Boccaccio

La «cortesia» di Federigo degli Alberighi

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Giovanni Boccaccio (1313-1375) fu un poeta e scrittore toscano. Considerato uno dei padri fondatori della Letteratura Italiana, fu un autore fondamentale nel panorama letterario italiano europeo della sua epoca.
Giovanni Boccaccio (1313-1375) è stato uno scrittore e poeta italiano. Considerato uno dei padri fondatori della letteratura italiana, fu tra gli autori più influenti nel panorama letterario europeo del suo tempo

In questo articolo si considera una novella di uno degli autori più importanti della letteratura nostrana, ossia Giovanni Boccaccio, e vuol essere una piccola prova del fatto che il Medioevo, durante il quale operò, non fu un periodo così buio e privo di slancio come si può pensare. Questa concezione generalizzata che pone il Medioevo sotto una luce non troppo benevola è dovuta al Rinascimento: gli uomini rinascimentali non apprezzavano in modo particolare l’epoca che li aveva preceduti e ne riscrissero la storia. L’immagine non positiva da loro tramandata è giunta sino a noi e forse solo ora nella versione vulgata – non accademica, in cui il salto di qualità è stato fatto già – si sta riportando il Medioevo alla sua dimensione più realistica, restituita e nuova rispetto a quella precedente.

Al di là degli aspetti negativi più considerevoli (lo spopolamento di centri urbani, l’avanzare di boschi, paludi e animali selvatici, le epidemie di peste, per fare alcuni esempi) il Medioevo è stato un periodo fiorente di viaggi (si pensi alle esplorazioni in Oriente di Marco Polo, vissuto presso i Mongoli), di arte, di invenzioni e di letteratura: in Italia vi sono le celebri «Tre Corone» che tutto il mondo ci invidia, vale a dire Dante Alighieri, Francesco Petrarca e il già citato Giovanni Boccaccio.

Federigo degli Alberighi è una delle novelle tratte dall’opera più conosciuta di quest’ultimo autore, ossia il Decameron, che in greco significa [le novelle] di dieci giorni. L’opera è composta da cento novelle raccontate a turno da sette fanciulle e tre giovani rifugiatisi in campagna per sfuggire alla dissoluzione che imperava a Firenze a causa della peste che colpì la città nel 1348. Ogni giorno la brigata nominava un re o una regina che sceglieva il tema del giorno. Federigo degli Alberighi è la nona del quinto giorno, il cui argomento è «Sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse».

Il testo boccaccesco risente della lingua del suo tempo – come ovvio – ma nonostante la patina trecentesca, la sintassi e le parole sono per lo più note e in uso ancora oggi, con qualche cambiamento. La lettura risulta abbastanza agevole e in presenza di termini desueti, tutte le edizioni sono dotate di note esplicative. Prima dell’inizio della storia, si trova una breve descrizione che illustra la dinamica della vicenda ed è svelata la conclusione, un vero e proprio spoiler, per cui se qualche lettore non vuole conoscere l’esito, non legga le prossime tre righe!

Dunque si dice: «Federigo degli Alberighi ama e non è amato, e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone, il quale, non avendo altro, dà a mangiare alla sua donna venutagli a casa; la qual, ciò sappiendo, mutata d’animo, il prende per marito e fallo ricco». 

Federigo degli Alberighi è un giovane «in opera d’arme e in cortesia», qualità fondamentali per un cavaliere, che si è innamorato di una gentil donna fiorentina molto bella di nome Giovanna che, in accordo ai canoni dell’amor cortese, è già sposata e ha anche un figlio. Per lei Federigo organizza tornei, giostre e feste, ma arriva a dilapidare il proprio patrimonio e a ridursi in povertà. Non gli rimangono che un «poderetto piccolo […], delle rendite del quale strettissimamente vivea, e oltre a questo un suo falcone de’ miglior del mondo»; così va a vivere a Campi, dove possiede il podere. Un giorno accade che il marito di madonna Giovanna si ammala e muore, lasciandola vedova. Insieme al figlio si reca nei possedimenti ereditati dal consorte, uno dei quali si trova vicino a quello di Federigo. Il ragazzino rimane molto colpito dal maestoso falcone di Federigo e desidererebbe averlo, ma non trova il coraggio per domandarglielo «veggendolo a lui esser cotanto caro». Anche il figlio di Giovanna si ammala e prega la madre di chiedere in dono il falcone a Federigo, credendo che possa aiutarlo nella guarigione. La donna si trova in difficoltà perché sa che il falcone è il bene più prezioso per il gentil uomo, e in imbarazzo perché ha sempre evitato le manifestazioni del suo amore, ma l’affetto per il figlio la convince e insieme a una compagna va a trovare Federigo.

Il possesso di falchi per la caccia era una prerogativa aristocratica molto in uso nel Medioevo. La falconeria era infatti largamente praticata e il possesso dei falchi era considerato prezioso ed era ben regolamentato dalle leggi dell’epoca

L’indomani l’uomo la riceve con molto bene, ma si rende conto di non poterle offrire un lauto banchetto vista la propria povertà. A malincuore, sacrifica il suo amato falcone «per che, non avendo a che altro ricorrere, presolo e trovatolo grasso, pensò lui esser degna vivanda di cotal donna». Durante il pasto, Giovanna racconta il motivo della visita e «oltre a ogni convenevolezza e dovere» chiede in dono il falcone per il figlio malato, enunciando i valori cortesi per cui Federigo dovrebbe darglielo: «E per ciò ti priego, non per l’amore che tu mi porti, al quale tu di niente se’ tenuto, ma per la tua nobiltà, la quale in usar cortesia s’è maggiore che in alcuno altro mostrata […]». A questo punto, Federigo inizia a piangere davanti a madonna Giovanna e lei crede che sia per la richiesta del falcone ma, ripresosi, le svela che l’uccello è finito arrosto sulla loro tavola: «”m’è sì gran duolo che servire non ve ne posso, che mai pace non me ne credo dare”. E questo detto, le penne e’ piedi e ‘l becco le fè in testimonianza di ciò gittare avanti». La donna lo rimproverò di averle dato da mangiare un falcone così prezioso, ma poi lo lodò per la sua grandezza d’animo.

Il figlio di Giovanna vuoi per la malattia, vuoi per l’amarezza di non aver avuto il falcone «con grandissimo dolor della madre di questa vita passò». A lei che è ancora giovane e ricchissima, i fratelli dicono di sposarsi di nuovo e, ricordandosi della nobiltà di Federigo, risponde loro che avrebbe preso lui come marito e non altri, sebbene ricchi, perché desiderava un «uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo [1]. Li fratelli, udendo l’animo di lei e conoscendo Federigo da molto, quantunque povero fosse, sì come ella volle, lei con tutte le sue ricchezze gli donarono. Il quale così fatta donna e cui egli cotanto amata avea per moglie vedendosi, e oltre a ciò ricchissimo, in letizia con lei, miglior massaio [2] fatto, terminò gli anni suoi».

Il Decameron fu il sostrato per "The Canterbury Tales"di Geoffrey Chaucher (1340 c.ca-1400), scrittore, poeta, diplomatico inglese considerato il padre della Letteratura Inglese.
Il “Decameron” (1350-1353) fu il sostrato testuale per l’opera “The Canterbury Tales” (1478) del poeta, scrittore e diplomatico inglese Geoffrey Chaucer (1340 circa-1400). Si tratta di racconti narrati dai pellegrini durante il tragitto da Southwark  a Canterbury, in cui si trovava la tomba di San Tommaso Becket

Il racconto, alla fine, termina in modo felice e i due protagonisti ottengono il meglio. La storia è costruita con sapienza e condensa in poche pagine molte delle espressioni culturali dell’epoca, come la falconeria che qui è presente anche se in modo indiretto. Il fatto che Federigo abbia un falcone comunica il suo status sociale; il giovane incarna gli ideali dell’aristocrazia cortese in quanto osserva il servizio d’amore nei confronti di Giovanna, ben sapendo di non poter ottenere nulla da lei. Come la Regina Ginevra infatti, madonna Giovanna è sposata, ma come Lancillotto non si era tirato indietro davanti a Re Artù, così fa Federigo. In questa novella è presente la concezione tipica della mentalità cortese per cui la nobiltà dell’uomo deriva dall’amore puro nei confronti della donna, che rimane spesso non corrisposto o per semplice disinteresse o per via delle norme sociali. Può capitare infatti che gli amanti siano già uniti in matrimonio con altre persone (è il caso di Francesca da Rimini della Commedia dantesca), ma è proprio nell’amore fine a se stesso che risiede la forza del sentimento cortese, ben esplicata qui in una battuta di Federigo rivolta a Giovanna: «Madonna, niun danno mi ricorda mai avere ricevuto per voi ma tanto di bene che, se io mai alcuna cosa valsi, per lo vostro valore e per l’amore che portato v’ho adivenne». Boccaccio mostra anche il paradosso estremo della cortesia, per cui essa giunge ad auto-demolirsi dapprima portando alla rovina Federigo e poi proprio quando egli ha l’occasione di fare all’amata un dono che li avrebbe tenuti legati, quel dono è finito arrosto! Boccaccio, figlio di un mercante, conosce il valore del denaro nella società in cui vive e non la idealizza: sa che un cavaliere cortese deve avere una buona base pecuniaria per essere tale. Tra l’altro Federigo dilapida il suo patrimonio e non è un buon amministratore/massaio (lo diventa alla fine della novella); la masserizia era una qualità imprescindibile in un cavaliere e, per evitare che diventasse avarizia, doveva essere bilanciata dalla liberalità.

Questa e molte altre divertenti e leggere novelle del Decameron offrono un affresco della cultura dell’epoca esprimendone i tratti salienti, spesso in modo meno incantato rispetto alle opere delle altre due Corone, operanti in quel Medioevo che poi tanto buio non è, visto che loro tre da soli hanno plasmato la lingua con cui ci esprimiamo oggi e posto solide basi ulteriori per la letteratura dei secoli a venire.

 

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Una scena del film “Meraviglioso Boccaccio” (2015), realizzato dai registi e sceneggiatori italiani Paolo e Vittorio Taviani, ispirato ad alcune novelle del “Decameron”. Federigo degli Alberighi è qui interpretato dall’attore italiano Josafath Vagni (1986)

 

 

NOTE UTILI

 

[1] Giovanna preferisce un uomo privo di ricchezze a un uomo ricco ma senza virtù.

[2] “amministratore dei beni” (> masserizia, oculata amministrazione dei propri averi).

 

 


 

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About Diletta Solinas

REDATTRICE | Classe 1992, sarda. Adora la lettura, l'arte, i film, i viaggi, i programmi di Piero e Alberto Angela e guarda ancora con meraviglia il mare e la natura. Laureata in Lettere sulla via dell'antico, ora prosegue gli studi in Italianistica e per questo si sente un po' un ibrido.

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