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Kevin Durant: una piuma tra i guerrieri

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Il cestista statunitense Kevin Durant (1988) è un nuovo giocatore dei Golden State Warriors

4 Luglio 2016. Immaginate la circostanza più apocalittica che possa verificarsi in uno sport di squadra. Immaginate che questa circostanza possa sconvolgere totalmente gli equilibri di un’intera disciplina e che per uno strano scherzo del destino sia giunta quasi per default di un sistema che sembra progettato interamente per evitare eventi destabilizzanti del genere.

Aprite gli occhi, e guardate cosa è successo all’ NBA in questa estate: l’apocalisse cestistica potrebbe essere giunta. E’ stata, fino a questo punto, l’estate più delirante della storia della pallacanestro, ancor più dell’indimenticabile 2010. Dimenticate i trasferimenti da decine (o centinaia) di milioni del calciomercato. Non esiste il “mercato” dei giocatori in NBA: i giocatori si muovono di squadra in squadra fondamentalmente solo in cambio di altri giocatori, scelte del Draft ed exceptions (cuscinetti salariali ideati appositamente dalla NBA) e inoltre ogni squadra è costretta a tenere tutti i propri stipendi entro un determinato Salary Cap stabilito di stagione in stagione, un tetto di stipendi, oltre il quale si è costretti a pagare una salatissima Luxury Tax. Allo stesso modo ciascuna squadra è obbligata a pagare i propri giocatori per una somma ammontante ad almeno il 90% di quel determinato tetto salariale, pena il raggiungimento della somma attraverso un pagamento della differenza con distribuzione proporzionale tra i propri giocatori. Scelta diffusissima dunque tra i giocatori  è quella di giungere alla naturale scadenza contrattuale e accordarsi con una nuova squadra da free agent, vedendo vincolati i propri contatti ad una serie di fattori, su tutti la propria “anzianità” ed “importanza” nella lega. Un sistema molto rigido, volto al mantenimento dell’equilibrio tra le squadre e ad un graduale e fisiologico cambiamento perpetuo delle gerarchie della lega.

Ci è voluto un allineamento astrale non indifferente, che trova le proprie radici nella ridiscussione del contratto collettivo tra giocatori e proprietari NBA nel 2011, per far vacillare un sistema del genere, pervaso dalla neanche troppo celata ambizione di migliorarsi anno dopo anno. Come un bug in un sistema informatico, la firma di Kevin Durant per i Golden State Warriors – circostanza da noi ritenuta probabile mesi fa – si inserisce tra le pieghe dell’NBA nell’anno in cui il Salary Cap ha subito un aumento di oltre il 30% (da 70 a 94 milioni di dollari, ed è destinato ad arrivare a circa 110 all’inizio della stagione 2017-18) rischiando di imporre uno stato di dominio forzato dei californiani sulla lega. L’aumento del Cap ha imposto cifre da capogiro ad una free agency mai così ricca e mai così sorprendente. Se Dwyane Wade ha lasciato i Miami Heat dopo tredici anni per tornare a casa in quel di Chicago e moltissimi giocatori di livello medio-alto hanno trovato i contratti della vita, alcuni facendo storcere il naso ai propri tifosi, paradossalmente ai Warriors è “bastato” rinunciare al quinto violino della propria squadra, Harrison Barnes (che ha peraltro firmato con i Dallas Mavericks per 94 milioni in quattro anni) per arruolare uno dei migliori talenti offensivi della storia del gioco, uno dei migliori tre giocatori del mondo.

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Rajon Rondo (1986) e Dwyane Wade (1982) sono due dei colpi più fragorosi di questa free agency NBA. I due hanno raggiunto Jimmy Butler (1989) ai Chicago Bulls

Durant ha firmato un contratto biennale, con clausola di uscita dopo un solo anno, per 54,3 milioni di dollari, con la prospettiva di rifirmare tra un anno a cifre ancora più alte (dovute al raggiungimento del suo decimo anno di esperienza nella lega e al suo status di perennial All-Star ed ex MVP) senza procurare alcun problema economico ai Warriors, visto l’aumento del Salary Cap. Un furto perfetto, un’operazione à la Ocean’s Eleven. Non è mai successo che un giocatore così forte firmasse per una squadra così forte. I Golden State Warriors sono andati a 90 secondi dal vincere il secondo titolo consecutivo, dopo una stagione in cui hanno riscritto il record di vittorie in stagione regolare. Kevin Durant è un ex MVP della lega, un quattro volte miglior realizzatore NBA, il miglior giocatore dei mondiali 2010, una medaglia d’oro olimpica e ha meno di 28 anni: è all’apice della propria carriera. Il sistema di Golden State sembra essere perfetto per sublimare i talenti di KD, nelle due metà campo. E’ legale un matrimonio del genere in una lega che punta ad un graduale ricambio di gerarchie al potere? No, e la NBA farà in modo che circostanze simili non si ripetano mai più. Per fortuna della lega il sistema non è totalmente collassato e ha portato la maggioranza dei giocatori di contorno dei Warriors ad accasarsi altrove, a fronte di offerte che Golden State non ha potuto pareggiare per permettersi questo affare.

Ma perché un giocatore forte come Durant non ha tentato un nuovo assalto al titolo con la franchigia che lo ha allattato, trasformandolo nel giocatore irripetibile che conosciamo? Le sue motivazioni sono contenute in una lettere pubblicata su The Players Tribune: voglia di provare nuove esperienze, voglia di uscire dal “guscio” costituito dalle amicizie e dell’ambiente favorevole, ma soprattutto una irresistibile, incontenibile, corrosiva voglia di vincere. E’ dal primo istante in cui ha respirato l’aria dei parquet NBA che Durant sembra dover convivere con la sindrome dell’eterno secondo. Selezionato con la scelta numero due del Draft del 2007, nonostante una stagione collegiale da 25,8 punti e 11,1 rimbalzi di media, si impone nel giro di due stagioni come un’assoluta top star, ma prima Kobe Bryant, poi LeBron James e ora Stephen Curry sembrano essergli sempre preferiti nel discorso legato al miglior giocatore al mondo. Nel 2012 ha raggiunto, perdendola, la sua unica finale in carriera, prima di veder smembrata la squadra a causa della trade che ha mandato James Harden agli Houston Rockets. Da allora non è più tornato a giocarsi il titolo a causa di infortuni suoi o dei suoi compagni più importanti. A nulla sono valsi i suoi tentativi di migliorare sé stesso, coadiuvato da Justin Zormelo, un giovane personal trainer esperto di statistiche che gli consegna dopo ogni gara i dati della sua partita, segnalandogli i reparti in cui può migliorare. Eppure il suo talento è sorprendente, cristallino, bellissimo da vedere. Il suo rilascio di palla? Divino, una piuma. Russell Westbrook, il suo compagno di squadra prediletto ai Thunder è come lui, uno dei cinque migliori giocatori del mondo.

Cosa mancava allora? Probabilmente ciò che Golden State può offrire: democrazia offensiva, circolazione, ritmo e spaziature. Tutte cose che nei momenti decisivi sono mancate a Oklahoma City. Per certi versi a Durant serviva anche rendersi il most hated man dell’intera NBA. Kevin è sempre visto come il bravo ragazzo, quello che ha tanti amici nella lega dai tempi dell’High School, la faccia pulita, uno poco credibile quando il gioco si fa duro, uno che non mostra tatuaggi, uno che non cambia mai espressione, un cuore d’oro che indossa la canotta numero 35 in onore del suo amico-coach, Charles Craig, ucciso a trentacinque anni, uno che nel giorno della cerimonia di assegnazione dell’MVP ha ringraziato infinitamente sua madre, quella stessa madre che bacia prima di ogni partita. Durant ha provato in ogni modo a far cambiare idea al mondo a riguardo. Stagione dopo stagione il suo atteggiamento si è reso più spigoloso, ruvido, le “facce cattive” nei confronti degli avversari si sono moltiplicate, ha firmato con l’agenzia di rappresentanza di Jay-Z (la Roc Nation), la Nike ha fatto partire la campagna mediatica KD is not Nice, l’escalation è poi proseguita con dichiarazioni di questo genere prima dell’All Star 2015: <<Voi ragazzi non sapete veramente un c***o. A essere sincero, sono qui solo perché devo. Davvero non mi interessa. Non siete miei amici. Scriverete quello che volete scrivere. Un giorno ci amate e il giorno dopo ci odiate. Fa tutto parte del gioco. Perciò devo solo imparare come trattarvi>>.

Kevin Durant e sua madre Wanda. Is KD a Nice Guy?

KD ha poi chiuso la sua personalissima “crociata di attrazione dell’odio” litigando pubblicamente con uno dei giornalisti più influenti della ESPN, Stephen A. Smith, che gli ha più volte sottolineato,con un neanche troppo velato tono di minaccia che un giocatore con lo status di Durant non dovrebbe volere un nemico come lui. Questo trasferimento era l’occasione perfetta per sublimare le sue esigenze e perfezionare la sua conversione mediatica “al lato oscuro”. Ora i Warriors e Durant assumono i contorni degli uomini da battere, i cattivi, i nemici pubblici numero uno. Avranno i fari di un intero movimento puntati addosso ad ogni indecisione, pronti ad essere additati come il più grande fallimento della storia del gioco. L’idea di avere quattro giocatori tra i primi dieci-quindici del mondo ha poi inevitabilmente attratto numerosi veterani vogliosi di vincere il primo anello in carriera. Non scordiamoci che assieme a Durant la squadra Californiana potrà schierare il due volte MVP uscente Stephen Curry, una delle due migliori guardie del momento, Klay Thompson, una delle ali più complete al mondo sui due lati del campo, Draymond Green, e la medaglia d’oro olimpica ed MVP delle finali 2015 Andre Iguodala. Ad una prospettiva del genere non hanno resistito Zaza Pachulia e David West, che hanno rinunciato a tantissimi soldi per firmare con i californiani. Addirittura é brevemente sembrato possibile che, allettato dalla possibilità di vincere nuovamente, tornasse a giocare dopo due anni di stop -salvo poi annunciare il definitivo ritiro- sua maestà Ray Allen, il più grande tiratore da tre punti della storia del gioco in attesa della definitiva incoronazione di Curry.

La prospettiva sembra intrigante. La sceneggiatura appare perfetta per qualsiasi epilogo. Finals NBA 2017: terza finale in tre anni tra Cleveland Cavaliers e Warriors. Resa dei conti tra i migliori giocatori al mondo. Un nuovo fallimento per Durant, i cattivi di Golden State sconfitti, il tracollo di un piano malefico, l’equilibrio di un intero sport messo in salvo? E se invece una piuma, leggera ma inesorabile, bucasse la retina consegnando ai guerrieri quel titolo a loro sfuggito quest’anno?

Sarebbe il compimento di un’altra grande sceneggiatura. Sarebbe l’ascesa nell’Olimpo del basket di una nuova divinità e di un’intera, fenomenale squadra. In fondo, non ci sarebbe nulla di male se per una volta vincessero i cattivi.

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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