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“La comune”: disillusione e utopia

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“Dogme 95”: in alto al centro, di volta in volta, vengono trascritti i titoli dei film che aderiscono alle idee del manifesto

La comune è il nuovo film di Thomas Vinterberg, il regista danese che molti ricorderanno per Festen (1998) e Il sospetto (2012), il primo realizzato secondo le regole del manifesto estetico Dogma 95 a cui allora aderiva anche Lars Von TrierLa comune è ambientato nel 1975 a Copenaghen e racconta di una famiglia composta dall’architetto Erik (Ulrich Thomsen), dalla giornalista televisiva Anna (Trine Dyrholm) e dalla loro figlia adolescente Freja (Martha Sofie Wallstrøm Hansen). Erik eredita una vecchia casa troppo grande e dispendiosa per tre sole persone. In un primo momento pensano di venderla, ma poi Anna propone di andare a viverci con altre persone e condividere le spese. Questa comune nasce e funziona senza scossoni finché Erik non s’innamora di Emma (Helene Reingaard Neumann), una studentessa del corso che tiene all’università.

Il punto di fuga de La comune è la disillusione: tutto suona così attuale e vero che non si riesce a guardarlo da fuori, come se anche lo spettatore entrasse a forza a far parte della comune. E si capisce che sarebbe sbagliato prenderlo troppo alla lettera. La cinepresa tende a scomparire, in modo da favorire da parte dello spettatore un’adesione più diretta alla vicenda narrata. L’epoca degli Anni Settanta non è solo una contestualizzazione storica. È anche la metafora di un’idealizzazione rispetto ai grandi temi della vita, dell’essere soli di fronte ai suoi perché, del valore dell’amore e dell’amicizia. Un’idealizzazione che tutti, in modi diversi, ci facciamo e in cui ci rifugiamo per brevi o lunghi periodi.

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Una scena del film “La comune” (2016), diretto dal regista Thomas Vinterberg

L’intera drammaturgia del film è la differenza che esiste tra il piano ideologico-sociale e quello emotivo. Da una parte si presenta la possibilità di decidere se i rapporti si lascino alle spalle la rigidità dei ruoli tradizioni e il senso del possesso; dall’altra il sentimento dell’abbandono e la fine dell’amore (qualcosa che a qualunque età e in qualunque forma lo si voglia rappresentare, è sempre senza soluzione) non hanno niente di razionale e interessano parti della coscienza che sono impermeabili alle idee. In questa terribile ambivalenza sta forse il maggior insegnamento, estetico e morale, del film di Vintenberg: scoprire l’inquietudine, la sospensione e la falsità delle situazioni affettive, ma anche la possibilità di una buona relazione umana. Nel film lo spettatore passa attraverso il privato, l’inquietudine e le contraddizioni affettive e relazionali dei personaggi, spesso attraverso la loro disperata incapacità di amare in modo maturo. L’essenza del film consiste nella sua capacità di filtrare della storia nei destini individuali, vera misura morale dei sommovimenti sociali degli Anni Settanta, reali o illusori che siano (più illusori che reali). Il film rappresenta il travaglio di tutti coloro che subiscono una scelta altrui e quello che vive la protagonista Anna; l’interpretazione della Dyrholm è generosa, viscerale, intensa e contagiosa nella sua voglia di spingersi oltre i propri confini all’inizio, e di ritirarsi nel suo guscio ormai incapace di proteggerla alla fine.

Il film di Vinterberg è metonimico, mai metaforico. Sta allo spettatore cogliere il senso delle cose nel loro porsi come tali, certe fulminanti accensioni nascono dalla fusione di elementi disparati. Dopo Il sospetto e Via dalla pazza folla (2015) il regista torna a farci riflettere sulla complessità dell’animo umano e sulla bellezza (ma anche sulla fragilità) di alcune utopie. Del resto, il film è – in sé e per sé – una grande sfida alla capacità del mezzo di essere se stesso, il continuo gioco con la portata epica della messa in scena ridotta in scala umana (umanistica, se vogliamo), la prosa in opera di un immaginario filmicamente pregno nell’idealismo umiliato di piccoli e vani eroi, il cui individualismo risulta per così dire danneggiato da frammenti di utopia sfuggiti al loro animo ribelle. Al di là della vicenda narrata, il film è spiazzante proprio per il rapporto particolare che impone allo spettatore, sollecitato a vincere certe abitudini e a riconoscersi soprattutto nei vuoti da colmare, nelle sospensioni di giudizio (il giudizio può esserci, c’è, ma non è mai scontato) nelle apparenti reticenze dello schermo.

È in questo scarto che il dramedy trova il suo momento più fertile e significativo: quando lo scorrere del racconto si interrompe sulla soglia di un evento, o di una scelta decisiva, in una specie di ideale fermo immagine, o prende improvvisamente un’altra strada, inattesa o misteriosa, oppure ricomincia più in là, dopo uno stacco temporale, in un’ellissi del racconto che però “non toglie” ma semmai arricchisce di senso, profondità, spessore narrativo.

 

 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema".

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