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Never give up: Luca Mazzone si racconta

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Luca Mazzone (1971) è un paraciclista ed ex nuotatore paralimpico italiano, capace di vincere ben cinque medaglie tra le due discipline

Come già mi è capitato di scrivere, la distanza emotiva e fisica dalle storie che raccontiamo è un elemento fondamentale della narrazione. Così, quando lo scorso 14 Settembre, facendo zapping tra i vari canali sportivi nel tentativo di seguire le i Giochi Paralimpici di Rio 2016, mi sono imbattuto nell’handbike e nella performance da oro nella specialità H2 cronometro di Luca Mazzone, nato a Terlizzi (Provincia di Bari) e residente nella mia Ruvo di Puglia (Provincia di Bari), non ho potuto fare a meno di accostare la sua figura ai miei ricordi di Rio 2016 . Così ho deciso di raccontarvi la sua storia. Luca è un ragazzone di quarantacinque anni, capace di portare a casa tre medaglie paralimpiche a Rio 2016: oltre al già citato oro, ha vinto anche un argento nell’H2 in linea e un oro nel Team Relay assieme a Vittorio Podestà ed Alex Zanardi. Luca è alla quinta medaglia olimpica, dato che a Sydney 2000 era stato capace di vincere due argenti nel nuoto, categoria S4.

Dopo la lesione midollare dovuta ad un tuffo malriuscito nel mare di Giovinazzo, che lo ha reso tetraplegico all’età di diciannove anni, Luca non si è mai arreso. Ha continuato a praticare sport, tenendo viva la sua passione e arrivando a quei due argenti olimpici. Le due edizioni successive delle Olimpiadi, Atene 2004 e Pechino 2008, sono state avare di successi ma Luca non si è dato per vinto. Ha scoperto l’handbike e vinto otto titoli mondiali e un argento a partire dal 2013, fino ad arrivare a questa meravigliosa parentesi olimpica. Dopo il suo ritorno a casa nella nativa Terlizzi e nell’adottiva Ruvo, entrambe città in cui è stato accolto da eroe, Luca mi ha concesso un po’ del suo tempo e si è raccontato in un’intervista esclusiva. Insieme abbiamo ripercorso gli ultimi anni della sua carriera, quelli successivi al passaggio all’handbike, quelli che lo hanno condotto a Rio, affrontando anche una serie di temi connessi alle paralimpiadi. Gentile e senza peli sulla lingua, Luca ci ha spalancato le porte delle proprie emozioni e noi vogliamo così dargli voce.

 

D: Lei ha un ottimo passato da nuotatore paralimpico. Come ha scoperto l’amore per l’handbike e quali sensazioni le ha dato questo cambiamento di sport alla soglia dei quarant’anni?

R: Sì, nel nuoto ho disputato tre Paralimpiadi, a Sydney, Atene e Pechino. La mia passione per l’handbike è nata dal desiderio di fare un po’ di attività sportiva, perché comunque la passione per lo sport di sacrificio, quello in cui la fidanzata, la tua amante, è la fatica, ti porta ad accettare ogni tipo di sforzo che – nel mio caso – somigliasse a quello del nuoto. Avevo in garage una handbike che utilizzavo per la preparazione estiva, quando le piscine erano chiuse. Così, nel 2010 quando decisi di lasciare il nuoto ad alto livello agonistico, scelsi di cominciare con uno sport che mi restituisse il desiderio di praticarlo perché, nuotando agonisticamente per tanti anni, avevo un po’ perso la voglia. Mi son messo a pedalare per stare un po’ in forma, per non metter su quei chili che, come si sa, si recuperano in fretta quando non si praticano attività sportive. A quel punto mi son detto: «Perché non provare qualche maratona?». Nel contempo vedevo queste città da un altro punto di vista, vedevo quanto fosse bello andare in giro in handbike, anche nel contesto di una maratona. Così ho capito che potevo ambire a praticare anche questo sport ad alti livelli, potendo raggiungere delle medaglie ai campionati italiani. Sotto la spinta e l’aiuto di un mio amico di nazionale che mi ha aiutato a comprare una bici più performante ho partecipato ai primi campionati italiani, dove ho ben figurato. Da quel momento in poi il commissario tecnico (Mario Valentini, ndr) ha voluto saperne di più sul mio conto, consigliandomi di approfondire maggiormente la preparazione, prefigurandomi l’ipotesi di una convocazione in nazionale e la partecipazione a gare di ancor più alto livello come la Coppa del Mondo. Così è stato. Ho comprato una handbike più performante e il CT mi ha convocato in Nazionale nel Maggio del 2013. Alla prima gara dal mio approdo in nazionale ho fatto bene: ho vinto una medaglia d’oro e una d’argento e così è iniziata quest’avventura. Poi col passare degli anni ho visto che in questo sport ero veramente competitivo, tanto che in tre edizioni della Coppa del Mondo ho vinto otto ori e un argento: tre ori nel 2013, due ori e un argento nel 2014 e nuovamente tre ori nel 2015. Probabilmente ero più tagliato per questo sport perché mi permette di sfruttare bene ed esclusivamente gli arti superiori a differenza del nuoto che comprendeva più categorie. L’handbike è invece più specifica per chi soffre della nostra disabilità e allora mi son buttato anima e corpo nell’allenamento, impegnandomi anche più di quanto lo avessi fatto nel nuoto e i risultati mi hanno dato ragione. Pian piano in questi anni ho acquistato tutti i materiali grazie all’aiuto di tanti sponsor e tanti amici che hanno sopperito all’assenza di fondi, permettendomi di arrivare a questi livelli. Questo sport, rispetto al nuoto, è molto più oneroso e senza fondi è impossibile raggiungere degli obiettivi. Bisogna tenersi all’avanguardia con le attrezzature e spero di trovare altri finanziatori che mi consentano di gareggiare, ma intanto ringrazio infinitamente coloro i quali con i propri sforzi mi son stati vicini fino all’oro olimpico.

 

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Da sinistra verso destra: Alex Zanardi (1966), Luca Mazzone (1971) e Vittorio Podestà (1973) campioni paralimpici e mondiali in carica di Team Relay

D: Alla luce di questo cambiamento, che emozioni le ha dato tornare sul podio olimpico sedici anni dopo? Ha delle dediche da fare?

R: Ho vinto tre medaglie, dunque faccio una dedica per medaglia. La prima medaglia, la più bella, quella della cronometro, quella che mi ha emozionato maggiormente la dedico a mia moglie e a mio figlio che sono testimoni dei tanti sacrifici che ho sopportato per raggiungere questo obiettivo. La seconda la dedico a tutti gli amici che si sono prodigati per darmi una mano e acquistare tutte le attrezzature necessarie per raggiungere questi livelli. Mi riferisco a Francesco Porfilio, Nino Barile, Nazareno Notarini, Ennio Vergati, Gianni Conte e ringrazio anche la mia Associazione, il Circolo Canottieri Aniene 1892, nelle persone di Giovanni Malagò e Marco Zilia. La terza è dedicata a tutte quelle persone che davvero mi hanno dimostrato affetto, supporto ed incoraggiamento, anche tramite i vari social, la mia pagina e il mio profilo. La dedico ai miei concittadini, ai miei tanti amici e a tutti i miei tifosi: questa è tutta vostra, vi ringrazio!

 

D: Che può raccontarci della vita nel villaggio olimpico e della condivisione dello spogliatoio – oltre che dei successi – con atleti anche molto noti al pubblico nazionale come Alex Zanardi e Bebe Vio?

R: Beh, potrei raccontare anche quanto successo prima di questa esperienza olimpica, con Zanardi e Podestà, che sono amici ai quali chiedo consigli di ogni genere (anche tecnici e meccanici riguardo la bici) e con cui condivido tutte le mie esperienze. Passare con loro queste olimpiadi è stato davvero una bella esperienza. La nostra Nazionale è come una famiglia, siamo affiatati e siamo una bel team: siamo la squadra da battere. Siamo forti e ci facciamo forza a vicenda. Vorrei aggiungere che -malgrado quanto si pensi – all’interno del villaggio olimpico la nostra vita è molto intensa, tra allenamenti e periodi dedicati alla manutenzione della bici, per mantenerla sempre al top e per monitorarla nei minimi dettagli. In quest’occasione, poi, abbiamo portato a Rio due biciclette e quindi abbiamo dedicato davvero tanto tempo a tenerle performanti sotto ogni aspetto. In ogni caso è stata la mia quarta esperienza olimpica e non ho notato grandi cambiamenti all’interno del villaggio. È stato come rivivere le altre esperienze, in particolar modo la prima (a Sydney), quando per me era tutto nuovo e scambiavo continuamente spille e magliette. I villaggi olimpici si somigliano un po’ tutti: così, vagando per quei luoghi mi tornavano in mente tutte le emozioni, le cose belle e brutte vissute nelle precedenti edizioni. Con Bebe Vio, invece, non ho avuto modo di relazionarmi perché competiamo in due sport diversi. L’ho incrociata in un paio di circostanze e abbiamo partecipato insieme alla cerimonia di chiusura ma non ho avuto modo di approfondire l’amicizia. Ci sarà modo, in occasione della visita prevista a breve dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di scambiare due parole anche con Bebe.

 

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Uno degli scatti più belli da Casa Italia: Alex Zanardi prende in braccio Beatrice Vio (1997), campionessa paralimpica di scherma

D: Quale “souvenir” porta nella valigia da Rio? C’è un oggetto speciale che ha portato con sé o un momento in particolare che non scorderà di questa esperienza brasiliana?

R: Ho portato diversi souvenir da Rio, ma ho voluto ardentemente scambiare un borsello con i volontari del villaggio. Loro scambiavano continuamente magliette e gadget e a me è piaciuto moltissimo un loro marsupio a tracolla. L’ho scambiato con una maglietta, una polo a manica lunga Armani. Mi è costato un po’, ma ho voluto questo ricordo da portare con me. Mi ricorderà sempre quest’esperienza brasiliana. Inoltre è un souvenir utile, non uno di quei soprammobili che si impolverano e finiscono nel dimenticatoio, un oggetto che mi porterà sempre alla memoria questi bellissimi giorni a Rio de Janeiro.

 

D: Alla luce di tutti questi meravigliosi momenti vissuti e successi ottenuti sotto il segno dei cinque cerchi, potrebbe esprimere – da atleta di punta delle nostre Nazionali – un parere sul NO del Sindaco Virginia Raggi alle Olimpiadi di Roma 2024?

R: Come sportivo e atleta non posso essere che rammaricato, essendo a favore della candidatura. Anche perché le Paralimpiadi a Roma sarebbero state un’occasione di rendere più civile il Paese. Certamente la Raggi ha tutte le proprie ragioni – vista e considerata la propria linea politica – ma io avrei sfruttato quest’occasione per mostrare come l’Italia sia capace di sfatare gli stereotipi (il solito pizza, pasta e mafia) e sradicare questo genere di pregiudizi. Avrei deciso di organizzarle seguendo un programma all’insegna della sobrietà, sfruttando gli impianti già esistenti e monitorando attentamente gli appalti e i fondi stanziati. Con un’adeguata supervisione si sarebbe potuto fare in modo che si svolgessero in maniera pulita, legale e in totale sobrietà. Sarebbe stata una dimostrazione del cambio di rotta dell’Italia, oltre che un modo di mettere al centro lo sport a discapito dello sfarzo che ha caratterizzato le ultime edizioni.

 

D: In conclusione, la determinazione e la voglia di non darsi mai per vinto sono il filo conduttore della sua carriera e della sua vita. Lei può essere un esempio per molti. Cosa si sente di dire a quegli sportivi che, in un momento difficile della propria vita, sono in procinto di gettare la spugna?

R: Innanzitutto ti ringrazio per avermi definito un esempio per molti. Ma io voglio esserlo in maniera indiretta. Voglio che tutti, sportivi e non sportivi, ragazzi diversamente abili e non diversamente abili traggano esempio da me e da tutti noi para-atleti. L’unica cosa che mi dispiace è che queste Paralimpiadi – e di conseguenza le nostre imprese – potevano essere seguite con una copertura più corposa a livello televisivo. Ci terrei anche che le nostre gare venissero riproposte negli anni a venire. Non dimentichiamo che – salvo qualche argento – io, Alex e Vittorio siamo campioni del mondo delle ultime tre edizioni sia individualmente che in Team Relay. In particolare quest’ultima è una gara bella, breve e spettacolare. Il pubblico si è molto emozionato anche solo assistendo a dei frammenti della gara: immaginate se avesse assistito all’intera competizione. Si potrebbe sicuramente dare maggiore visibilità mediatica a questo tipo di gare, tanto alle Paralimpiadi quanto ai Campionati del Mondo, perché non c’è solo il calcio: la gente va educata ad assistere ad altri sport e conoscere le belle emozioni che regalano queste discipline, emozioni che lanciano un messaggio. Come tu ben dicevi il messaggio che deve passare è quello di non darsi mai per vinti, di portarsi allo stremo delle forze, un messaggio legato allo spirito di abnegazione e alla caparbietà. Spero vivamente che vengano riproposte le nostre gare in televisione, anche non in concomitanza con le Olimpiadi, vista la presenza di due canali sportivi nazionali che spesso trasmettono repliche relative sempre ai medesimi sport. Sarebbe inoltre auspicabile una maggiore attenzione alle notizie che ci riguardano. Negli USA, nel 2014, i telegiornali nazionali hanno trasmesso servizi relativi alla nostra vittoria ai danni degli Stati Uniti. Se lo fa la TV nazionale statunitense non vedo perché la Rai non possa. Senza voler fare alcuna polemica, penso che chi fa tanti sacrifici meriti un minimo di visibilità. Una visibilità che fa bene a tutti ed è capace di emozionare: esattamente com’è parso evidente a Rio.

Vorremmo ringraziare enormemente Luca Mazzone per la sua gentilezza, la sua disponibilità e la sua schiettezza. Intendiamo, infine, condividere pienamente il messaggio finale che ci ha lasciato: date spazio a chi fa sacrifici.

Valorizziamo chi si impegna: verremo ripagati in emozioni.

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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