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“Inferno”: la recensione

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«Ogni male globale che affligge la Terra si può ricondurre alla sovrappopolazione».

Tom Hanks torna per la terza volta a vestire i panni del professor Robert Langdon.
Tom Hanks (1956) torna per la terza volta a vestire i panni del professor Robert Langdon

È con la frase dello scienziato (pazzo?) Bertrand Zobrist che si apre Inferno, introducendo da subito uno dei topic della pellicola. L’idea che il numero degli esseri umani sul pianeta abbia ormai raggiunto un livello di guardia, di fatto, non ha niente di nuovo. Ne aveva parlato Harry Harrison nel 1966 in Make Room! Make Room! e, prima ancora, Aldous Huxley ne Il Mondo Nuovo. Nella storia del Cinema l’argomento è stato affrontato in 2022: i sopravvissuti di Richard Fleischer (1973), in Virus di Bruno Mattei (1980) e, recentemente, nell’acclamato Domani di Cyril Dion e Mélanie Laurent.

Dan Brown, nel suo romanzo da oltre duecento milioni di copie vendute, ha fatto proprio il tema dell’overpopulation, inserendolo nel solito cocktail di rebus a sfondo artistico e complotti internazionali.

Paesaggio apocalittico, fiamme, schiere di dannati che si aggirano per le strade, con le teste rivoltate che nemmeno Regan ne L’Esorcista e il volto tumefatto dalla lebbra. Cosa diavolo sta succedendo al buon Robert Langdon? Ecco che lo vediamo svegliarsi in una stanza di ospedale, le rughe pronunciate e l’aspetto di uno che è appena sopravvissuto ad un episodio di Die Hard.

Non si può negare che l’incipit di Inferno sia deliziosamente d’impatto. Ma, come la visione del protagonista, è solo l’illusione che precede i primi sessanta minuti, i più vicini per struttura a Il Codice Da Vinci. Una corsa senza sosta attraverso le vie di Firenze, verso Palazzo Vecchio per decifrare un messaggio nascosto nella Battaglia di Marciano, poi al battistero di San Giovanni alla ricerca della scomparsa maschera di Dante (in realtà è una copia del XX secolo, ma non stiamo qui a puntualizzare). A dare il via all’indagine del nostro “Ethan Hunt di Harvard” è nientedimeno che la Mappa dell’Inferno dantesco, dipinta da Sandro Botticelli intorno al 1490.

Se prestate attenzione, potrete sentir vibrare le papille gustative degli studenti del liceo artistico. Scherzi a parte, questo macro-blocco iniziale presenta i medesimi pregi e difetti che hanno fatto la fortuna del primo film della saga. E’ sempre divertente vedere il professor Langdon scovare anagrammi fra le sfumature di una tela, aprire passaggi segreti meglio di Indy e ricevere improvvise illuminazioni sull’indizio successivo («Ma certo! Enrico Dandolo!»). La gioia nell’essere spettatore di questa caccia, tuttavia, si esaurisce in una manciata di minuti. Il problema, con buona pace di David Koepp, non è tanto nella sceneggiatura, quanto nella realtà stessa di una serie di bestseller che perdono gran parte dell’appeal nella trasposizione.

Ron Howard (qui alla premiere di 'Inferno' a Firenze) ha definito Dante "il creatore del genere horror moderno".
Ron Howard (qui alla premiere di “Inferno” a Firenze) ha definito Dante Alighieri «Il creatore del genere horror moderno»

I romanzi di Dan Brown (come quelli del più “fantascientifico” collega Glenn Cooper) trovano la propria forza in un mix leggerissimo di thriller cospirativo e giallo storico, perfetto per il lettore medio. Arguto quanto basta, con una spruzzatina di violenza per niente disturbante, unito a quel grado di immedesimazione che solo i grandi novelist sono capaci di creare. Come un bicchiere di birra (poco alcolica) con ghiaccio e limone, da scolarsi sotto l’ombrellone in un pomeriggio di luglio.

Ebbene, questo piacere (elementare, se vogliamo) svanisce fisiologicamente con il passaggio all’immagine filmica. L’uomo misterioso dei primi minuti appare da subito come il dottor Zobrist e non come la sconosciuta Ombra del romanzo, annichilendo in un attimo tutto il pathos che, sulla carta stampata, accompagnava l’intreccio per diverse pagine. Vedere i protagonisti svelare poco a poco un messaggio nascosto sul retro di un manufatto, con tanto di lettura ad alta voce, non raggiunge minimamente il fascino del medesimo enigma palesato sotto gli occhi del lettore.

Di conseguenza, la qualità del lavoro svolto da regista e sceneggiatore si alza esponenzialmente nella seconda parte, quando la pellicola comincia a camminare sulle proprie gambe. La storia d’amore (malatissima) che sorregge la trama è messa in scena con tutti i pregi del cinema di Ron Howard: raccontare i valori umani è, da sempre, ciò che riesce meglio all’ex Richie Cunningham. Ottimi, in questo senso, Felicity Jones e Ben Foster. Soprattutto la prima, nei panni di Sienna Brooks, costituisce la vera dinamite capace di dare slancio all’ultima mezz’ora. E’ in quel labirinto sotterraneo “insanguinato”, a pochi minuti dalla fine del mondo, che il film gioca tutte le sue carte migliori (grandioso come sempre l’ausilio musicale di Hans Zimmer).

Un plauso ulteriore va a Irrfan Khan: il Rettore (sopra le righe, a dir poco) è una delle sorprese più piacevoli. Adorabile anche Sidse Babett Knudsen (la stiamo apprezzando anche in Westworld, proprio in questi giorni), nonostante il copione le imponga qualche scambio di battute da mani in faccia con Tom Hanks.

La distribuzione di 'Inferno', inizialmente prevista per dicembre 2015, è stata posticipata a causa dell'uscita contemporanea di 'Star Wars: Il Risveglio della Forza'
La distribuzione di “Inferno”, inizialmente prevista per Dicembre 2015, è stata posticipata a causa dell’uscita contemporanea di “Star Wars: Il Risveglio della Forza”

Già, Tom Hanks: cosa dire? E’ certamente il miglior Robert Langdon possibile, ma l’appellativo, per un personaggio così sterile, non deve suonare come un complimento. Imbolsito, ansimante, vittima di amnesia, il professore-007 sembra sempre più un pupazzo nerd pieno di battute preconfezionate («Un Satana a tre teste che divora uomini: immagine comune nel Medioevo»: provate a dirlo tutto d’un fiato dopo un trauma cranico).

Ma ciò che fa storcere il naso, in tutta sincerità, è altro. La frattura, probabilmente incolmabile, tra la grandezza della produzione e la pochezza del contenuto. Lo stesso tema della sovrappopolazione mondiale, ad un primo sguardo meritevole di approfondimento, cede il passo ad un finale semplice e confortante. D’altro lato, la scarsa quantità di enigmi, se paragonata all’inventiva del Codice o di Angeli e Demoni, rende la giostra ben poco attraente.

L’assurda e inquietante sensazione che ci assale durante i titoli di coda è che Inferno, tolti i settantacinque milioni di dollari di budget, avrebbe potuto vendersi benissimo come film per la TV. Uno di quelli da trasmettere in prima serata, “per il ciclo Alta Tensione” eccetera.

No, neanche questo è un complimento.

 

 

 


 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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