FILE - In this June 23, 1982 file photo, President Ronald Reagan and British Prime Minister Margaret Thatcher speak to reporters at the White House in Washington.  Ex-spokesman Tim Bell says that Thatcher has died. She was 87. Bell said the woman known to friends and foes as "the Iron Lady" passed away Monday morning, April 8, 2013. (AP Photo/File)

La crisi globale e la trasformazione della destra

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  • LA DESTRA INTERNAZIONALE FINO A IERI: IL NEOLIBERISMO


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4 Maggio 1979: Margaret Thatcher giura come Primo Ministro del Regno Unito. Già leader del Conservative Party (trad: Partito Conservatore) da tre anni, avvia una stagione di politiche dal grande impatto sociale, economico e culturale la cui influenza andrà ben oltre i confini del dominio della Corona d’Inghilterra.

20 Gennaio 1981: Ronald Reagan giura come Presidente degli Stati Uniti d’America. Divenuto leader del Republican Party (GOP, trad: Partito Repubblicano) con le primarie dell’anno precedente inaugura la sua presidenza con la celebre frase «lo Stato non è la soluzione al nostro problema; lo Stato è il problema».

Thatcher e Reagan sono stati due leader caratterizzati da una guida forte, con la medesima matrice ideologica: il neoliberismo. Da allora la corrente di pensiero diffusa ad inizio Anni ’70 dai Chicago boys seguaci di Milton Friedman e di Friedrich von Hayek si fece largo, contaminando profondamente tutti i partiti di centrodestra non solo nel mondo anglosassone ma dell’intero Occidente. È una corrente di pensiero che, ereditando e rielaborando parte degli studi della scuola austriaca, polemizza col pensiero keynesiano ed estremizza il pensiero liberale sostenendo la necessità da parte dello Stato di astenersi completamente dall’intervento economico, di attenersi al laissez-faire ovvero al lasciar scorrere le dinamiche del mercato senza intervenire per indirizzarle o attenuarle, nella speranza che la somma delle azioni dei singoli individui sia sufficiente a garantire la prosperità economica. Ma il neoliberismo non si riduce ad un atteggiamento economico: è un modo di vedere la realtà a 360 gradi. L’austerità e il rigore dei conti pubblici sono esaltati perché il debito è visto come un modo di vivere al di sopra delle proprie possibilità: questo condurrebbe all’assistenzialismo e al degrado, sia personale che nazionale. I servizi pubblici sono visti come un costo inutile quando non dannoso, giacché causerebbero una diminuzione della capacità del singolo individuo di “darsi da fare” e risolvere i problemi con le sole proprie forze. I sindacati e i movimenti sociali – sia di destra che di sinistra – sono visti come un nemico in quanto ostacolo alle riforme di liberalizzazione del mercato del lavoro e delle merci necessarie alla crescita economica. Il primato è dell’individuo, non della società: per il neoliberismo solo l’individuo esiste, la società è un’illusione frutto dell’attività collettiva di milioni di persone. La libertà di commercio e di impresa è tutto: promuoverla ed espanderla è la sola azione degna da parte del legislatore. Per il resto lo Stato deve essere minimo: costare poco, tagliare le tasse, occuparsi esclusivamente di difesa, giustizia, ordine pubblico, ordinaria amministrazione e gestione delle emergenze. Lasciare al privato ogni altra attività. Per il neoliberismo il pubblico è un problema, il privato è la soluzione.

 

  • LA RESISTENZA DELLA DESTRA DELL’ALTRO IERI: IL POPOLARISMO

ob_35b214_world-war-3I partiti di ispirazione popolare, egemoni in gran parte dell’Occidente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, fossero essi esplicitamente democristiani come quelli mediterranei e tedeschi o più genericamente ispirati ad un conservatorismo compassionevole come nella tradizione nordica o francese, tradizionalmente moderati e centristi, furono restii ad accogliere questa novità che andava ad urtare la loro visione comunitaria della società, tradotta in pratica dall’economia sociale di mercato, dal rapporto costante coi corpi intermedi e radicata nei valori cristiani di solidarietà e di modestia, così distanti dall’individualismo e dall’intraprendenza esaltati dalla cultura neoliberista anglo-americana.

Si opposero per anni, ma nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino e l’accelerazione della dissoluzione dell’Unione Sovietica cedettero alla contaminazione: il liberismo internazionale sembrava l’unico sistema in grado di assicurare ricchezza e futuro prospero ai popoli. Era il sistema economico che aveva vinto il titanico scontro di due mondi e di due culture che aveva tenuto tutti avvinti in una gelida tensione durata oltre settant’anni. Col crollo dei sistemi comunisti tutti i Governi attuarono politiche più o meno direttamente ispirate al neoliberismo, sebbene temperate nei Paesi in cui il centrodestra d’ispirazione popolare aveva radici più profonde. Per vent’anni il neoliberismo sarà il paradigma egemone nella cultura conservatrice mondiale.

 

  • LA DESTRA DI OGGI: IL NEO-NAZIONALISMO

nazionalismo-600x350Per i Chicago Boys e la maggioranza degli osservatori politici il neoliberismo sarebbe stato il sistema politico-economico egemone per l’intero XXI secolo, tuttavia nel 2008 è accaduto un fatto imprevisto: la crisi globale e l’inizio della grande recessione che ha messo in discussione tre assiomi fondamentali delle politiche adottate a livello globale dal 1991 in poi. Con la crisi globale il mondo ha scoperto che il mercato non si autoregola, che la crescita economica non è né costante né illimitata, che la globalizzazione e la deregolamentazione spinte del mercato del lavoro non portano solo benefici ma anche significativi costi sociali e ambientali.

Quando il ceto medio impoverito dalla crisi – ma già indebolito da anni dal mutamento dell’economia globale con la delocalizzazione, il tramonto dell’industria pesante novecentesca e l’incremento dei lavoratori atipici o precari – ha manifestato i propri problemi e la propria paura, la classe dirigente dei partiti di destra non ha saputo dare risposte che risultassero adeguate a quanto stava accadendo. Il mondo stava cambiando, ma non nel modo in cui si aspettavano.

La popolazione si è arrabbiata e, in assenza di risposte, ha guardato al passato. Come sappiamo ci sono altre due forti correnti di pensiero nella destra occidentale oltre al neoliberismo: il popolarismo, che è stato egemone dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino alla fine degli Anni ’70, e il nazionalismo che aveva dominato lo scenario politico nella prima metà del Novecento. Il popolarismo tuttavia non era più un’opzione disponibile in gran parte dei Paesi occidentali, spazzato via dalle classi dirigenti formatesi sui testi di Friedman e von Hayek: rimaneva il nazionalismo. Esso poteva essere rielaborato, emendato dai contenuti troppo reazionari, e adattato al bisogno di sicurezza dei ceti medi e bassi impauriti dalla recessione.

Questo è quanto stiamo osservando oggi: la votazione sulla Brexit nel Regno Unito e la svolta isolazionista di Theresa May, l’elezione di Donald J. Trump negli USA e l’azzeramento della classe dirigente del Great Old Party, l’ascesa di Marine Le Pen in Francia e la sconfitta di Alain Juppé e Nicolas Sarkozy ad opera dell’outsider François Fillon alle recenti primarie del centrodestra francese, l’elezione di Viktor Orbán in Ungheria, la popolarità di Geert Wilders in Olanda e di Norbert Hofer in Austria, oltre al rafforzarsi dei numerosi movimenti e leader minori che li seguono in altri Paesi, ha lo stesso denominatore comune. Il nazionalismo propone sicurezza e si alimenta di paura: alla paura di perdere il posto di lavoro per via delle dinamiche economiche globali risponde con il protezionismo economico, alla paura della diversità e della concorrenza dei lavoratori stranieri risponde con la chiusura delle frontiere e la discriminazione etnica, alla paura del futuro e della complessità dello scenario internazionale risponde con il culto della Nazione e di una propria storia idealizzata.

Stiamo oggi assistendo alla versione 2.0 della vecchia destra nazionalista. Da essa i ceti medio-bassi non troveranno risposte ai loro bisogni, ma continueranno a cercarle in quella direzione fintanto che non avranno un’alternativa credibile nel campo del centrosinistra: ai progressisti la sfida di realizzarla.

 

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About Walter Rapetti

REDATTORE | Classe 1987, genovese. Laureato magistrale in Storia, possiede un master in Pubblica Amministrazione. Ha la brutta abitudine di occuparsi di politica, in particolare europea e internazionale, e di andare a caccia di guai facendola talvolta in prima persona. Tuttavia, rimane un umano grazie ai suoi interessi: storia, antropologia, natura, innovazione tecnologica condite da "nerdosità" quali LEGO e giochi di ruolo.

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