07 Jan 2015, Paris, France --- Paris, France. 7th January 2015 -- A tribute of flowers and candles in the shape of a heart is set up at Place de la RÈpublique in Paris in memory of the victims of a terror attack on the offices of French satirical magazine Charlie Hebdo. -- An estimated 35,000 people gathered at Place de la RÈpublique in Paris to pay tribute to the victims of a terror attack on the offices of French satirical magazine Charlie Hebdo and promote freedom of the press against tyranny and terrorism. --- Image by © David Chour/Demotix/Corbis

Je Ne Suis Pas Paris

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Paris-ESt-charlieCi sono stati fiumi di parole sulle stragi di Parigi. Sui giornali, in particolar modo, abbiamo visto parecchi neologismi e forme di retorica: dall’hashtag #JeSuisParis alla felice invenzione Generazione Bataclan, abbiamo visto veramente di tutto. Inizialmente, chi scrive si è aggiunto alla corrente per solidarietà agli amici che vivono a Parigi e per uno spirito di appartenenza ad una identità “europea” che, nonostante tutto, esiste. Ma questa volta l’Europa non è uscita più forte di come avvenne con Charlie: questa volta l’Europa ha perso e ci vorranno anni per far sì che si riprenda dal trauma.

Perché affermo tutto questo? Basta leggere i giornali e girare per strada per sondare gli umori e, soprattutto, la paura. Perfino una città come Firenze, che poco ha da rischiare dalla minaccia terrorista, ha avuto almeno quattro falsi allarmi in centro e si è richiesta una maggiore presenza delle forze armate. Quando si verificarono gli attentati alla Redazione Charlie Hebdo, nei giorni successivi vi furono manifestazioni di migliaia di persone nelle principali città europee: tutti i leader europei marciarono uniti nella capitale francese e Charlie Hebdo pubblicò nuovamente, registrando una vera esplosione nelle vendite. Il messaggio era chiaro. Tutti gli europei furono uniti e dichiararono con fermezza: la libertà d’espressione è un nostro valore, è parte della nostra identità di europei e non sarà qualche pazzoide jihadista a piegarci. Sembrava che l’Europa si fosse alzata più forte di prima. E perfino il timore di un’esplosione dell’estrema destra, poi, è stato ridimensionato.

Questa volta, invece, è stato diverso. Se i discorsi ufficiali si sono rivelati un semplice copia-incolla di quelli usati per Charlie Hebdo, le azioni ci appaiono diametralmente opposte. Il motto #JeSuisParis, invece di essere portatore degli stessi messaggi e valori di #JeSuisCharlie, è stato semplicemente un paravento per coprire ben altro. Come risposta alla strage, il Governo francese ha chiuso le frontiere ed ha dichiarato lo stato di emergenza per tre mesi. Una procedura che, per dare l’idea, venne utilizzata solo due volte e per un periodo di tempo assai più ridotto: nel 1955 durante la guerra d’indipendenza di Algeri e nel 2005 durante la rivolta delle banlieue. Lo stato di emergenza permette di interrompere la circolazione, di creare zone di protezione/sicurezza dove il passaggio delle persone è limitato. Consente inoltre le perquisizioni a domicilio giorno e notte, nonché misure per “assicurare il controllo della stampa e dei media”. A queste misure è stato messo anche il divieto assoluto di manifestare e organizzare degli assembramenti. E se queste misure appaiono abbastanza dure, il Governo è voluto andare oltre: ha sospeso la Convenzione Europea dei Diritti Umani (CEDU) per un periodo minimo di tre mesi (decisione prolungabile) e vuole anche cambiare la Costituzione. La proposta presentata da Manuel Valls di riforma verte principalmente su due punti: il potenziamento dei poteri del Presidente durante lo stato di emergenza (che invece di dodici giorni diventerà ufficialmente – e minimo – di tre mesi) e la revoca della cittadinanza a coloro che, nati e cresciuti in Francia, vengono condannati di terrorismo.

Ma Parigi non è la sola ad aver deciso di agire in questa direzione. In Belgio è stata letteralmente chiusa la capitale per quasi una settimana, si è deciso di potenziare i poteri in mano alla polizia ed il Ministro dell’Interno Jean Jambon vuole proporre un patriot act. Il leit motiv <<incrementare la sicurezza>> è ormai diventato quotidiano anche in Germania, Italia e Regno Unito, dove a breve sono stati promessi misure con chiara ammissione che porteranno una <<limitazione delle libertà individuali>>. Il nuovo Governo di destra in Polonia – come sua prima decisione – ha chiuso le frontiere, un gesto seguito anche da altri Paesi come Slovenia, Croazia, Macedonia e molti altri ancora.

RT_paris_rally_world_leaders_jt_150111_4x3_992-640x4801Tutto questo in nome della lotta al terrorismo, che minaccia le nostre libertà individuali: probabilmente, però, i terroristi rimarranno delusi nello scoprire che a minacciare le nostre libertà sono i nostri stessi Governi. Probabilmente non c’è una regia dietro come qualche complottaro afferma, ma è la semplice reazione di panico tipico di chi si scopre immediatamente debole ed inerme di fronte ad un nemico che non sa dov’è, che non sa chi è. Anzi, per la precisione sappiamo dov’è e chi è: è a casa nostra e siamo noi, rendendo di certo la soluzione non facile.

Il panico non coinvolge soltanto le sfere alte ma soprattutto la società civile che ha, come soluzione, quella di chiudersi a casa. Parigi, epicentro degli attentati, ha registrato un crollo dei biglietti per concerti e spettacoli dell’80% e considerando il periodo natalizio le perdite sono ancora più rilevanti. Il Presidente francese del Sindacato della Cultura, della Comunicazione e dello Spettacolo (FCCS) ha dichiarato che se il Governo non reagisce il rischio è di avere a breve una catastrofe culturale. Altre capitali europee, poi, non se la passano decisamente meglio.

Se poi la gente esce, alla fine lo fa solo per votare la destra populista. Un titolo di Le Monde riassume, su tutti, la situazione ed il clima attuale: un’immagine sulle previsioni di voto alle prossime amministrative dove il nero ed il grigio (i colori per indicare il partito di estrema destra Front National) prevalgono nettamente, con un titolo <<se la Francia fosse un polmone avrebbe un cancro>>.  In Germania, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (trad: Alternativa per la GermaniaAfD) è dato al 10% e con punte che raggiungono il 30% nel länder della Sassonia per effetto, anche, degli attentati di Parigi. Stessi trend in molti dei Paesi europei.

In conclusione, invece di rispondere al terrorismo nel modo più adeguato – ovvero continuando le nostre vite come sempre, ed anzi incentivare la solidarietà tra Paesi europei, con gesti anche simbolici – siamo stati capaci di chiudere frontiere, aumentare polizia e controlli e soprattutto limitare le libertà, quelle libertà che all’epoca di Charlie si dicevano inviolabili e rappresentavano parte della nostra identità. Non soltanto abbiamo creato un clima da Stato di polizia che incentiva solamente le paure ed i sospetti, ma non possiamo sorprenderci nemmeno dell’esplosione dell’estrema destra. E tutto questo con l’ipocrisia superficiale, affermando che tutto questo è per proteggere i diritti umani – come ha dichiarato François Hollande.

Sia chiaro: un incentivo della sicurezza era necessario ed una azione più forte in Siria ed in Iraq era anch’esso scontato. Inoltre, chi scrive non può che salutare positivamente alcune delle decisioni prese a livello europeo che si attendevano da anni; ma è persino necessario modificare le Costituzioni e sospendere i diritti umani? Tutte queste decisioni non sono altro che pericolosi precedenti, che in futuro possono essere usati per ben altri scopi. La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan si sta evolvendo in uno Stato autoritario, chiudendo giornali e limitando le libertà con la scusa della lotta al terrore. Se guardiamo un caso estremo, Adolf Hitler trasformò la Germania (nelle vesti della Repubblica di Weimar) in una dittatura con la scusa dello stato emergenziale.

Se il messaggio di Charlie era (in linea di principio) coraggioso, quello di Paris è semplice retorica, propaganda ipocrita per nascondere delle azioni che rischiano di cambiare per sempre la nostra società, la nostra identità europea. Per questo “Je Ne Suis Pas Paris” e mi rifiuto di essere considerato come membro della Generazione Bataclan.

 

bataclan

 

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About Cristoforo Simonetta

COLLABORATORE | Nato a Bagno a Ripoli (FI), il 31 Dicembre del 1991. Frequenta gli Studi Europei-Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Firenze. Ha partecipato in diversi progetti e programmi di interscambio all'estero, per cercare di conoscere e comprendere un mondo sempre più globalizzato e più vicino di quanto si possa credere. E' attivista presso l’organizzazione ambientalista "Amici della Terra".

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