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Inside Out VS Minions: le due facce dell’animazione

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Kevin, Stuart e Bob: i tre protagonisti di 'Minions'
Kevin, Stuart e Bob: i tre protagonisti di “Minions”

Il box office italiano delle ultime settimane ha registrato un dominio pressoché incontrastato dell’animazione made in USA. Inside Out della Pixar Animation e Minions della Illumination Entertainment hanno incassato finora nel nostro Paese un totale di oltre 40 milioni di euro. Il primo, distribuito a settembre con ben tre mesi di ritardo rispetto agli Stati Uniti, ha conquistato senza problemi il primato nei due week-end appena trascorsi. Il secondo, uscito il 27 Agosto, ha strappato a Cinquanta Sfumature di Grigio il premio di film più visto del 2015 nelle sale nostrane (diventando peraltro il decimo maggior incasso nella storia del cinema, appena sotto Iron Man 3). I dati economici non rappresentano tuttavia niente di sconvolgente, a fronte di un botteghino sempre più abituato alla tirannia del cartone animato: basti pensare che nella top 50 dei film più redditizi a livello mondiale, ben dieci sono di animazione.

Molto più interessante è il paragone fra i due contendenti di quest’anno, due opere praticamente agli antipodi quanto a filosofia ed elaborazione. La Illumination, società controllata dagli Universal Studios, si è affermata nel mercato cinematografico solo nell’ultimo quinquennio ma può già vantare successi clamorosi (l’esordio nel 2010, con Cattivissimo Me, è valso circa 540 milioni di euro in tutto il mondo). La Pixar, dalla sua, ha una storia trentennale caratterizzata da un’ascesa vertiginosa: dal cortometraggio The Adventures of André and Wally B. del 1984 fino alla cesura di Toy Story, per arrivare a perle del calibro di Monsters & Co. e WALL•E.

Ma, dimenticando per un secondo il mismatch di esperienza fra le due aziende, la vera discrepanza si registra tutta in ambito spirituale. La Universal, nella sua idea molto classica di animazione, non ha mai tentato di accaparrarsi i favori del pubblico adulto. Tale dichiarazione di intenti, il volersi concentrare unicamente sul divertimento dei più piccoli, non è poi così banale se pensiamo all’ampiezza di contenuti raggiunta dalla forma-cartoon negli ultimi anni. Così, salvo qualche sporadico tentativo di giocare con l’humor nero (soprattutto nel primo Cattivissimo Me), i film prodotti dalla Illumination mirano da sempre a percorrere una strada ben definita. Pensiamo anche al sottovalutato Lorax, tratto dai racconti di Dr. Seuss, favola ecologica e iperbuonista che trova però in una comicità semplice e grossolana il proprio punto di forza. In fondo intrattenere un bambino non è compito meno complesso del commuovere un adulto. Non c’è niente di deprecabile nel fissare come traguardo finale la pura e semplice risata.

Detto questo, cos’è che rende allora Minions un pessimo lavoro?

Prima di tutto, proprio l’idea di base. Il proposito di sfruttare l’icona, il simbolo, la mascotte di una precedente opera per plasmarle attorno una propria mitologia può funzionare soltanto con un piccolo, grande ausilio. E’ uno strumento primario chiamato trama. Ecco, Minions una trama non ce l’ha. Ciò rappresenta la rottura, alla fonte, di una delle principali regole non scritte dello spin-off. Di esempi simili, persino ben fatti, ne sono piene le videoteche. Prendiamo Il Re Leone 3, che con un semplicissimo flashback riesce a narrare in modo non convenzionale un episodio collaterale rispetto alla storia del primo film. Oppure Bartok il Magnifico di Don Bluth, che nobilita il pipistrello antropomorfo di Anastasia in un intreccio piuttosto intelligente.

Una scena di 'Inside Out', diretto da Pete Docter
Una scena di “Inside Out”, diretto da Pete Docter

In Minions invece l’unico elemento concreto sono i minion, le folli creaturine gialle al servizio di Gru in Cattivissimo Me. E nei cinque minuti iniziali il giocattolo sembra quasi funzionare, con una premessa che parte sì da lontano (addirittura il Cretaceo) ma che giustifica in modo efficace la rustica psicologia dei protagonisti. E’ il preludio al nulla, a ciò che doveva essere e che invece non è mai: un’infinita ripetizione della medesima scenetta, un ottovolante che stanca già dopo la prima mezz’ora. Se ci fermassimo qui ci troveremmo ancora entro i confini del lecito, per quanto riguarda il rispetto nei confronti dello spettatore. Ma a portare all’esasperazione è l’arroganza di chi pretende di strappare una risata infarcendo gli sketch di già visto: che sia la solita citazione di Abbey Road o di Godzilla, il risultato è irritante come una vecchia barzelletta raccontata allo sfinimento. In novanta minuti di pellicola gli sprazzi di inventiva si contano sulle dita di una mano, e persino una sequenza che vorrebbe brillare di iconoclastia (la rapina della famiglia Nelson) risulta soltanto triste. Così, nel proprio progetto di tornare ad una comicità basilare, il film ottiene solo di ridurre più del dovuto il target di riferimento: se avete più di cinque anni difficilmente vi salverete dalla noia.

Puntare al grottesco non è certo un crimine: la stessa Dreamworks ha risollevato un franchise complicato come quello di Madagascar con un terzo capitolo assolutamente demenziale. Ma, per quanto sia paradossale, anche la demenzialità esige un approccio scaltro: credere che lo spettatore sia stupido è quanto di più vicino al suicidio artistico. Questo è Minions: uno strumento costruito per vendere gadgets, biglietti di parchi a tema e merendine colorate. Se cercate qualcosa di più, potete perdere fin da subito le speranze.

Come già accennato, Inside Out batte una strada completamente diversa. L’ultimo lavoro della Pixar arriva in uno dei rari momenti di flessione (creativa, non certo finanziaria) della società californiana, a distanza di due anni da Monsters University. La casa di produzione fondata da John Lasseter ha deciso, dopo alcune deviazioni non proprio convincenti, di tornare a ciò che le riesce meglio: raccontare le emozioni nel modo più essenziale possibile dando vita a sviluppi tutt’altro che scontati. Come in Toy Story 3 e in Up (diretto e sceneggiato dallo stesso Pete Docter), situazioni emotivamente complesse quali l’abbandono, la nostalgia e la ricerca di una nuova serenità vengono illustrate con linguaggio accessibile, ma lasciando comunque spazio a livelli di lettura più profondi. In questo modo, il viaggio nella mente di una ragazzina poco meno che adolescente diventa l’occasione per flirtare con questioni dal peso specifico notevole. Le occasioni per catturare l’attenzione dei più piccoli ci sono, ma non si scade mai nell’umorismo da quattro soldi. E pensare che la caratterizzazione delle cinque emozioni predominanti (Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura, Disgusto) poteva aprire facilmente la via della gag estemporanea. Inside Out osa invece nel modo più genuino, toglie di mezzo i villain e fa avanzare la storia mediante il continuo parallelismo dentro-fuori, come recita anche il titolo. Le azioni di Gioia e dei suoi compagni si riflettono su quelle della piccola Riley e viceversa, in un infinito gioco di condizionamenti dove non è mai chiaro chi abbia il comando. Ma la domanda è oziosa: in fondo, ognuno di noi si comporta secondo la somma delle emozioni provate in un singolo momento.

E quando già pensi che il team creativo le abbia azzeccate tutte, ecco spuntare Bing Bong, creatura squisitamente pixariana e ulteriore molla per lo sviluppo della trama. A tutto questo aggiungete un’estetica che, pur rifuggendo i manierismi, regala lampi di adorabile genialità (la stanza dei pensieri astratti, la creazione dei sogni). Ad impressionare ulteriormente è poi la gestione dei momenti di inquietudine all’interno di un impasto sostanzialmente spielbergiano (vista la sua capacità di dare vita a sogni quotidiani, vicini alla comunità). Una scena ambientata all’interno di un autobus svelerà quanto vi può essere di maturo in una pellicola per famiglie, quanto può spingere sull’acceleratore un regista senza perdere un briciolo di coerenza. Ed è la disinvoltura con cui questi piccoli momenti disturbanti sono messi in scena che dimostra una volta di più la forza del gruppo Pixar.

Perché lo spettatore non è stupido, tutt’altro. Specialmente se bambino.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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