A woman holds a rose as she prays during a memorial vigil following an attack by gunmen at the Garissa University College, at the "Freedom Corner" in Nairobi

Kenya: il ricordo di Garissa

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kenyaPer un breve periodo di tempo siamo tutti stati Charlie, tutte le reti televisive e i giornali del mondo hanno fatto entrare questa terribile notizia nelle nostre case, costringendoci a fare i conti con una violenza che non conosce limiti e alla quale forse non siamo abituati ma che di certo esiste. Sicuramente per quanto brutale è necessario che il mondo sappia cosa è successo, e proprio per questo mi chiedo allora: esistono stragi di prim’ordine e stragi di secondo ordine? Non consistono forse tutte nell’uccisione violenta di molte persone? Eppure la stessa rilevanza non credo sia stata data alla recente strage che si è consumata nel campus dell’Università di Garissa (si tratta della maggiore città della provincia nordorientale del Kenya) ai danni di ben 148 studenti. Non ho percepito l’indignazione generale e la rabbia ribollire a causa di questo ennesimo atto di terrorismo.

Queste giovanissime vittime sono forse meno importanti del direttore e dei redattori di Charlie Hebdo? Non che il clamore della notizia o meno possa riportarli in vita o cambiare quello che è successo, ma tener acceso il ricordo di questi studenti, si. Si sono spenti alle prime luci dell’alba del 2 Aprile, quando uomini armati a volto coperto si sono introdotti nel campus sparando in un primo momento alla cieca e poi con accurata scelta nei dormitori dove ancora i ragazzi si trovavano a letto; questi sono stati infatti svegliati e subito separati in base al loro credo. Alla domanda su quale fosse la propria religione, la risposta sbagliata, e cioè cristiana, ha portato subito all’uccisione. Alcune testimonianze parlano anche di teste mozzate: come quella fornita da una studentessa di diciannove anni, Cynthia Charotich, che è riuscita a salvarsi nascondendosi dentro ad un armadio e coprendosi con i vestiti che c’erano dentro.

Si pensa che lo stratega dell’intera operazione sia un docente già ricercato dalla polizia e che due degli attentatori fossero addetti alla sicurezza del campus. Quel che è certo è che si è trattato di una operazione ben studiata: gli attentatori sapevano bene come muoversi all’interno della struttura.
La strage è stata subito rivendicata dal gruppo fondamentalista somalo al Shabaab, già legato ufficialmente dal 2012 ad Al Qaeda. Anche questa cellula terroristica vuole porsi come fautrice di una jihad internazionale. Una delle attività del gruppo è quella di propaganda al fine di reclutare nuovi giovani che si uniscano per perpetrare la lotta islamista. Proprio molti fra questi giovani sono kenioti, soprattutto gli appartenenti alle classi più povere e quindi maggiormente suscettibili di coinvolgimento in questa campagna.

 

Al-Shabaab fighters La motivazione di quest’ultimo attentato è sicuramente quella religiosa, ma come sempre c’è dell’altro, qualcosa che lega il Kenya ad al Shabaab. Gli esecutori materiali potranno anche essere stati gli affiliati al gruppo, ma il mandante è lo stesso governo keniota (dal 2011). In quell’anno infatti il governo ha inviato le proprie truppe in Somalia, determinando una vera e propria invasione di un altro stato sovrano, formalmente allo scopo di combattere questa cellula terroristica che qui avrebbe la propria sede. La reazione del gruppo fondamentalista non ha tardato ad arrivare, annunciando da subito attentati alle città keniote se non fosse avvenuto l’immediato ritiro delle truppe. Di certo hanno mantenuto la parola, l’attacco al campus non è infatti il primo. Il più recente risaliva al 2013, contro uno dei centri commerciali di Nairobi. Le truppe sono ancora lì, e gli attentati continuano a compiersi, come abbiamo avuto tristemente modo di appurare.

Che il Kenya abbia intrapreso una lotta contro tutti gli eccessi del fondamentalismo islamico, per spazzarne via ogni residuo? La motivazione è in realtà più banale, perché il caso vuole che il sud della Somalia, dove si troverebbero le suddette basi, sia una zona ricca di giacimenti petroliferi. Ogni ulteriore riflessione su questo dato sarebbe forse superflua. Per vendicare questo vile delitto, il giorno di Pasqua il governo keniota ha organizzato il più potente attacco mai lanciato dalla loro aeronautica, bombardando le basi di al Shabaab. Ma anche qui, se lo scopo della loro invasione in Somalia è da sempre stato quello di portare avanti questa lotta, tali basi sono al governo keniota già note da tempo: allora perché non attaccarle prima? Era forse necessario attendere che si perpetrasse una strage simile?
Non credo che si avrà presto una risposta.

Quello che è certo è che quasi 150 ragazzi innocenti, giovani studenti come noi, non ci sono più, e che a questa violenza si continua a rispondere con altra violenza. Si è ormai innescato un circolo vizioso che non accenna a spezzarsi, e che inevitabilmente e inesorabilmente trascina con sé tutto ciò che trova sulla propria strada, mietendo vittime, uccidendo cittadini del tutto estranei alle vicende. Il fine giustifica ogni mezzo. L’obiettivo è da raggiungere, non importa a quale pesantissimo costo in termini di vite umane.

E ciò che agli occhi degli shebaab sembra essere necessario, anzi fondamentale, ai nostri (e spero non solo) appare inspiegabile, o per citare le parole di condanna di Papa Francesco: <<appare un atto di brutalità senza senso>>.

 

CORRECTION-SOMALIA-UNREST-SHAHAB

 

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About Chiara Vilardo

COLLABORATRICE | Classe 1990, originaria di Sommatino (CL), studia Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania. Le piace leggere, soprattutto quando si tratta dei romanzi di Ken Follett. Adora la musica che appartiene al cantautorato italiano e negli ultimi tempi si sta avvicinando con interesse al mondo del cinema.

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