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La banalità della violenza sessuale

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«Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso».

636196015594962658-721932001_33Nel 1964Hanna Arendt descriveva così Adolf Eichmangerarca nazista che aveva svolto un ruolo centrale nel coordinamento delle deportazioni degli ebrei nei campi nazisti in Europa. La sua lettera Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male ragionava su come non fosse necessario essere individui dotati di una mostruosità inumana per commettere un crimine, basta non rendersi conto di commetterlo. La sua analisi decostruiva il contesto sociale e culturale che aveva generato il totalitarismo tedesco rendendo possibile un tale crimine contro l’umanità quale quello dello sterminio sistematico di ebrei, rom, disabili ed omosessuali ai tempi della Germania nazista. Rei di questo crimine non erano solo persone psicopatiche ai vertici della piramide politica, ma uomini comuni come io che scrivo o tu che leggi, che si sono resi complici anche semplicemente attraverso l’omertà.

Spero che gli studiosi di Filosofia e gli storici mi perdoneranno per la semplificazione e mi concederanno di estrapolare il concetto di banalità del male per riflettere su un crimine senza tempo, senza confini geografici, senza identità nazionale o di genere, ovvero la violenza sessuale.

Secondo i dati riportati dal Viminale lo scorso Settembre, solamente nel primo semestre del 2017, le violenze sessuali denunciate in Italia sono state 2333. Il problema più grande è che questi dati non sono accurati, perché solo il 7% di queste violenze viene denunciato. Secondo il rapporto Istat del Marzo 2017, il 31,5% delle donne italiane tra i sedici e i settant’anni ha subito una forma di violenza sessuale o fisica. Il 10,6% delle donne ha subito violenze sessuali prima dei sedici anni. La maggior parte degli stupri (62,7%) avviene ad opera del partner attuale o precedente, con l’aggravante che la probabilità di non denunciare l’accaduto aumenta se questo è avvenuto all’interno della famiglia.

La violenza sessuale è un crimine talmente diffuso da essere banale, nel senso che avviene nell’intimità familiare, tra le lenzuola di una coppia, dopo le risate tra amici. Eppure quando si commenta tale crimine si tende a sottolinearne la mostruosità. È davvero necessario essere dei mostri per commettere un crimine del genere? Quanti di noi nell’intimità della coppia o della famiglia si rivela essere un mostro?

Queste domande mi sorgono spontanee dopo innumerevoli conversazioni con altre ragazze della mia età tra i venti e i venticinque anni. Le vittime di qualche forma di violenza o molestia sessuale sono più di quelle che potreste immaginare. Sono vostra sorella, la vostra migliore amica, la vostra coinquilina. È quasi disarmante pensare quante sono. Chi ha subito questo crimine da piccola ad opera di un genitore o di un amico di famiglia, chi da adolescente ad opera di un amico o di un innamorato. Mi viene naturale parlare al femminile perché sono una ragazza che ha parlato soprattutto con altre ragazze. Tuttavia, sono consapevole che anche ragazzi e uomini possono essere vittime. È, quindi, essenziale andare al di là degli stereotipi, dei concetti e dei tabù per discutere in modo costruttivo di questo crimine.

La cosa che mi colpisce sempre non è soltanto la frequenza o il fatto che questi atti vengano commessi da persone vicine alla vittima, ma che queste vittime impieghino mesi o addirittura anni a chiamare questo crimine con il suo nome, una violenza sessuale. Le ragioni per questo sono innumerevoli, da sociologa quelle che più mi stanno più a cuore sono quelle sociali e culturali.

L’articolo 609bis del codice penale, aggiunto con la legge 66/1996 definisce la ‘violenza sessuale’: >
L’articolo 609bis del codice penale, aggiunto con la legge 66/1996 definisce la ‘violenza sessuale’:
<< Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali é punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1. abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2. traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. […]>>
Per prima cosa, manca la consapevolezza di cosa sia effettivamente la violenza sessuale. È violenza sessuale quella senza penetrazione? E quella fatta dal marito alla moglie? E dalla migliore amica all’amico? La risposta è sì. L’articolo 609 bis del codice racchiude con questa definizione ogni tipo di costrizione attraverso violenza, minaccia, abuso della propria autorità e abuso della propria superiorità psicofisica, a compiere e subire atti sessuali. Con atti sessuali non si intende solamente la penetrazione, ma qualsiasi «contatto corporeo, ancorché fugace e temporaneo, tra soggetto attivo e passivo» che abbia come finalità il raggiungimento del piacere sessuale violando la «sfera di autodeterminazione sessuale» della vittima (ex plurimis, Cass. pen., n. 35625/2007). Vuol dire che si commette o si subisce una violenza quando manca il consenso o la capacità psichica di dare il consenso, anche se la penetrazione non avviene.

In secondo luogo, manca un’adeguata educazione al rispetto, alla sessualità e al consenso. L’oggettificazione sessuale del corpo degli uomini e delle donne avviene in ogni momento attraverso la pubblicità e la cultura di massa. La pornografia è lo strumento più accessibile per auto-educarsi ad una sfera umana che è naturale ma che non viene trattata come tale. Viene discussa di nascosto, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi. Essendo trattata come un tabù, manca un’adeguata educazione a come trattare l’altra persona. Non c’è da stupirsi, dunque, che sia così diffusa la percezione che l’altra persona non sia degna di voce per rifiutarsi e del rispetto della sua libertà. Chi commette il crimine si sente autorizzato, mentre chi lo subisce si sente in colpa. Questo è ciò che si intende con cultura dello stupro.

Chiamare «mostro» chi ha commesso una violenza sessuale è un modo per prendere le distanze da questo crimine, per dire «io non lo avrei fatto» e, quindi, per de-responsabilizzarci. Ridurre questo fenomeno alla mostruosità di pochi significa innanzitutto spingere il dibattito in un angolo della nostra mente e dello spazio pubblico di cui non dobbiamo occuparci, perché è qualcosa che non ci tocca. Invece tocca tutti noi. Non solo perché tutti noi potremmo essere vittime, ma soprattutto perché tutti noi potremmo essere agenti di quelle violenze o complici attraverso l’omertà o il pettegolezzo.

Concludo questa riflessione con le parole di Thordis Elva, vittima di un abuso perpetrato dal suo fidanzato delle superiori, che ha raccontato la sua storia insieme al suo stupratore, Tom Stranger. La storia ha aperto innumerevoli controversie perché alcuni hanno interpretato questo episodio di riconciliazione come il giusto modo di affrontare un abuso. Vittime di abusi hanno tenuto a sottolineare che ognuno utilizza strumenti diversi per reagire al trauma e che la parola «giusto» non dovrebbe MAI essere utilizzata nel contesto della violenza sessuale.

«Nonostante abbia zoppicato per giorni e pianto per settimane, questo episodio non rientrava nella mia idea di stupro così come lo presentano in TV. Tom non era un maniaco armato, era il mio fidanzatino! Non è successo in un vicolo buio, ma nel mio letto […]. Sono cresciuta in un mondo in cui si spiega alle ragazze che se vengono violentate, un motivo ci deve essere: la gonna troppo corta, un sorriso troppo ammiccante, magari l’aver bevuto troppo. Ed in effetti, ero colpevole di tutte queste cose. Ero io a dovermi vergognare. Mi ci sono voluti anni per capire che solo una cosa avrebbe potuto salvarmi quella notte e non era la lunghezza della mia gonna o il modo di sorridere, né la mia ingenuità nel fidarmi di qualcuno. L’unica cosa che avrebbe potuto salvarmi quella notte era la volontà dell’uomo che mi ha violentata, se solo si fosse fermato».

«Data la natura della nostra storia, sono consapevole di quali parole inevitabilmente vengono evocate: vittima e stupratore. Dare un nome alle cose aiuta ad inserirle nella nostra mente, ma questi termini rischiano di togliere umanità al contesto. Nel momento in cui chiamiamo “vittima” una persona, la associamo irrimediabilmente a qualcosa di rotto, rovinato, che vale meno di quanto valesse prima. Chiamando qualcuno “stupratore”, costui diventa un mostro privo di umanità.

Ma come possiamo capire quali fattori della società umana producano questa violenza, se ci rifiutiamo di riconoscere l’umanità di chi l’ha commessa? E come possiamo aiutare (empower) le vittime, se le chiamiamo con un termine che indica che valgono meno di prima? Come possiamo trovare una soluzione ad una delle peggiori minacce per donne e bambini di tutto il mondo, se le parole stesse che usiamo sono parte del problema?».

 

(Per la traduzione in italiano, clicca qui)

Alcuni articoli sulla controversia possono essere trovati qui, qui e qui.

Fonti sul diritto qui, qui e qui.

 

 


 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli Studi di Trento, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Risiede attualmente a Londra.

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