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La conservazione del linguaggio, unico mezzo di salvezza

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maxresdefaultSelfie, slogan, smania di voler raggiungere il proprio interlocutore il più presto possibile, impatto emotivo immediato e forte, approccio irrazionale, hashtag, eliminazione della punteggiatura, ironia sadica anziché saggia. Questo è il linguaggio del terzo millennio, il cui scopo è quello di semplificare al massimo, riducendo all’osso l’empatia che può derivare soltanto da una comunicazione fatta di parole proprie, rendendo così più distaccati anche i rapporti interpersonali.

Frutto della globalizzazione o della “vita frenetica” a cui la nostra epoca ci costringe, questo linguaggio breve trova facilmente spazio e consenso, diventa contagioso ma al contempo pericoloso come un virus letale. Quello di cui purtroppo raramente ci accorgiamo è che all’impoverimento del linguaggio ne consegue un tarlo che, se ci attacca, potrebbe ridurre la nostra specie all’estinzione morale: l’indebolimento del pensiero. Il metodo di comunicazione, oggi utilizzato, non si avvale della tradizionale costruzione soggetto-predicato-complemento bensì di un cancelletto (#) seguito da parole in sequenza buttate lì senza logica (il cosiddetto hashtag), oppure poche termini legati da verbi sottintesi e, quindi, rimasti inespressi.

Scrivere e leggere sono ormai verbi da poter coniugare solo al passato, appartenenti a quel tempo in cui la nostra mente era ancora capace di assimilare e di sintetizzare. Oggi leggiamo cose già sintetizzate e che raramente ci resteranno dentro: le troviamo già preconfezionate, le prendiamo e ce ne avvaliamo come fossero nostre, magari travisandole. Sì, perché se scriviamo qualcosa non di proprio pugno non è detto, poi, che la nostra interpretazione sia la stessa data dall’autore originario. In questo modo diamo origine ad una confusione dialettica ed a cui potrebbe conseguire, a sua volta, una confusione psicologica: una sorta di crisi d’identità.

Volendo portare un esempio a supporto di questa tesi, secondo cui l’immiserimento del linguaggio è un male che può avere effetti deleteri sulla nostra generazione (principale vittima), non possiamo non pensare allo slogan #JeSuisCharlie creato proprio a seguito dell’attentato alla redazione della rivista satirica parigina Charlie Hebdo, per mano di un gruppo di fondamentalisti islamici e col presupposto che su tale rivista erano state pubblicate delle vignette ritenute offensive per la loro religione. Lo slogan, nato visibilmente per fini solidali, si è diffuso a macchia d’olio. A noi sarebbe piaciuto che la gente avesse manifestato la propria solidarietà in modo diverso e non attraverso un freddo slogan preconfezionato, ma scrivendo dei messaggi personalizzati mettendo così in comune un po’ della propria rabbia, un po’ delle proprie paure, un po’ della propria indignazione verso quello che si può definire evidentemente un oltraggio alla libertà d’espressione. Perché a volte le paure e il rammarico possono essere combattuti solo se condivisi e razionalizzati. Restano comunque delle scelte  – compreso il modo attraverso cui esprimersi è assimilabile al concetto di ”libertà d’espressione” – e non ci sarebbe stato alcun problema se la gran parte delle stesse persone, che si erano avvalse di quello slogan, non lo avessero rinnegato esattamente due giorni dopo e con la giustificazione che, ragionandoci un po’, han capito di non trovarsi in esso rappresentate.

liberta1Questa tendenza a rimangiarsi quanto detto è espressione di un pensiero debole. Perché cambiare idea è umano, è nobile, è comprensibile. Ma rinnegare in massa ciò che precedentemente in massa si era affermato lo è un po’ meno, ed è la dimostrazione che ci si era lasciati contagiare da uno slogan senza pensarci troppo. Perché quando ciò che si scrive non è frutto del proprio pensiero, tutto ciò accade facilmente. Quello degli slogan e dei messaggi a effetto diretto è anche il linguaggio del potere, quindi della Politica. Nel nostro Paese, infatti, si diffuse negli anni ’90 il culto dell’immagine; ciononostante, però, il cambiamento di linguaggio vero e proprio lo stiamo vivendo nel nostro tempo, con l’ascesa di Matteo Renzi e con l’instaurazione di un “regime” che, fingendo di adeguarsi ai giovani ed avvalendosi dei loro stessi mezzi di comunicazione (basti pensare agli innumerevoli tweets del nostro Presidente del Consiglio, divenuti ormai celebri), in realtà comunica in un modo che non può che danneggiarli, impoverirli, favorendoli la creazione di modelli standard e a cui sono tenuti a conformarsi, portandoli quindi a perdere la propria individualità.

E lungi dall’infondere sospetti di complottismo, sembra comunque opportuno chiarire che dietro questa tendenza alla massificazione, che deriva dall’uso di poche parole (e scelte da pochi) ma che diventano le stesse utilizzate da tutti, si insinua una volontà di strumentalizzazione. Di questo ne aveva parlato già Noam Chomsky, in opere come La Fabbrica del Consenso e Il Linguaggio e la Mente, oltre che in numerose interviste, affermando che la riduzione del linguaggio ha consentito in passato l’instaurazione dei più grandi totalitarismi, poiché l’omologazione favoriva (e favorisce tutt’oggi) il dominio dei potenti sulle masse, soggetto unico seppur collettivo, piuttosto che individui diversi l’un l’altro, aventi ognuno il proprio pensiero e che si esprimono con parole molteplici e differenti tra loro.

Lo stesso discorso viene portato all’esasperazione da George Orwell in 1984, romanzo ”distopico”, in cui l’autore parla di bipensiero e di bilinguismo, sottolineando come l’eliminazione di alcune parole e l’esasperazione dell’uso di altre sia utile al potere per rovesciare il significato di queste ultime.

Preservare il linguaggio diventa quindi necessario per preservare l’individualità, la razionalità, la personalità. Necessario per sopravvivere, per difenderci, per fare in modo che non ci strumentalizzino, che non ci impongano di vedere quello che “loro” vogliono. Il linguaggio è l’unico strumento che abbiamo per dimostrare, a noi stessi ed alla società, di essere ancora individui liberi.

Riprendiamo a leggere, a scrivere, rifiutando questo metodo di comunicazione breve che affascina più dei vecchi saggi, romanzi ed articoli di giornale, ma che inibisce l’elaborazione mentale dei contenuti. Impariamo a rifiutare la sintesi impostaci da altri, a voler sintetizzare i contenuti soltanto con la nostra mente, che provvederà a farlo solo dopo averli assimilati e, sicuramente, senza l’obiettivo di ingannarci.

 

Man Reading Book and Sitting on Bookshelf in Library

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

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