alla nascosi della memoria, al silenzio colpevole di chi vuole seppellire quella stagione di morte, confondendo i torti e le ragioni.

 

 

Foto di Marco Palone ©

 

 


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