Kevin Garnett: prospettive di una rivoluzione

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La prospettiva dalla quale vengono osservate le cose cambia radicalmente la concezione che si ha delle stesse, questo è risaputo.

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Kevin Maurice Garnett (1976) è stato uno dei più grandi e rivoluzionari cestisti della storia

Prendete l’Autunno. È l’unica stagione della quale si parla quasi completamente per sottrazione: le foglie cadono, la temperatura scende, le giornate si accorciano, lo studio inizia a corrodere il nostro tempo libero. Aleggia su questa stagione la sinistra sensazione che ciò che si è perso rispetto all’Estate sia più importante di ciò che si sta per guadagnare. Se poi però incontraste un appassionato sportivo, magari potreste vedere l’autunno sotto una luce diversa. Un’insolita euforia invade questi individui: si inizia a fare sul serio, inizia la stagione sportiva. Non importa quale sport seguiate, soffrirete meno di ciascuna delle mancanze che l’autunno porta con sé. In quest’autunno però il bilancio dell’anima di ogni tifoso che attende febbrilmente l’NBA sarà leggermente meno positivo. Bisogna sottrarre all’avvento della nuova stagione un altro nome, che va a sommarsi – circondato da uno stuolo di nomi più o meno prestigiosi nella storia del gioco – a quelli leggendari di Kobe Bryant e Tim Duncan. L’NBA dovrà far a meno della propria rivoluzione, gli appassionati dovranno rinunciare ad amare la spigolosa chiave di volta della storia del Gioco chiamata Kevin Garnett. La storia di Garnett, un po’ come l’Autunno, ha poggiato sul concetto di sottrazione, prima di brillare, dalla nostra prospettiva di appassionati, sotto la luce positiva dovuta all’incommensurabile apporto di KG alla pallacanestro.

Kevin Maurice Garnett prende il cognome da sua madre Shirley poiché non ha mai potuto conoscere l’identità di suo padre. Shirley si vergogna enormemente di quella relazione clandestina e burrascosa che ha portato alla nascita di Kevin. Come darle torto, ha vissuto un’intera vita all’insegna della chiusura: è cresciuta in una famiglia della comunità dei testimoni di Geova afroamericani di Greenville, piccola cittadina del South Carolina, con evidenti focolai razzisti (come diffusissimo nelle zone Sud-orientali degli Stati Uniti). La signora Garnett però di certo non si risparmia sull’educazione del piccolo Kevin, imponendogli un rigido regime comportamentale fondato su una filosofia di vita estremamente autoritaria che prevede, tra le altre, oltre al consolidato rifiuto religioso del Natale (festività che Kevin potrà celebrare per la prima volta solo a diciannove anni), anche l’obbligo stringente di non giocare a pallacanestro. Per fortuna Kevin di personalità ne ha sempre avuta, e pur rispettando e temendo sua madre – «Ho paura solo di due cose: Dio e mia madre» – disattenderà alcuni dei propri obblighi.

Arriverà a conoscere la vera identità di suo padre attraverso un suo cugino, Kevin Shummond, che gli rivelò che i suoi nonni biologici si trovavano a pochi isolati da casa sua. Attraverso gli incontri con i nonni scoprirà di esser figlio di O’Lewis “Bye Bye 45” McCullogh, grande giocatore liceale alla Beck High School che, in assenza di borse di studio, dovette arruolarsi nell’esercito, giocando nelle leghe semi-professionistiche e conoscendo in quel momento della sua vita la giovane Shirley. Ecco perché gli era vietato praticare quel gioco. Quasi automaticamente arrivò dunque la disobbedienza del divieto di giocare a pallacanestro. Il cordone di sicurezza creato da mamma Shirley si era spezzato. Kevin si innamora delle gesta cestistiche di suo padre, si fa montare un canestro in casa, si lascia ipnotizzare dall’NBA in TV ed idolatra Earvin “Magic” Johnson. Trae dai racconti dei nonni quella che doveva essere l’essenza di suo padre come giocatore, un grande trash talker che indossava la canotta numero 45 e che deve il suo soprannome (Bye Bye 45 appunto) al modo irriverente di salutare i propri avversari dopo le vittorie. Quando ha dodici anni insieme ala famiglia, con patrigno (tale Ernest Irby) a seguito, si trasferisce da Greenville a Mauldin, e qui Kevin conosce Jamie “Bug” Peters, suo amico fraterno. Kevin iniziò a giocare alla Mauldin High School sotto la gestione di Bob “Duke” Fisher che lo sottoponeva ad allenamenti massacranti, ma quel ragazzino smilzo e spigoloso era pervaso da un perenne stato di eccitazione nei confronti della pallacanestro, una condizione che lo portava a giocare dopo gli allenamenti allo Springfield Playground. Una palla magica di oltre due metri che continuava inesausta a rimbalzare da un campo all’altro.

«Quando mi sentivo solo, ero giù e andava tutto storto, prendevo la palla e andavo al playground. C’era sempre qualcuno a cui avrei potuto schiacciare in testa».

Però in realtà non è sempre andato proprio tutto storto. Per un incastrarsi di coincidenze una sera Garnett si trova ad essere visionato da Bob Gibbons, uno dei selezionatori del McDonalds All-American (la selezione di liceali più promettenti d’America) e Jimmy Williams, all’epoca coach della University of Nebraska-Lincoln, che si trovavano in zona per assistere ad un allenamento di Mikki Moore, modesto mestierante del gioco a cavallo tra Anni ’90 e 2000. Folgorati dalla presenza rivoluzionaria di quell’adolescente sul parquet, capace di vivere il campo in una maniera assolutamente non convenzionale, tanto per il proprio eclettismo offensivo, quanto per l’adattabilità difensiva su qualsiasi tipo di attaccante, i due divengono i primi veicoli della fama di Garnett al di fuori del South Carolina. Fama che vale a Garnett la convocazione al prestigiosissimo Nike Basketball Camp di Indianapolis, riservato alle più grandi promesse mondiali della pallacanestro. Al termine del proprio anno da junior Garnett fu nominato Mr. Basketball per il South Carolina. Fuori dal campo però non andava così bene e gli venne proposto un tutoraggio per migliorare la sua media scolastica, fondamentale per l’accesso al college, tanto quanto l’ACT (American College Test) che Garnett passerà solo al quarto tentativo. Garnett rifiuta comunque il tutoraggio, avendo intuito quale sarebbe stata la sua strada.

Altre privazioni stavano però per aggiungersi alla sua vita. Nel Maggio ‘94 alla Mauldin scoppia una violenta rissa in cui i bianchi del liceo attaccano gli afroamericani, rei, a loro parere, di aver aggredito una matricola. Si diceva che la mastermind alle spalle dell’aggressione fosse Garnett. La polizia seda la rissa e arresta Garnett, che si trova accusato di linciaggio di secondo grado per poi venir liberato su cauzione. Evita il carcere con una semplice messa alla prova. Eccole, le ennesime perdite: per un breve frangente Kevin ha perso la libertà, cosa che gli varrà la sua eterna perdita di fiducia nei confronti degli uomini non afroamericani. Mauldin non era più il posto in cui stare per lui, e Garnett scappò alla prima occasione, dopo aver vinto con il Team AAU il Kentucky Hoop Fest quell’estate e aver partecipato al Nike Basketball Camp, dove ha conosciuto Ronnie Fields, guardia della Farragut Academy di Chicago, Illinois, liceo con un programma cestistico di livello decisamente superiore. Fields fa il suo nome a coach Willie “Wolf” Nelson, mamma Shirley avalla il trasferimento. Lui, sua madre e sua sorella minore si trasferiscono a Chicago, in un contesto diversissimo dalla provincia del South Carolina. Se il caos di Chicago ha reso la sua vita fuori dal campo letteralmente un inferno, Garnett in campo si conferma come uno dei prospetti più importanti d’America in una città che riveste un peso specifico unico per la pallacanestro. Kevin non smette un attimo di allenarsi e migliorarsi, ricevendo così i titoli di Mr. Basketball dell’Illinois (unico giocatore ad aver mai vinto il premio in due stati diversi) e MOP (Most Outstanding Player) del McDonald’s All American, oltre che National Player of the Year per USA Today. L’High School era appena finita e il mondo della pallacanestro sembrava aver già una voglia sconfinata di abbracciare Kevin Garnett. Kevin, recependo le voci insistenti di interessamenti NBA nei suoi confronti, decise di non passare dal college. Si rese immediatamente eleggibile per il Draft NBA 1995. Prima di lui c’era già stato qualche liceale arrivato direttamente nella lega più grande del mondo (Darryl Dawkins e Moses Malone i due più fieri esponenti della categoria fino ad allora) ma nessun adolescente avrebbe mai avuto un tale impatto sulla lega, facendosi battistrada di quella tendenza che avrebbe visto arrivare anzitempo in NBA assoluti fenomeni negli anni a seguire (un paio di nomi a caso? Tali Kobe Bryant e LeBron James). Sports Illustrated gli dedicò anche una famosa copertina in cui si chiedevano se Garnett fosse Ready or not, speculando sulla sua giovane età e sul suo essere molto leggero per una lega estremamente muscolare.

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La famosa copertina che ritraeva Garnett ironizzando sul fatto che avesse partecipato al ballo liceale solo tre mesi prima. “Ready or not…” Kevin stava per impattare l’NBA

Quella copertina diventa l’ultima pagina della storia del Kevin che vive una vita fondata sul concetto di sottrazione e la prima di un libro di storia della pallacanestro di nome Kevin Garnett, un libro che vive dell’apporto infinito di questo atleta al Gioco. Viene selezionato con la scelta numero 5 dai Minnesota Timberwolves del compianto Flip Saunders, allora GM della franchigia nata da poco. The Big Ticket, KG, The Franchise e The Revolution. Questi i nomi, scritti a lettere d’oro, che Garnett comincerà a guadagnarsi a partire dalla metà della propria stagione da rookie: dopo l’All Star Game Kevin entrerà in quintetto grazie a Saunders, diventato allenatore della squadra, che lo metterà in quintetto al posto di Sam Mitchell (che sarà poi il suo ultimo allenatore da giocatore). La stagione dei TWolves è disastrosa, ma quel numero 21 neanche ventenne, capace di giocare tre ruoli in attacco e di adattarsi difensivamente su attaccanti di ogni ruolo come un gas si adatta al proprio contenitore, ha acceso negli occhi dei tifosi di quella franchigia il desiderio di uscire dall’anonimato.

La stagione successiva Kevin continua il proprio processo di crescita, diventando il più giovane convocato per un All-Star Game dai tempi del proprio idolo Magic Johnson, e Minnesota raggiunge incredibilmente i playoff per la prima volta nella propria storia. A fine stagione Glenn Taylor, GM di Minnesota, offre a Garnett un contratto assolutamente spropositato per un neanche-ventunenne: centodue milioni di dollari in sei anni. E KG rifiuta. Sembra si vada verso l’addio a fine anno. Il 1° Ottobre 1997, ad un’ora dalla scadenza del termine per depositare il rinnovo, mentre Kevin ascoltava l’ultimo album di Janet JacksonThe Velvet Rope, arriva una chiamata: accordo trovato sulla base di centoventisei milioni di dollari in sei anni. Per la prima volta un singolo giocatore vale più della propria franchigia. Nasce The Franchise e prosegue inesorabile la rivoluzione di nome Garnett: dopo questo maxi-contratto si arriverà al lockout nella stagione successiva e verranno adeguati in maniera sensibile i parametri contrattuali per i giovani al termine del proprio contratto da rookie. Rivoluzionario in campo e fuori, per sette anni consecutivi Kevin non è mai riuscito a saziare la propria fame di vittorie, fermandosi al primo turno di playoff e rendendosi addirittura protagonista di quel riprovevole «Happy Mother’s Day, Motherfucker» all’indirizzo di Tim Duncan nei Playoff NBA ’99. Questo avveniva mentre Kevin era uno dei giocatori più premiati individualmente della lega, oltre che vincitore della medaglia d’oro a Sydney 2000 con Team USA.

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Il pazzesco Palmarès individuale di KG: MVP 2004, All- Star MVP 2003, miglior difensore NBA 2008, nove volte eletto in uno dei tre migliori quintetti NBA, dodici volte nei migliori quintetti difensivi NBA, quindici volte All-Star, secondo quintetto Rookie 1996. A tutto ciò si aggiunge l’Oro olimpico a Sidney 2000 e il Titolo NBA del 2008

Al termine della trionfale stagione 2003-04 fu eletto MVP della NBA e arrivò a giocarsi un posto alla finale NBA, forte di una squadra nettamente più competitiva che nelle passate stagioni. Il sogno si infranse sui Los Angeles Lakers e per i successivi tre anni Minnesota non fu più una squadra neanche lontanamente all’altezza di KG. Allora era arrivato il momento di andar via. Dodici anni di NBA senza alcuna vittoria non potevano lasciare indifferente The Revolution, non potevano esserci né “se” “ma” all’interno della sua storia. Il 31 Luglio 2007 viene scambiato con i Boston Celtics che mandano in Minnesota cinque giocatori e due scelte del Draft. Un incredibile scambio sette per uno senza precedenti porta Garnett nel New England. Quell’Estate a Roma Garnett, il nuovo arrivato Ray Allen e il capitano dei Celtics Paul Pierce stringeranno il famosissimo Patto di Roma, dichiarazione di intenti che avrebbe dovuto portare quelle tre stelle non più giovanissime a vincere finalmente. Su richiesta di coach Doc Rivers ciascuno avrebbe rinunciato a qualcosa per il bene più grande chiamato vittoria. Garnett rinuncia ad essere l’unica stella e a monopolizzare l’attacco per diventare assoluto dominatore della lega in difesa. Alla prima occasione è già anello. 66-16 è il record della stagione regolare dei Celtics che vivono una cavalcata maestosa e inesorabile verso la vittoria, giunta il 17 Giugno 2008 in Gara 6 contro i Los Angeles Lakers. «Anything is possible!» urla a fine gara Garnett, vedendo alleviarsi una vita di privazioni e di pressioni. Boston non vincerà più. Quel gruppo si concederà una nuova cavalcata leggendaria due anni dopo ma andrà a pochi istanti dal secondo titolo, sconfitti dai Lakers nella rivincita della finale di due anni prima.

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“Ubuntu”: la parola che viene usata per descrivere il patto tra Garnett, Paul Pierce (1977) e Ray Allen (1975), leader di quei boston Celtics è tratta da quella filosofia sub-sahariana che mette al centro la fiducia e la benevolenza verso il prossimo

Passano le stagioni, Garnett, che aveva dichiarato di sanguinare il verde dei Celtics, finisce prima a Brooklyn, in uno degli scambi più dolorosi della storia del basket, e poi torna a casa in Minnesota, poco prima che Flip Saunders muoia e il suo ex compagno Sam Mitchell diventi capo-allenatore della franchigia. Fa da chioccia ai giovani, ma si rende sempre più spesso protagonista di uscite e gesti odiosi ed inspiegabili, che sono probabilmente il grido di dolore di un fenomeno rinchiuso in un corpo che non può più dare al gioco ciò che dava prima. Nelle ultime stagioni è parso di vedere la personificazione cestistica del Maggiore Marquis Warren, ultimo personaggio nato dalla penna di Quentin Tarantino per Samuel L. Jackson, uno degli Hateful Eight della NBA, ma KG è stato un’infinità di cose in più nel corso delle sue ventuno stagioni NBA. Così noi non potevamo non dedicare a Kevin Garnett il giorno 21 nel mese di Ottobre, quello da cui parte la grande festa targata National Basketball Association, ad esattamente un mese dall’inizio dell’Autunno.

Perché Garnett, come l’autunno ci ha dato emozioni contrastanti, legate alle varie prospettive dalle quali lo abbiamo osservato. Grazie KG.

 

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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