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La battaglia di Campaldino

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Casa di Dante, diorama della battaglia di Campaldino
Casa di Dante, diorama della battaglia di Campaldino

La battaglia di Campaldino è uno di quegli eventi che passa spesso in sordina, vuoi per le poche risorse messe in campo (solo qualche migliaio di uomini), ma i suoi effetti si riscontrano ancora oggi.

Uno dei fatti che può evocare tale battaglia, ed è anche uno dei motivi per cui oggi tratterò di essa, è per la partecipazione di Dante, tra le fila fiorentine, contro l’esercito di Arezzo. Alighieri, nella Divina Commedia, parlò spesso di questa battaglia. Poiché oggi si chiude la settimana celebrativa del Sommo poeta, con questo articolo volevo contribuire anch’io ad offrire un piccolo omaggio ad una delle Corone d’Italia. La battaglia di Campaldino, 11 Giugno 1289, è storicamente importante perché segnò una tappa: e, come abbiamo già detto, i risultati si percepiscono ancora oggi, dato che la città dominante della Toscana è Firenze e non Siena o Pisa. Con Campaldino assistiamo all’affermazione della città fiorentina sul territorio toscano, soffocando tutte le altre, divenendo la più potente. Un secondo punto, per l’importanza di tale battaglia, è l’affermarsi, in Toscana, della parte guelfa su quella ghibellina.

Nell’Italia dei comuni le città erano riuscite ad imporsi diventando praticamente delle città-stato. Esse avevano una propria giurisdizione, un proprio esercito e spesso battevano una moneta propria. Ad un certo punto, certi teorici giudicarono preferibile che l’Italia, con tutte le sue città, seguisse i modelli di altri stati (per esempio la Francia) che già secoli addietro scelsero di avere una monarchia che raggruppasse in un’unica giurisdizione tutti i centri urbani liberi, affinché ci fosse più ordine, pagando il prezzo delle tasse ad un sovrano. Tecnicamente l’Italia aveva il suo Re, ed era l’Imperatore tedesco che, giuridicamente, era allo stesso tempo Re d’Italia. Peccato che l’Imperatore non venisse mai in Italia, permettendo agli italiani di far tutto quello che avessero voluto. Un secolo e mezzo prima di Campaldino nacque un partito, una fazione, che chiedeva all’Imperatore di essere più presente sul suolo italico e, in ogni caso, di seminare ogni angolo del regno di funzionari che facessero valere il regio potere. I membri di questa fazione, col tempo, prenderanno il nome di ghibellini. Ma se a chiedere più potere all’Imperatore erano le piccole città, stufe delle infinite guerre tra vicini di casa, quelle grandi (Milano e Firenze su tutte), quelle che stavano soffocando i vicini di casa, erano di tutt’altro avviso. Credevano che dentro questa libertà ci fosse solo un guadagno, potendo esse muoversi a destra e a manca, con l’aiuto della forza bruta. Queste città si opposero fieramente al progetto ghibellino di ricreare un regno funzionante in Italia, e cercarono un appoggio. Ovviamente lo trovarono nel nemico numero uno dell’Imperatore, nell’altro grande potere universale, ovvero nel Papato. Il Papato, fin da subito, si erse come protettore di queste città, e spesso pure come finanziatore, affinché l’Imperatore non tornasse a governare in Italia. Ed ecco che di fronte alla fazione imperiale nacque la fazione che appoggiava la chiesa, i guelfi.

Lo scontro di Campaldino, dunque,  fu una tappa della lunga vicenda tra guelfi e ghibellini. Semplicemente uno scontro tra due fazioni, tra gruppi di città, tra famiglie rivali, etc.

Statua di Carlo d'Angiò, al Palazzo reale di Napoli
Statua di Carlo d’Angiò, presso il Palazzo Reale di Napoli

Nel 1289, nel centro e nel sud d’Italia (nel nord ancora no), era chiaro a tutti che la parte guelfa stesse sovrastando quella ghibellina. Nel 1266, Carlo d’Angiò (principe francese, dunque legato al papato e sostenitore della parte guelfa) venne in Italia e sconfisse Manfredi nella battaglia di Benevento, impadronendosi del Regno di Napoli, consolidando definitivamente lo strapotere della fazione guelfa nel centro e sud del Paese. Come se non bastasse, nel giro di pochi anni, ci furono delle rappresaglie ghibelline, finite sempre con la sconfitta di questi ultimi. Per esempio con Corradino di Svevia (filo-ghibellino) che tentò di risollevare la causa, finendo però sconfitto e decapitato da Carlo d’Angiò. Ancora, nel 1269, una coalizione di ghibellini toscani fu clamorosamente sconfitta da una coalizione guelfa nella battaglia di Colle Val d’Elsa. A quel punto era chiaro che i Guelfi avevano il coltello dalla parte del manico e, certe città che fino a quel punto erano orgogliosamente ghibelline, fecero il salto della barricata e si schierarono con i più forti. Il caso più eclatante di questo cambio di squadra fu con Siena, prima ghibellina, poi al fianco di Firenze proprio a Campaldino.

In Toscana restarono ghibelline pochissime città, tra cui Pisa, Arezzo e poche casate poste sugli appennini, le quali stavano ancora valutando con quale fazione schierarsi (ovviamente volevano capire quale fosse la migliore). Ad Arezzo, poco prima di Campaldino, la fazione guelfa presente in città ordì uno scontro per portare Arezzo nell’alleanza e cacciare dalle mura cittadine la parte ghibellina. Questi ultimi però, in città, erano più potenti e riuscirono ad avere la meglio. I guelfi scacciati, come accadeva spesso, andarono a rifugiarsi a Firenze, il cui governò intimò quello di Arezzo di riammetterli. Ovviamente accettare un ordine dato da un altro comune, per giunta rivale, sarebbe stato come ammettere la propria inferiorità. Arezzo tentennò parecchio e il vescovo del comune, Guglielmino degli Ubertini, che era un ghibellino, non sapeva come comportarsi. Questo vescovo era uno di quelli all’antica, prossimi a sparire con l’avvento dei francescani e dominicani. Era un vescovo appartenente ad una famiglia nobiliare, più abituato alla guerra che alla preghiera. Questi tentennamenti portano il consiglio comunale a mettere nell’ordine del giorno la sua uccisione, rallentata solo da alcuni parenti che presero decisamente posizione.

A questo punto il vescovo di Arezzo rifiutò le avances monetarie fiorentine e decise, a malincuore, che si doveva muovere guerra contro Firenze. I due eserciti si incontrarono nella pianura di Poppi. L’esercito fiorentino era molto più numeroso sia sul lato della fanteria (ma ciò era poco rilevante, poiché erano solo artigiani, poco inclini al combattimento) che sul lato della Cavalleria, questo decisamente più importante. La cavalleria fiorentina contava circa 1500/1600 uomini, mentre quella aretina solamente 700/800.

Al tempo di Campaldino non erano più soltanto i nobili, quelli veri, ad essere cavalieri, ma pure tutte quelle persone ricche che potevano permettersi un cavallo da guerra. Inoltre c’era gente, come il nostro Dante Alighieri, che nonostante fosse di famiglia modesta e non come un Cavalcanti o un Brunelleschi, voleva mostrarsi parte di questo ambiente nobiliare e, avendo i mezzi per potersi armare, decise di andare in guerra sul cavallo. Erano dunque eserciti di comunità: tutti i cittadini, dal nobile, all’usuraio arricchito e armato anch’esso da cavaliere, al povero bottegaio, dovevano partecipare allo sforzo militare per la sua città. Era nei compiti del cittadino, difendere e onorare le sue mura, come far l’elemosina, fare politica, lavorare e tanto altro.

A questo punto possiamo affermare che la numerosissima cavalleria fiorentina fosse in realtà composta da molti cittadini arricchiti che non avevano quel lignaggio da guerriero che potevano vantare solo i veri nobili. La cavalleria aretina, più minuta, era invece più ricca di quella nobilitas che la spada la sapeva usare da generazioni. Era dunque una battaglia incerta. Sì, i fiorentini avevano un vantaggio, e andavano contro un rivale poco convinto: ma si sa, queste battaglie, recitate da poche centinaia di uomini, non hanno mai un esito sicuro.

Un dipinto di Dante Alighieri
Un dipinto di Dante Alighieri

Abbiamo una testimonianza del biografo risorgimentale di Dante, Leonardo Bruni, il quale dice di aver letto una lettera del Sommo, ormai perduta, dove confessava di aver avuto molta paura, poiché i cavalieri aretini erano belli. La loro avanzata era lenta e solenne e, sicuramente per quegli uomini arricchiti da poche generazioni, lo spettacolo della vecchia nobilitas lasciava pur sempre quel timore reverenziale che poco prima di una battaglia poteva trasformarsi in terrore puro.

Sappiamo che gli aretini attaccarono per primi, giocandosi il tutto per tutto. La fazione ghibellina buttò subito il grosso della propria cavalleria, mentre i fiorentini scelsero di difendersi con poco più di un centinaio di cavalieri. Dante era proprio fra questi e, nella lettera poco prima citata, il Sommo confessò di aver temuto molte volte per la sua vita. I comandanti della fazione guelfa avevano adottato una difesa graduale, iniettando nel primo fronte di 150 cavalieri dosi sempre più cospicue di uomini. Infatti la furia aretina iniziale iniziò ad affievolirsi, sia per la stanchezza sia perché quel fronte difensivo stava diventando sempre più grande. I numeri pian piano posero tutto il loro peso sulla bilancia e, dopo l’inizio travolgente aretino, i fiorentini respinsero i rivali facendoli capitolare tra le fila della fanteria di Arezzo. Quest’ultima, da usanza bellica, restava immobile con gli scudi fissati al suolo, solo per creare una barriera dietro cui i cavalieri potessero riposarsi tra un attacco e l’altro. I cronisti tuttavia scrissero che la fanteria aretina si rese protagonista di uno storico atto di eroismo militare, poiché non si limitarono alla sola immobile resistenza dietro gli scudi, ma si gettarono a terra, sotto le pance dei cavalli fiorentini, per squarciargli i ventri e far capitolare la cavalleria rivale al suolo.

I fiorentini, nel momento in cui gli aretini avevano esaurito le riserve, mandarono in campo i pistoiesi (che erano, appunto, una riserva in più rispetto ai rivali) che aggirarono il fronte della battaglia prendendo i ghibellini sul fianco e decretando così la loro capitolazione. Gli aretini allo sbaraglio si diedero alla fuga e puntualmente i guelfi li inseguirono, cercando di terminare il duello con la mattanza del rivale. Tra i morti illustri aretini svetta il vescovo Guglielmino degli Ubertini, ma anche Bonconte da Montefeltro , che sparì nell’inseguimento, senza mai più essere ritrovato. Dante, che rimase stupito della sua morte e che lo conosceva bene, provò ad immaginarsi nella Commedia cosa gli fosse accaduto, rendendogli onore con la sua penna e provando a creargli un finale, che riscattasse la sua morte senza sepoltura.

<<Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte”.

E io a lui: “Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?”.

“Oh!”, rispuos’elli, “a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!>>.

(Divina Commedia, Purgatorio, Canto V – vv. 88-108)

 

J.E. Fuessli, Bonconte da Montefeltro
J.E. Fuessli, Bonconte da Montefeltro

 

Fonti:

Lezione prof. A. Barbero

A. Bartolini, La battaglia di Campaldino: racconto dedotto dalle cronache dell’ultimo periodo del XIII secolo, Firenze, Tipografia del vocabolario, 1876.

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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