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Interstellar: recensione e commento

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte

Spazio Cosmico: una recensione a cura di Mattia Carapelli

Che Interstellar fosse un’opera di proporzioni mastodontiche non c’erano dubbi, e la prima visione non fa altro che confermare questo dato di base. Interstellar è più che grande: è gargantuesco (da Gargantua, gigante nato dalla penna di François Rabelais e che ha ispirato il nome del buco nero). Ok, ma è anche un buon film? In larga parte sì.

Gargantua, il buco nero "protagonista" della pellicola.
Gargantua, il buco nero “protagonista” della pellicola

Christopher Nolan è senza dubbio uno dei registi più importanti che il panorama statunitense ci ha offerto nell’ultimo decennio. E’ stato in grado di risollevare un franchise spinoso come quello di Batman nel miglior modo possibile, ed è forse l’unico cineasta in circolazione (insieme a Guillermo Del Toro) capace di sfornare blockbuster dal budget pesante senza rinnegare le proprie idee di fondo. Detto questo, la caratteristica principale della sua grammatica, adorata dai più e mal sopportata da alcuni, è senza dubbio l’austerità. Qualcuno l’ha chiamata “freddezza”, ma non sono d’accordo. Si tratta, se vogliamo, dello sguardo curioso di un uomo razionale. Nolan è in tutto e per tutto l’anti-Terry Gilliam. Non è un visionario, ricerca costantemente il logico nell’illogico. L’esempio più calzante è la città dei sogni rappresentata in Inception: geometrica, austera, minimalista. E’ uno sguardo matematico, il suo, che mal si concilia con l’emotività. In questo senso Interstellar è il film più lontano dai suoi stilemi, e lo possiamo notare dall’incipit.

L’attenzione è tutta focalizzata sullo stretto rapporto padre-figlia, anche a discapito dei personaggi di contorno. Il culmine è una straordinaria scena di congedo, forse i cinque minuti più commoventi del cinema nolaniano. Che siamo davanti a qualcosa di parzialmente diverso dal solito ce lo conferma la colonna sonora di Hans Zimmer. Dimenticate le percussioni e i bassi dominanti di Inception e della saga del Cavaliere Oscuro: qui si parte dall’elettronica per arrivare a crescendi quasi straussiani. Ma un uomo non può rinnegare se stesso. Per questo Interstellar è, prima di tutto, un grande inno al viaggio, un’eulogia dell’esplorazione narrata da una lingua rigorosa. E qui entra in ballo l’ausilio del fisico Kip Thorne alle riprese. Tralasciamo i discorsi sull’attendibilità o meno delle teorie scientifiche tirate in ballo dal film, che al massimo possono costituire materiale per appassionati. Quel che è certo è che la pellicola si sforza in tutti i modi di risultare credibile, affiancando alle frettolose (e poco convincenti) spiegazioni tecniche i continui rimandi “for dummies” durante lo svolgimento della trama. L’effetto è meno disturbante che in Inception (dove i personaggi ripetevano mille volte lo scopo e i passaggi della missione per tenere sull’attenti lo spettatore), ma non entusiasma ugualmente. Perché alla fine i buchi di sceneggiatura e le incongruenze fioccano come meteoriti, e questa totale ricerca di realismo non fa altro che accentuare entrambi (per esempio, lascia come minimo confusi il fatto che una NASA a corto di fondi riesca a costruire navicelle, sonde e macchinari dal costo sicuramente esorbitante).

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Matthew McConaughey in uno dei tanti richiami a “2001: Odissea nello spazio”

Dov’è allora che il film funziona? Nello spazio, e non poteva essere altrimenti. Quando Interstellar ci fionda negli spazi aperti
(che sia un campo di grano, una distesa ghiacciata o il nulla cosmico) è una gioia per gli occhi e per il cuore. Lo stesso timore reverenziale, la stessa sensazione di pericolo dell’universo profondo che riusciva a suscitare Alien sono qui ripresi con meravigliosa perizia. L’impatto delle immagini è di rara epicità, tanto che in alcune sequenze si ha la sicurezza di stare assistendo alla miglior fantascienza del nuovo millennio. E’ nel silenzio fuori dalla navicella, così come nei momenti di tensione, che la pellicola mostra il suo valore. A tratti quasi poetico, al punto da far dimenticare le cadute di stile (discorsi fuori luogo sull’amore, umorismo da quattro soldi in mezzo a scene favolose). E quando uno schermo si accende e scorrono davanti ai nostri occhi messaggi di un passato mai vissuto, ci rendiamo conto dello spessore attoriale di Matthew McConaughey, e di quanto abbia torto chi considera Christopher Nolan un “algido calcolatore”. Si piange, in questa storia, e lo si fa nei momenti giusti. Peccato che, proprio sul più bello, dopo un esplicito quanto perfetto omaggio a Stanley Kubrick, si arrivi ad un passo dal rovinare tutto nei dieci minuti finali. Eccolo qui il Nolan che conosciamo, che non può esimersi dal chiudere i cerchi, che non vuole lasciare incognite, che desidera dare tutte lerisposte. Anche a costo di risultare meno affascinante ma più fruibile.

Prendere o lasciare. Io opto per la prima.

 

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L’eredità di Interstellar: un commento a cura di Marta La Ferla

Sono pochi i cineasti che riescono a dividere pubblico e critica come Christopher Nolan, e – com’era prevedibile – l’uscita del suo ultimo film ha provocato un acceso dibattito. Il regista britannico è stato attaccato principalmente su due fronti: da una parte, l’accusa di aver ceduto ad un eccessivo sentimentalismo (l’amore come motore primo dell’agire umano è il tema portante della pellicola) a scapito di una sceneggiatura più coesa e che facesse presa sull’intelletto piuttosto che sulle emozioni, dall’altra, la polemica interna alla comunità scientifica suscitata dalle teorie di Kip Thorne, che sono servite a dare legittimità scientifica ai fatti narrati, ma che non sono state condivise da alcuni suoi colleghi. La discussione – che coinvolge cinefili, critici, scienziati e semplici spettatori – sembra tutt’altro che esaurita, ed è ancora prematuro tirarne le somme, ma potremmo iniziare a interrogarci su quale sia l’impronta che l’ultima fatica di Christopher Nolan lascerà nella storia del cinema e nella cultura popolare in generale.

Murph Cooper (Jessica Chastain)
Murph Cooper (Jessica Chastain)

A mio avviso, il pregio maggiore di Interstellar è quello di aver riportato l’attenzione del genere fantascientifico sui viaggi nello spazio e, soprattutto, sulla curiosità di esplorare l’ignoto. Dalla saga di X-Men a quella di Hunger Games, passando per Snowpiercer e Pacific Rim, nella fantascienza contemporanea (almeno quella sul grande schermo) è la distopia a farla da padrone: il progresso tecnologico porta a conseguenze estremamente negative, e la soluzione è quasi sempre un ritorno al passato, ad un mondo più semplice. Nolan ribalta completamente questo paradigma, mostrandoci un futuro distopico, sì, ma perché estremamente primitivo. Non ci sono più tempo e risorse per pensare al progresso tecnologico, gli uomini vivono solamente di agricoltura e le missioni nello spazio sono state cancellate dai libri di storia con l’accusa di essere delle “farse messe in atto durante la guerra fredda”. Lo spunto più originale del film è proprio questa satira (nemmeno troppo velata) dei sostenitori della decrescita felice e del complottismo più becero, ma può essere letta anche in chiave autoreferenziale, come critica ad un genere che da troppo tempo si è privato della capacità di meravigliare. Solo così si può giustificare l’abbandono della tipica “freddezza” nolaniana e il finale ottimista e pieno di speranza, che ricorda vagamente quello delle Cronache marziane di Ray Bradbury. Contrariamente al racconto che chiude la celebre raccolta, però, il messaggio di Interstellar è chiaro e univoco, e non lascia spazio all’interpretazione.

Un punto fermo, non una trottola che continua a girare, potrebbe rappresentare un nuovo percorso da regista per Nolan e, soprattutto, un grande passo per il ritorno a una fantascienza più “pura”? La discussione è aperta.

 

 

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Un pensiero su “Interstellar: recensione e commento

  1. Il lavoro fatto da Nolan, in questo “Interstellar”, è incredibile. Il regista britannico raggiunge una consapevolezza del mezzo mostruosa dosando perfettamente ogni singola scelta dando all’accezione “blockbuster d’autore” un grado superiore portandolo vicino ad un’Opera Totale quale un “Solaris” di Tarkovskij un “The Tree of Life” di Malick o al divino e inimitabile “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick.

    Ecco qui il link della recensione completa: https://mgrexperience.wordpress.com/2017/04/20/interstellar-di-christopher-nolan/

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