Rio de Janeiro - Cerimônia de abertura dos Jogos Olímpicos Rio 2016 no Estádio do Maracanã (Fernando Frazão/Agência Brasil)

Istantanee da Rio

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I cerchi olimpici, rappresentanti i cinque Continenti, al Parque Madureira di Rio de Janeiro

Se osservati nel momento in cui vanno realmente in scena, i Giochi Olimpici sono uno spettacolo magnetico, frenetico e sfaccettato, la più grande festa dello sport mondiale. Se invece fossimo capaci di catturare quanto avviene prima che la sfarzosa cerimonia d’apertura dia il via alla rassegna, ci accorgeremmo che il villaggio olimpico altro non è che un crogiolo brulicante di sensazioni in cui confluiscono i sogni di coloro che hanno indirizzato la propria intera esistenza per una singola apparizione, pochi istanti capaci di definire intere vite: quelle di chi , dopo anni di fantasticherie, fatica, sudore e lacrime e quelle di chi malgrado abbia utilizzato ogni oncia della propria fantasia e prosciugato ogni stilla di energia presente nel proprio corpo proprio non ce l’ha fatta ad esserci.

Questi ultimi, divenuti spettatori come noi, proprio non ce la fanno a sottrarsi a quella tortura dai colori sgargianti, come avvenuto al nostro Gianmarco Tamberi e all’Italbasket di coach Ettore Messina. Alcuni ci hanno provato fino all’ultimo, prima di sfiorare la tragedia sportiva, come Alex Schwazer. E così, risucchiati dal vortice della passione sportiva, almeno una volta nel corso delle olimpiadi ci si ritrova a fantasticare sui risvolti semi-filosofici sulla somma livella dello sport mondiale: la mensa del villaggio olimpico. I più grandi atleti del mondo che si mettono in coda, aspettando il proprio turno, magari preceduti da dei perfetti sconosciuti che fino al giorno precedente appendevano in camera i poster di alcune delle leggende presenti nella stanza. Poi però la sala mensa chiude, i grandi impianti sportivi aprono e i libri di storia spalancano le proprie pagine a delle immaginarie penne tenute dai polsi saldi di quegli sportivi che abbiamo aspettato per quattro anni.

In quel momento lo spettatore e l’atleta condividono un’unica, atavica, ossessione: la leggenda. E le Olimpiadi di Rio de Janeiro di momenti leggendari ne hanno regalati, istanti che potremo cristallizzare nella nostra mente ricordandoci esattamente dove eravamo, imprese prontamente immortalate dai fotografi. Ad un mese dall’apertura dei Giochi Olimpici di Rio 2016, dunque, scaviamo nei ricordi – ancora freschi – ricostruendo in dieci fotografie i dieci momenti che noi italiani ricorderemo del carnevale olimpico brasiliano.

 

1. NEYMAR ROMPE LA MALEDIZIONE OLIMPICA VERDE-ORO

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Neymar da Silva Santos Júnior (1992) in lacrime dopo aver trasformato il rigore decisivo nella finale olimpica di calcio: è il primo oro per la nazionale brasiliana

Neymar sa decisamente cosa voglia dire l’etichetta di predestinato. La predestinazione è un abito che gli è stato cucito su misura da quando aveva tredici anni, con paragoni sempre più impegnativi: da Robinho a Pelé, il passo è breve. Neymar si trova a soli vent’anni ad avere già il peso di una fortissima nazionale olimpica su di sé. Il risultato è un argento ottenuto in finale contro un non irresistibile Messico. Come se questa parziale, ma pesante, battuta d’arresto non bastasse dinnanzi a O’Ney si parava il difficilissimo compito del doppio impegno casalingo: FIFA World Cup 2014 e Giochi Olimpici 2016, inframezzati dalla Copa América 2015 e dalla Copa América Centenario 2016. Il mondiale brasiliano è una pagina nerissima del calcio verde-oro e corrisponde indelebilmente al Minerazo, una batosta sonante, un 7-1 subito dalla Germania poi campione che porta letteralmente un’intera Nazione sull’orlo di una crisi di nervi. La Copa América, evento sentito ma che non incendia necessariamente gli animi di tutti i brasiliani, poi è un altro tracollo con un’eliminazione subita ai rigori da un modesto Paraguay. Neymar si è giocato il tutto per tutto rinunciando alla Copa América Centenario, giocata peraltro in maniera pessima dai brasiliani. E Neymar, fascia da capitano al braccio e numero 10 in spalla, ha avuto ragione. Affiancato da un gruppo di giovani talenti cristallini come Gabriel Jesus (destinato al Manchester City FC), Gabriel Barbosa (neo-acquisto dell’FC Internazionale Milano), Luan e Felipe Anderson ha rotto la maledizione olimpica proprio contro la Germania, avendo la meglio solo ai rigori ma scacciando i fantasmi di quella notte di Belo Horizonte e regalando la prima medaglia dorata alla Nazionale più famosa del mondo. O’Ney è salito al trono.

 

2. SIMONE BILES: L’AMERICAN DREAM A TINTE ROSA

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Simone Biles (1997), ginnasta vincitrice di ben cinque medaglie olimpiche a Rio, riceve la visita del suo idolo: l’attore Zack Efron (1987)

143 centimetri47 chilogrammi e diciannove anni: Identikit dell’American Dream alle Olimpiadi carioca. La nuova fidanzatina d’America si chiama Simone Arianne Biles, nata il 14 Marzo 1997 a Columbus, Ohio. Tanto piccola quanto determinata, Simone ha vissuto un’infanzia difficile, comune a tanti ragazzini afroamericani destinati a sfondare nello sport: la madre alcolizzata e tossicodipendente non è capace di occuparsene. Simone viene affidata ai nonni e sua nonna la indirizza alla ginnastica:a sei anni Simone è già in palestra. E’ nel corso di uno dei suoi tanti allenamenti che si accorge di lei Aimeè Borman, l’allenatrice che farà di lei la più grande di tutte. Quattro ori e un bronzo per Simone a Rio 2016, che sommati alle quattordici medaglie mondiali la rendono – numeri alla mano – la ginnasta più vincente della storia statunitense. Ma Simone ha pur sempre solo diciannove anni e come ogni ragazzina non può che emozionarsi se il suo idolo, in questo caso Zack Efron (attore verso il quale la ginnasta ha dichiarato la propria passione in diretta nazionale da Ellen DeGeneres) va a trovarla. La tenerezza di una diciannovenne che siede sul tetto del mondo.

 

3. BASILE E LA DUECENTESIMA MEDAGLIA TRICOLORE

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Tutta la sincerità nell’esultanza liberatoria di Fabio Basile (1994), oro olimpico e vincitore della duecentesima medaglia per l’Italia ai Giochi Olimpici

La spavalderia. La sicurezza di chi ha lavorato per diventare il migliore al mondo e proprio non ce la fa a lasciare che le proprie membra contengano il talento, la gioventù, la fame. Fabio Basile, ventidue anni da compiere, graduato dell’Esercito italiano, piemontese di origini pugliesi, ha vinto – anzi stravinto – la medaglia d’oro olimpica nel Judo, categoria 66 kg rifilando ippon a ciascuno dei propri avversari, dagli ottavi alla finale. Una finale che ha divorato in 84 secondi. Eppure a soli ventuno anni il nostro Fabio ne ha presi di rischi: ha deciso di partecipare a Rio 2016 quando il piano di preparazione che lo vedeva coinvolto aveva come obiettivo Tokyo 2020, ha cambiato categoria di peso (passando dai 60 ai 66 kg), ha poi lucidamente rischiato in ogni singolo match “la bomba” così come lui definiva l’ippon. Basile e la sua spavalderia hanno regalato la medaglia numero duecento alla nostra Nazione, lanciando un messaggio ad un’intera generazione: non abbiate paura di essere i migliori.

 

4. CAGNOTTO E DALLAPE’: LACRIME ARGENTEE

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Tania Cagnotto (1985) e Francesca Dallapé (1986) schermano le proprie lacrime di gioia da occhi indiscreti. Avevano appena vinto l’argento nei tuffi sincronizzati dai 3 metri

<<Dai Tania, abbracciamoci, sono stati otto anni intensi…>>

<<Non abbiamo mica finito, Francesca…>>.

Parte da lontano la parabola di Tania Cagnotto e Francesca Dallapé. Anni di allenamenti, di lacrime versate nel cloro e di delusioni ingiuste, arrivate a sfilare il premio dal collo delle nuotatrici, come a Londra 2012 quando a Tania son toccati due quarti posti che l’hanno più volte fatta tentennare sul proprio futuro agonistico. Tra Londra e Rio però di mezzo ci son state dodici medaglie europee e cinque medaglie mondiali a ricordare alla nostra Tania che è lei la più grande tuffatrice italiana di sempre. E quando, per uno strano scherzo del destino, proprio a Londra agli Europei dello scorso Maggio, dopo l’ennesimo oro, una Francesca Dallapé commossa le ha chiesto un abbraccio, Tania le ha ricordato con il fuoco negli occhi e un sorriso smagliante che davanti a loro c’era il Brasile, per quella medaglia sfuggita quattro anni prima nelle acque inglesi. Il fuoco in quegli occhi si è tramutato in lacrime quando hanno raggiunto un argento che vale più di un oro. Le due, con pudore, hanno dato le spalle alle telecamere, hanno cercato l’intimità per liberare un pianto che fa quasi da contraltare alla sfrontatezza giovanile di Basile. La Cagnotto ha poi concluso la propria carriera olimpica con un bronzo nel trampolino dai tre metri femminile. Una degna conclusione.

 

5. DR. ANDY E MR. OLYMPIC GOLD MURRAY

Andrew Barron “Andy” Murray (1987) con al collo il secondo oro olimpico consecutivo

Potremmo definirla sindrome dell’eterno secondo quella strana tendenza propria di atleti estremamente talentuosi che finiscono però per arrivare più spesso secondi che primi, tanto a livello di titoli quanto a livello di tifo. Andy Murray è il vero eterno secondo di questa generazione di tennisti. Un eterno Roger Federer, il Rafa Nadal a corrente alternata visto dopo 2010 e soprattutto Novak Djokovic lo hanno spesso preceduto in quanto a vittorie e a gradimento popolare. Certo, non che a Murray le vittorie siano mancate dato che lo scozzese ha vinto comunque ben trentanove tornei e tre titoli del Grande Slam, tutti e tre arrivati dal 2012 in poi. Già, il 2012, l’anno in cui Murray si è tolto un’enorme scimmia dalla spalla vincendo il torneo di Wimbledon mascherato da torneo Olimpico e portandosi a casa la medaglia d’oro davanti ad un pubblico inglese che lo ha decisamente adottato. Ha continuato ad adottarlo poi a partire dal Wimbledon successivo, vinto dallo scozzese dopo settantasette anni dall’ultimo vincitore britannico, Fred Perry. Andy ha bissato quest’anno il successo sull’erba inglese e si è imposto nuovamente all’Olimpiade, in quello che è senza dubbio il miglior anno della sua carriera. Come la creatura più famosa della bibliografia di Robert Louis Stevenson l’eterno secondo del circuito ATP è diventato un dominatore olimpico. Niente da fare per l’argentino Juan Martin Del Potro, che si accontenta dell’argento dopo averci regalato un torneo che sfiora il poetico arrivato in seguito ad un immenso numero di problemi fisici. Ci sarebbe piaciuto raccontare anche la sua storia, ma quando Andy Murray vede i cinque cerchi olimpici diventa inarrestabile.

 

6. THREE-PEAT TEAM

Team USA al terzo oro olimpico consecutivo nella pallacanestro

Per parafrasare un celebre adagio di Gary Lineker<<la pallacanestro è uno sport che si gioca cinque contro cinque e alla fine vincono sempre gli USA>>. Almeno questo è ciò che si è stati portati a credere per anni. Ma non è sempre andata così. Era l’Agosto 2004 quando gli Stati Uniti d’America, il paese più dominante della storia della pallacanestro, si trovavano sull’orlo di una crisi di nervi. Team USA era reduce da un Mondiale giocato in casa ad Indianapolis disastroso, chiuso da sesti e da una pesante nonché storica sconfitta amichevole contro l’Italia. Ad Atene 2004Team USA ha fallito la conquista della medaglia d’oro olimpica, cosa che non avveniva da Seul ’88. Due anni dopo ecco un nuovo fallimento mondiale, a Tokyo. Che era successo alla Nazione più forte della storia della palla a spicchi? Del Dream Team di Barcellona ’92 non si era perso solo il dream, ma non c’erano tracce nemmeno del concetto di team. Non si poteva più fallire, bisognava tornare a convocare i migliori giocatori al mondo. Dalle Olimpiadi di Pechino in poi, Team USA non ha più fallito nessun appuntamento internazionale, grazie al Redeem Team del 2008, alla fortissima selezione Olimpica di Londra 2012 e selezioni nazionali di ottimo livello ai Mondiali 2010 e 2014. A dodici anni da quel 2004, Team USA ha dovuto rinunciare a un enorme numero di superstar di livello NBA, presentandosi con una selezione molto forte ma non ai livelli delle precedenti edizioni, una selezione che chiaramente non avrebbe potuto schiantare tutti gli avversari nel corso del torneo con scarti vicini ai trenta punti. Atene 2004 è uno spettro che si è materializzato a lungo nel corso del torneo olimpico, quando sono arrivate vittorie risicate nel girone. Carmelo Anthony, unico reduce di quella traumatica esperienza greca ha trascinato la squadra nel girone, diventando statisticamente il miglior giocatore della storia di Team USA. Poi ai quarti di finale l’incontro con la generazione dorata argentina composta da Manu Ginobili, Luis Scola, Andres Nocioni e Carlos Delfino, capace proprio di eliminare la squadra a stelle e strisce nel 2004: gli statunitensi hanno scacciato ogni dubbio asfaltando l’albiceleste all’ultimo tango collettivo. Team USA non si è più voltato indietro, guidato dal miglior giocatore del torneo, un Kevin Durant passato dalla controversia del mercato alla tranquillità ritrovata, ha battuto 96-66 la Serbia in finale. Three-peat di ori olimpico concluso con sobrietà, il miglior modo per salutare il ciclo sulla panchina statunitense di coach Mike Kryzewkski, giunto al capolinea della sua esperienza da CT.

 

7. UN AMORE (RI)TROVATO

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Il magico Italvolley medaglia d’argento 2016

Con le Olimpiadi di Rio un’intera nazione si è scoperta pazza della pallavolo. Merito di un torneo maschile al cardiopalma, dello straripante commento di Andrea Crazy Lucky Lucchetta ma soprattutto da nazionale ai limiti della leggenda, guidata da El Hombre Osmany Juantorena e dallo Zar Ivan Zaytsev, i due giocatori italiani più rappresentativi, due figli del meltin’ pot che fa davvero bene allo sport, due fenomeni del volley, due che per quindici giorni hanno fatto pensare ad una Nazione intera <<Messi, Ronaldo e Higuaín chi?>>. La semifinale vinta in rimonta con gli Stati Uniti è stata un inno alla resilienza, alla determinazione, alla fame e al talento, la partita-manifesto di una generazione che ha sfiorato l’oro. Il sogno si è infranto in una finale combattutissima contro un Brasile ai limiti della perfezione guidato da Lipe e da un inarrestabile Wallace, impressionante opposto verde-oro , miglior giocatore della finale e capace di conferire al match un tocco vintage con quel look da calciatore anni ’80: catenina d’oro al collo e barba incolta, identikit perfetto da opporre ai piercing e ai tattoo del nostro Zar. Il Brasile, coadiuvato da qualche chiamata arbitrale discutibile su alcuni punti decisivi ci ha privato della gioia dorata per la felicità di Neymar super-tifoso in tribuna. Poco importa, l’Italia è tornata ad amare la pallavolo, con buona pace dello snobismo dei fan abitué del Volley che, quasi gelosi del loro sport preferito, sommessamente brontolavano: <<tornate a guardare il calcio>>.

 

8. ONDATA DI GIOIA AZZURRA

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Gabirele Detti (1994) e Gregorio Paltrinieri (1994), rispettivamente bronzo e oro olimpici nei 1500 stile libero, protagonisti della gara più esaltatante dell’olimpiade italiana

Malgrado molte soddisfazioni inaspettate, era lecito pretendere di più da questa olimpiade che ci ha visti ben undici volte arrivare quarti. Ad esempio ci si aspettavano enormi risultati dalla solita scherma in casa Italia, da sempre fucina di enormi risultati per il tricolore ma i risultati arrivati son stati inferiori alle aspettative. A regalarci una notte indimenticabile sono arrivate le acque olimpiche di Rio che in una singola gara ci hanno regalato due medaglie. 1500 metri stile libero: Gregorio Paltrinieri e Gabriele Detti calamitano sulla nostra nazione tutti gli occhi di chi assiste alla competizione, sfiorando una doppietta oro-argento che avrebbe reso il tutto ancor più memorabile. Oro e bronzo per gli azzurri. Paltrinieri fa segnare il proprio record personale, sfiorando quello mondiale, 14′ 34”, Detti rimonta meravigliosamente fino quasi ad acciuffare il secondo classificato Connor Jaeger. Un podio ottenuto dopo cinque anni di allenamenti assieme, un podio costruito con il lavoro e la serenità oltre che col talento, un podio per assistere al quale pure il Premier Matteo Renzi aveva messo la sveglia: è forse questo il momento più alto per il tricolore in un’Olimpiade più che positiva che poi ci regalerà altre gioie acquatiche come il bronzo e l’argento del Settebello e del Setterosa, per la prima volta capaci di vincere contemporaneamente una medaglia nella pallanuoto.

 

9. IL FULMINE SORRIDENTE

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La foto simbolo di Rio 2016: Usain Bolt (1986) e il suo sorriso mentre è ancora in gara per i 200 m piani

Se si potesse cristallizzare il concetto di adrenalina inquadrandolo con un singolo momento di sport sicuramente si sceglierebbe la finale olimpica dei cento metri piani: la finale più emozionante e rapida del panorama olimpico, quella che fa convergere anni di duri allenamenti in meno di dieci secondi. Per tre Olimpiadi però il mondo ha però sentito scendere sulla schiena qualche brivido in meno osservandola. Il motivo? Usain St. Leo Bolt. Tiranno e dominatore sorridente delle ultime tre finali olimpiche sui cento metri. E sui duecento. E nella staffetta 4×100. Bolt ha vinto nove medaglie olimpiche, tutti ori, tutti da Pechino 2008 in poi. E’ diventato decisamente più grande del suo stesso sport. Detiene i record del mondo nelle tre categorie, conquistati ai Mondiali di Berlino 2009 (100 e 200 m) e alle Olimpiadi di Londra 2012 (staffetta): l’unico che può battere Bolt è Bolt stesso quando, poco concentrato allo start incorre in una falsa partenza come a Daegu 2011. Usain incarna la Giamaica tanto quanto Bob Marley, ne è il simbolo più rifulgente con quel sorriso da isolano che non lo abbandona mai. Il sorriso è una sua caratteristica tanto pregnante che lo ha sfoggiato per tutta la rassegna, anche quando prima di tagliare il traguardo brucia nuovamente il suo amico Andre De Grasse che ha provato a superarlo nella finale dei 200 m, un sorriso contagioso, raggiante. Alla fine anche l’argento De Grasse se la ride. E poi, per non farsi mancare nulla Bolt ha festeggiato in discoteca, lanciandosi in un twerking sfrenato con una ballerina, venendo sorpreso a baciare una ragazza bruna col cordoncino olimpico ben in vista e poi passando la notte con una studentessa, tale Jady Duarte, che prima ha diffuso via WhatsApp le foto che lo ritraevano con il campionissimo e poi si è affrettata a dire che non sapeva nemmeno chi fosse quel tal Usain. La signorina Duarte altri non è che la vedova di Douglas Donato Pereira Dinà Terror, uno dei più violenti signori della droga dell’intero Brasile, rimasto ucciso qualche mese fa. Una storia quanto meno bizzarra, che rende però ancora più unica quella che dovrebbe essere l’ultima olimpiade del più grande velocista di sempre.

 

10. IL PIÙ GRANDE OLIMPIONICO DI TUTTI I TEMPI

Michael Phelps (1985), vincitore di sei medaglie a Rio 2016, è il più grande atleta olimpico di ogni epoca con ben ventotto medaglie vinte

Cisono delle figure che devono essere raccontate ai propri nipoti. Questa è una di quelle. Un personaggio tetragono che si posiziona all’intersezione tra lo sportivo e la divinità greca, una statua, un cannibale. Michael Phelps, ventotto medaglie olimpiche su trenta gare disputate, una percentuale terrificante del 93,33% di gare concluse con la medaglia. Tredici medaglie d’oro individuali, sbriciolato ogni record, sia quello di Larisa Latynina che aveva vinto diciotto medaglie totali, sia quello di Leonida di Rodi, velocista ellenico che nelle olimpiadi in Era Classica (dal 164 a.C. al 152 a.C.) aveva vinto l’oro in tre discipline diverse per quattro edizioni di fila restando per 2.168 anni l’uomo che aveva vinto più ori individuali nella storia. Se poi pensassimo ai momenti insoliti che ci ha regalato questo fenomenale atleta, ci accorgeremmo che mancherà ancora di più. Con una storia personale complessa -che ci riserviamo di raccontarvi nel dettaglio con una futura monografia- nel 2009 è stato paparazzato mentre fumava cannabis e lo scorso anno si è presentato ad una partita di basket dell’Arizona State University, ateneo dello stato in cui risiede, in costume da bagno e con tanto di medaglie olimpiche al collo per riuscire nell’intento di distrarre un giocatore del team avversario a sbagliare dei tiri liberi, intento ovviamente centrato. Non capita così spesso di trovarsi un pluricampione olimpico nudo davanti, vero? Un personaggio pittoresco, che non si prende troppo sul serio, quando è semplicemente il più grande atleta olimpico di ogni epoca. Un uomo di cui non ci scorderemo mai, che abbiamo potuto ammirare in ciascuna delle sue partecipazioni olimpiche. Ventitré ori, tre argenti, due bronzi, una leggenda: Michael Phelps è il volto più indimenticabile di queste olimpiadi.

Ora che la rassegna carioca è già un passato i cui contorni si stanno rendendo sempre meno definiti, non ci resta che contare i giorni che ci separano dal 2020: la terra del Sol Levante e Shinzo Abe vestito da Super Mario ci aspettano, altre pagine di leggenda stanno aspettando di essere scritte e ciascuna disciplina attende nuovi eroi.

Noi, sognanti, siamo già pronti a sfogliare un nuovo album.

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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