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Johan Cruijff: esteta e profeta

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«Domani è storia di ieri e l’arte ci sarà ancora, anche se la vita termina».

(Keith Emerson)

 

Johan Cruijff, speler van Ajax *25 oktober 1965
Un giovane Johan Cruijff, nel 1965

È un anno tragico per l’arte. Tanti grandi artisti ci stanno abbandonando in questo 2016, compreso quel Keith Emerson che ha pronunciato quella frase perfetta per la rappresentazione dell’immortalità dell’arte. Che l’arte non sia più elitaria, è ormai una percezione diffusa: la consapevolezza che questa si possa manifestare nei luoghi più inaspettati è solida e gli anni a cavallo tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 hanno contribuito fortemente ad affrancare l’arte dalla propria dimensione d’élite. È sbocciato in quelle decadi anche il più grande artista olandese del ventesimo secolo, al contempo pittore e musicista, attore e regista, esteta e profeta: il calciatore europeo del ventesimo secolo, Johan Cruijff.

Cruijff, in campo, ha dipinto traiettorie e dribbling mai immaginati prima d’ora. È stato direttore d’orchestra di quelle indimenticabili sette sinfonie ai Mondiali del 1974 giocati proprio nella patria di Ludwig van Beethoven, è stato il regista dietro il calcio moderno e dietro il mito del FC Barcelona. Prima di essere tutto ciò Johan è stato un profeta, il simbolo nel mondo di quel calcio totale che continua a far innamorare milioni di appassionati, guadagnandosi il soprannome di profeta del goal. E poi come non riconoscere in Cruijff un esteta?

La ricerca del bello ha assunto la forma di una lucida ossessione, il calcio come spettacolo per gli occhi prima che per le anime, motivo per cui noi italiani catenacciari non saremo mai particolarmente amati da questo aristocratico del football che poi, ammorbiditosi a fine carriera, ha ammesso i nostri enormi progressi dal punto di vista tattico. Descriverne le gesta dal punto di vista meramente calcistico risulterebbe quasi offensivo: i numeri e l’arte non vanno granché d’accordo. Non vi parleremo dunque di quei 402 goal in 716 partite ufficiali, di quei 36 trofei vinti nelle carriere tra il campo e la panchina, di quei tre Palloni d’Oro: tutto ciò è decisamente superfluo. Tra tutti i numeri vorremmo farne salvo uno, il 14, quello che indossava sui campi, quelle due cifre distintive sulla cui origine si sono susseguite tante storie. Quel numero tatuato eternamente sulle sue spalle, anche quando a Barcellona non gli è stato permesso di indossarlo. Più che un’uniforme la firma di un artista, una griffe che accompagna le eleganti veroniche con cui ha affrescato il calcio. Chi ha avuto la fortuna di osservarne una partita – o anche solo alcuni stralci delle stesse – avrà notato la sua naturale e pervicace capacità di restare in piedi, danzando con quelle caviglie leggermente arcuate tra le gambe dei difensori: ironia della sorte, quella straordinaria skill calcistica appresa da bambino, giocando per strada, con la paura di cadere e di farsi male sull’asfalto delle periferie di Amsterdam – troppo duro per le gambe di un bambino poco cresciuto com’era il giovane Johan – è stata la metafora di una vita vissuta standing tall. In piedi, a testa alta, ben saldo sulle proprie scelte e convinzioni, da integralista della propria filosofia di vita.

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Johan Cruijff ha vestito la maglia dell’AFC Ajax, dal 1964 al 1973 e dal 1981 al 1983

Ci voleva una figura tetragona come questa per riformare il gioco del football, perché nessuno ha paura di ammetterlo: esiste un calcio prima di Johan Cruijff e poi il calcio che conosciamo adesso, interamente promanante dalla figura del fuoriclasse olandese in ogni suo aspetto. Il calcio di possesso, in cui l’impostazione parte dai centrali di difesa e le verticalizzazioni giungono improvvisamente con traiettorie inimmaginabili, quello che presenta i calciatori come vere superstar, un calcio in cui gli sponsor hanno un’importanza fondamentale, un calcio in cui non esistono destinazioni esotiche precluse. Neanche Pelé, probabilmente il più grande calciatore di tutti i tempi – che pure ha inaugurato la migrazione dei grandi campioni verso luoghi non propriamente da ritenersi al centro del mondo calcistico come gli USA – è stato capace di cambiare in questo modo lo sport.

Ci sono solo tre macchie nella carriera di Cruijff: la prima (senza dubbio) è quella sconfitta in rimonta subita ai Mondiali del ‘74, quelli dell’Arancia Meccanica, quella finale prima della quale Johan ha dormito solo quattro ore, passando tutta la notte al telefono con sua moglie per cercare di convincerla che lo scoop del giornale tedesco Bild, che vedeva lui e i suoi compagni di squadra passare la notte tra alcool e donne, fosse infondato. Una notte insonne che segnerà la più grande mancanza nel suo palmarès, la Coppa del Mondo. La seconda è la macchia di non aver mai allenato la Nazionale olandese, la terza grande maglia della sua vita: non si è trovato l’accordo economico e Johan si è sempre “venduto” al proprio prezzo. La terza disfatta gliel’ha inflitta un italiano, il 4-0 subito dal proprio Barcellona per mano dell’AC Milan di Fabio Capello nel 1994 in finale di Coppa dei Campioni, persa malamente partendo da stra-favorito e affrontando forse la gara con supponenza; di questo evento eviterà sempre di parlare, forse indignato con se stesso.

In una vita vissuta credendo sempre di aver ragione, bisogna mettere in conto anche di dover ingoiare bocconi amari. Johan è sempre stato così, amatissimo da tutti ma con il valore dei soldi bene in mente: da bambino riusciva sempre a farsi regalare una mela dai clienti del negozio gestito dal padre per poi rivenderla a metà prezzo proprio a quest’ultimo, ha bazzicato poco la scuola, ma una volta ha intrattenuto i compagni di classe con il racconto di una partita intera quando la maestra gli ha chiesto di raccontare una favola, non ha dovuto fare nessun provino per entrare nell’AFC Ajax a dieci anni perché era già conosciuto da tutti, è stato coccolato dal suo club che gli ha regalato un motorino a quattordici anni, dato che sua madre non aveva i soldi per permetterselo. Già, sua madre, perché il padre non c’era più e Johan le aveva promesso di occuparsi di lei diventando un grande calciatore.

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Johan Cruijff ha vestito la maglia del FC Barcelona, dal 1973 al 1978

Tutti i giocatori dell’Ajax degli Anni ’60 amavano quel bambino dall’intelligenza vispa, che nel 1973 se ne andrà indignato da quella Amsterdam bianco-rossa che non lo aveva rieletto capitano. Nel ’76, da calciatore più forte del mondo, si vedrà dedicare un film-documentario intitolato Il profeta del gol da Sandro Ciotti. Nel 1983 decide addirittura di punire la squadra del proprio cuore e di chiudere la carriera al Feyenoord Rotterdam, strappando il suo ultimo Campionato ai suoi lancieri. È difficile definire rivoluzionario un calciatore che ha sempre tenuto ai rapporti con giornali ed emittenti televisivi, mai politicamente impegnato. Ma in questo caso non si può fare a meno di dargli retta, quando dice di sentirsi un rivoluzionario che vuole cambiare lo status quo.

Ha sempre voluto cambiare le cose: da uomo-immagine della Puma ha rifiutato di indossare le tre strisce della divisa della Nazionale, targata Adidas, ha sempre rifiutato il calcio fisico e addirittura detestato le squadre incapaci di esprimere possesso palla e di occupare lo spazio, ha sempre odiato la pressione mediatica imposta ai calciatori, tant’è che dichiarerà «la pressione si deve esercitare sul pallone, non sul giocatore» e da allenatore entrerà sempre in campo dieci minuti dopo i giocatori per permettere ai propri ragazzi di insultarlo. Rivoluzionario anche nei rapporti umani, ha trasformato l’unico giocatore che non lo amava negli Anni ’60, Rinus Michels, nell’allenatore sotto la cui guida darà il meglio con le tre maglie del suo destino. Johan mutuerà, poi, molti dei propri precetti tattici dalle idee di quell’olandese burbero e robusto: a guardare il calcio dominante che si gioca a Barcellona, in Spagna e che Pep Guardiola (figlioccio calcistico di Cruijff) sta esportando, forse Michels è il tecnico con le idee più influenti del calcio moderno.

Johan è stato un predestinato, uno dei sei capaci di vincere la Coppa dalle grandi orecchie tanto da giocatore quanto da allenatore, un esteta che ha vissuto con la costante convinzione di aver sempre ragione e con l’ossessione del bello ben fissata in mente. Un dandy capace di vendere la propria, impagabile, immagine e che per sua stessa ammissione ha avuto due vizi: il calcio e il fumo. Il primo gli ha dato tutto, il secondo gli ha portato via tutto, e l’ha portato via da noi. È stato tanto saccente da cercare di dare istruzioni ai medici sul modo in cui avrebbero dovuto operarlo nel corso delle precedenti operazioni ai polmoni, ma è stato sempre amato per la sua sincerità, per il suo estro, perché impediva a chiunque lo osservasse di odiarlo.

Paradossalmente, il creatore del calcio patinato di ora era figlio di quel calcio a tinte tenui che ha fatto innamorare i nostri genitori: quel calcio che non permetterà mai più ad un giocatore così di nascere.

Una volta disse: «Per come ho vissuto e giocato sono, probabilmente, immortale».

Aveva maledettamente ragione, ci mancherai.

Ciao profeta, ciao Johan!

 

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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