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Italia e Belgio: quando gli immigrati eravamo noi

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Mi è stato chiesto quanto differisse il Belgio dal mio Paese e la risposta che tutti potevano aspettarsi non poteva che essere <<a lot, definitely>>. E invece, un italiano che si trova momentaneamente in questo piccolo ma complicato Paese dell’Europa continentale può quasi sentirsi a casa.

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Protocollo italo-belga

Perché il cuoco che prepara i waffel più buoni di Louvainla-Neuve proviene dal Bel Paese, perché l’Erasmus ci ha insegnato che un siciliano ed un fiammingo possono avere molte cose da raccontarsi di fronte ad una Leffe, ma soprattutto perché la storia ha voluto che i nostri destini si incrociassero, in particolare grazie al protocollo italo-belga siglato nel 1946. La guerra era ormai finita da poco, l’Europa intera versava in condizioni disperate e l’Italia, dopo la fatica della Resistenza e il sangue versato sulle montagne, era costretta ad inviare i suoi figli in terra straniera per dar loro una dignità e del pane da mettere sotto i denti. I nostri compatrioti erano spinti dal desiderio di rinascita, di riscatto, ma avevano l’animo attanagliato da un cupo presentimento: avrebbero lavorato nelle miniere, al buio, e le condizioni di lavoro non potevano che essere pessime in uno scenario che prometteva il peggio. Una volta arrivato, il padre di famiglia sa che ritornerà presto nel suo Paese, perché il sole, la famiglia e tuo figlio che sorride dopo poco tempo, pochissimo, cominciano a mancarti così tanto da provocarti una fitta al petto. E nonostante il Belgio stia soffrendo una carenza di alloggi senza precedenti, la paga sia misera e le persone intorno a te parlano una lingua che non hai mai sentito prima e che sei costretto ad imparare, hai una forza tale che porteresti sulle tue spalle tutti i sassi che trovi. Ti svegli all’alba, uno sguardo alla foto in bianco e nero della tua famiglia e sei pronto per uscire.

A Marcinelle nevica e ti sembrano passati decenni, oppure millenni da quello scatto che tieni sempre vicino a te: era una domenica d’estate, i tuoi figli indossavano “il vestito buono”, l’espressione di tua moglie è stanca ma felice e tu sei spensierato. Sono rimasti in Italia, ma forse ancora per poco: il tempo di sistemarsi in questa nuova realtà e potranno raggiungerti. Vuoi che sia tutto perfetto per la loro venuta. Allora la guerra era ancora lontana e tutti avevano imparato la lezione del 1914, pensavi, e dal tuo terrazzo potevi godere di un panorama la cui bellezza è così immensa, così toccante che quasi ti imbarazza, ti rende impotente. Ma hai dovuto lasciarla, arrivare fino a Milano e da lì partire per il Belgio. <<Imparate le lingue e andate all’estero>> diceva De Gasperi, Ministro di quell’Italia che ha perso, che deve accettare le regole del vincitore ma che in un modo o nell’altro riesce sempre a cavarsela e a rinascere. E tu ne sei l’esempio: hai avuto coraggio, non hai ceduto alla disperazione, sei sopravvissuto ad una Guerra e se il prezzo da pagare è salato, la ricompensa non può che essere dolce e alla portata dei tuoi desideri.

Nel giro di dieci anni arrivarono in Belgio circa 100.000 italiani. Fino al 1956, fino a quel maledetto, torrido Agosto del 1956. Un vagone mal inserito danneggiò i fili elettrici scatenando un incendio le cui fiamme divamparono nella miniera, dandole un aspetto infernale. Quello vero, come lo definiranno i soccorritori. Quello che non ti lascia scampo, quello che, letteralmente, non ti lascia via di uscita e ti avvolge in un abbraccio malevolo. “Tutti morti”, dirà chi si trova a 1.035 m di profondità pur di salvarti.

Ti avevano insegnato che basta fare il proprio dovere, non piangersi addosso, essere buono con tutti e le cose sarebbero venute da sé, i puri d’animo hanno sempre ciò che spetta loro: il meglio. Hai atteso dieci anni, hai sperato dieci anni e ormai il momento di tornare a casa era quasi arrivato, hai messo da parte una somma tale da sopravvivere e, perché no, comprare un vestito della domenica, “quello buono” a tua figlia. Che ormai quello della foto deve andarle un po’ stretto.

Dopo giorni e giorni di soccorsi invano, trovarono i corpi avvinghiati in un ultimo abbraccio di solidarietà e di speranza. I corpi irriconoscibili, impossibili da identificare.

Oggi Marcinelle, a Charleroi, è Patrimonio Mondiale dell’UNESCO e simbolo di quella speranza che muore e lascia con sé solo un mucchio di cenere, di una tragedia che non deve farci dimenticare che sì, anche noi eravamo immigrati.

 

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About Alessia Del Vasto

COLLABORATRICE | Classe 1994, di origini partenopee. EU Studies Fair Ambassador per POLITICO Europe, studia Scienze Politiche Internazionali presso l'Università di Pisa. Ha trascorso quest'anno accademico in Belgio, tra gaufres e case con i mattoncini rossi, per vivere quello che le piace definire "il sogno europeo".

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