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In Place de la Bourse la memoria insegna

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IN PLACE DE LA BOURSE LA MEMORIA INSEGNA

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© Manuela Serra

Più di un mese è passato dagli attacchi terroristici del 22 Marzo che hanno colpito Bruxelles prima nell’aeroporto di Zaventem e poi nella stazione della metro Maelbeek. Telecamere e microfoni si sono accesi e spenti per le strade della città, in mano a giornalisti frenetici. Una marcia contro l’odio e il terrore è stata impedita per ragioni di sicurezza, rimpiazzata invece da manifestazioni di estrema destra. Poi è stata concessa a quasi un mese di distanza. Ministri del Governo belga hanno chiesto le dimissioni e qualcuno le ha anche ottenute. Perquisizioni, sirene, arresti ed interrogatori sono stati condotti. Il traffico aereo è stato rivoluzionato con grandissima conseguente concentrazione all’aeroporto di Charleroi, ed anche burlato visto il tempismo degli scioperi di Belgocontrol. Ora Zaventem sta tornando alla normalità. Tutte le forze militari possibili sono state dispiegate per aumentare la sicurezza in città e vi è sempre una ragione legata ai fatti, alle cause, alle conseguenze, ai punti d’ombra del 22 marzo per poter fare polemica.

Al di là di tutto questo, però, c’è qualcos’altro che resta, al di là delle vite strappate e che non potranno essere riportate indietro. Si sta parlando del memoriale situato in Place de la Bourse, luogo designato per rendere omaggio alle vittime di marzo e non solo. Superficialmente potrebbe sembrare solo decoro, una banale convenzione. Si tratta, invece, della risposta di una città per la quale un evento del genere è esclusivo e nuovo. Si tratta soprattutto della via da percorrere per arrivare ad una rivoluzione: quella dell’educazione al ripudio dell’odio. Tra fiori e candele, migliaia di messaggi sono stati lasciati a terra, su fogli di carta, o su bandiere e striscioni appesi all’ingresso dell’edificio storico; altri sono stati scritti con dei gessetti sui muri. Ma cosa hanno voluto lasciare, allora, i cittadini di Bruxelles?

 

  • I COLORI DEI BAMBINI

Quel che salta all’occhio è l’omaggio incommensurabile dei bambini. Hanno disegnato a loro modo tutto quello che per loro rappresentasse pace, speranza e solidarietà. Hanno tracciato bandiere della pace, mani che si uniscono, visi che piangono, fiori, colombe, cuori e così di seguito. Si notano perché tutti coloratissimi. Ma non hanno contribuito solo in questo modo: peluche e giochi sono stati lasciati in piazza. L’importanza di questi gesti sta proprio negli autori, nel fatto che l’amore è una cosa così semplice che sembra siano proprio loro a doverlo insegnare agli adulti.

 

 

  • QUALE RELIGIONE

In situazioni del genere il passo tra paura e razzismo è breve. Se in TV e sui social se ne sentono di tutti i colori, qui si fa chiarezza. La generalizzazione semplicistica e sterile secondo la quale ISIS = Islam crolla indissolubilmente davanti ai messaggi che parlano di religione. Gran parte dei messaggi è lì per far capire, a credenti o non, che la religione islamica non ha nulla a che vedere con le atrocità dei combattenti di Daesh. Non è un caso se gli stessi musulmani abbiano già perito nelle mani delle milizie islamiche. Primeggia uno striscione con su scritto <<Non in nome dell’Islam (1)>> tra le colonne dell’edificio, ma eloquenti sono anche altre testimonianze. Un foglio incorniciato riporta frasi come <<Il messaggero di Allah ha detto: nessuno di voi sarà credente finché non vorrà per suo fratello quello che vorrà per se stesso>>. Oppure sui muri ci si domanda <<Cosa vuol dire essere cristiani?>>, <<Cosa vuol dire essere musulmani?>>, <<Cosa vuol dire essere ebrei?>> Ed ogni volta la risposta è <<La religione è nel cuore>>.

 

  • NON SOLO BRUXELLES

Gli attentati della capitale europea altro non sono che un minuscolo tassello della violenza che si manifesta, sotto diversi nomi, ogni giorno sul resto del pianeta. Daesh non è che uno dei molteplici artefici. Per questa ragione sono presenti scritte come <<Je suis Bruxelles et je suis Congo-Palestine-Maroc-Cameroun stop alla violenza>> oppure altre che fanno appello al Kurdistan, minacciato dall’avanzata dello Stato islamico. Tutto questo per rimarcare che la pace non sarà semplicemente tale quando a Bruxelles la gente sarà tranquillizzata, ma quando il sangue motivato da denaro e potere smetterà di insanguinare barbaramente le terre di ogni dove. Una frase che potrebbe riassumere il sentimento di unione contro l’odio è <<Fight hate together>>, dove questo together non è casuale. Non si sta parlando solo della vicina Francia, la cui bandiera è spesso rappresentata al fianco di quella belga, accorpando i fatti di Marzo a quelli dello scorso Novembre. Bruxelles è una città fortemente multietnica e la sua forza è sentita anche in questo suo aspetto di convivenza. I messaggi sono scritti in diverse lingue, europee e non, e all’ingresso di Bourse bandiere da tutto il mondo rappresentano la vicinanza dei popoli contro la violenza e l’odio.

Più di un mese è passato e tra le centinaia di candele se ne trovano alcune ancora accese. Tra i fiori ve ne sono ancora di freschi. Il servizio degli archivi della città sta raccogliendo le testimonianze cartacee per poterle conservare, in modo che non vadano perse. Come spiega a Le Soir Frédéric Boquet, archivista, <<I messaggi scritti con pennarelli o tempera si cancellano alle prime intemperie. Per poter scrivere la storia, è importante preservare le tracce>>. Solo infatti la memoria può formare delle coscienze consapevoli. Consapevoli del fatto che l’Occidente non è il bene e il Medio Oriente il male, che l’odio non può essere combattuto con l’odio, che fare gli stessi errori del passato è più semplice di quanto sembri.

Consapevoli del fatto che l’unico modo per vincere è unirsi su quel che ci accomuna e non dividersi su quel che ci differenzia.

 

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© Manuela Serra

 

NOTE :

– (1) Messaggi e citazioni sono stati tradotti dal francese .

 

 

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SUR LA PLACE DE LA BOURSE LA MÉMOIRE ENSEIGNE

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© Manuela Serra

Plus d’un mois est passé depuis les attentats qui ont frappé Bruxelles le 22 Mars, d’abord à Zaventem, puis dans la station de métro Maelbeek. Caméras et micros se sont allumés et éteints dans les mains de journalistes frénétiques. La marche contre la terreur et la haine a été interdite pour des raisons de sécurité et remplacée par des manifestations d’extrême droite. Finalement elle a eu lieu, à environ un mois de distance. Des ministres belges ont soumis leurs démissions et certains les ont obtenues. Perquisitions, sirènes, arrestations et interpellations ont été menés. Le trafic aérien a été totalement bouleversé, avec une grande concentration de vols déplacés à Charleroi, et aussi moqué vu les grèves de Belgacontrol arrivées au même moment. Maintenant Zaventem retourne doucement à la normalité. Tous les forces militaires ont été déployées pour assurer plus de sécurité dans les rues et il y a toujours une bonne raison liée aux faits, aux causes, aux conséquences et aux ombres du 22 Mars pour pouvoir polémiquer.

Mais il y a quelque chose d’autre qui reste, au-delà de tout cela et du nombre de vies que personne ne pourra ramener. On parle du mémorial de la Place de la Bourse, lieu désigné pour rendre hommage aux victimes de mars mais pas seulement. Il pourrait être considéré comme une simple convention, un décor, sauf que ce n’est pas le cas. Il s’agit, au contraire, de la réponse d’une ville qui, malgré elle, vit un évènement pareil pour la première fois. Il s’agit notamment de la voie à parcourir en vue d’une révolution: celle de l’éducation à ne pas haïr. Des milliers de messages ont été laissés, parmi les fleurs et les bougies. Ils sont écrits sur des feuilles de papier, posées par terre, ou sur des drapeaux pendus à l’entrée du bâtiment, d’autres encore en craies sur les murs. Et donc, qu’est-ce que les citoyens de Bruxelles ont voulu laisser?

 

  • LES COULEURS DES ENFANTS

L’hommage incommensurable des enfants saute tout de suite à l’œil. Ils ont dessiné à leur manière ce qui pour eux représente la paix, l’espoir, la solidarité. Ils ont tracé des drapeaux de la paix, des mains qui se serrent, des visages qui pleurent, des fleurs, des colombes, des cœurs et ainsi de suite. On les remarque parce qu’ils ressemblent à des explosions de couleurs. Mais leur contribution ne s’arrête pas là : ils ont laissé sur la place leurs peluches et leurs jouets. L’importance de ces gestes réside dans les auteurs mêmes, car l’amour est une chose si simple qu’il semble que c’est justement eux qui ont la capacité de l’apprendre aux adultes.

 

 

  • QUELLE RELIGION?

Dans une situation pareille la peur peut se transformer en racisme. Si à la télévision et sur les réseaux sociaux on en voit et entend de toutes les couleurs, ici on cherche la vérité. La généralisation trompeuse et stérile selon laquelle El = Islam s’effondre devant les mots parlant de religion. La plupart des messages sont là pour faire comprendre, aux croyants et non-croyants, que la religion islamique n’a rien à voir avec les atrocités commises par les combattants de Daech. D’ailleurs des musulmans ont déjà péri par leurs mains. <<Pas au nom de l’Islam>>: une banderole domine entre les colonnes de la Bourse. Sur un papier encadré pour que la pluie ne l’efface pas on trouve des phrases éloquentes comme <<Le messager d’Allah a dit: Nul d’entre vous sera croyant tant qu’il n’aimera pas pour son frère ce qu’il aimerait pour lui>>. Ou encore, sur les murs on se demande <<C’est quoi être chrétien?>>, <<C’est quoi être musulman?>>, <<C’est quoi être juif?>> Et à chaque fois la réponse est <<La religion est dans le cœur>>.

 

  • PAS SEULEMENT BRUXELLES

Les attentats de la capitale européenne n’ont été qu’un seul petit élément de la violence qui se manifeste chaque jour dans ce monde et sous différents noms. Daech n’est qu’un seul des auteurs. C’est pourquoi on lit des mots comme <<Je suis Bruxelles et je suis Congo-Palestine-Maroc-Cameroun stop à la violence>> ou d’autres qui font écho au Kurdistan, menacé par l’avancée de l’El. Tout cela pour souligner que pour avoir une véritable paix il ne suffit pas qu’à Bruxelles on retourne marcher tranquillement ; elle sera là seulement quand la barbarie des luttes pour l’argent et le pouvoir arrêteront d’ensanglanter les terres du monde entier. Une phrase qui pourrait résumer le sentiment d’union contre la haine est <<Fight hate together>>, où together n’est pas banalement placé. On ne parle pas seulement de la proche France, souvent représentée avec son drapeau à côté de celui de la Belgique, afin de rassembler les faits de mars avec ceux de novembre dernier. Bruxelles est une ville énormément multiethnique et ses citoyens ressentent sa force aussi là-dedans. Les messages sont écrits dans différentes langues, européennes et non, et à l’entrée de la Bourse des drapeaux venant du monde entier représentent les peuples qui se joignent contre la violence et la haine.

Plus d’un mois est passé et parmi les centaines de bougies on en trouve encore quelques-unes allumées. Parmi les fleurs on en trouve encore des fraîches. Le service des archives de la ville est en train de recueillir les messages, notamment ceux sur papier, pour qu’ils ne soient pas perdus. Comme explique à Le Soir Frédéric Boquet, archiviste, <<Les messages écrits au marqueur ou à la gouache disparaissent avec la première intempérie. Pour pouvoir écrire l’histoire, il est important de préserver les traces>>. La mémoire seule peut, effectivement, former des individus conscients. Conscients du fait que l’Occident n’est pas le bien et le Moyen Orient le mal, que la haine ne peut être combattue avec la haine, qu’il n’est pas si compliqué de répéter les erreurs du passé.

Conscients du fait que la seule façon pour gagner est de se rapprocher sur ce qui nous rend semblables et pas de se diviser sur ce qui nous rend différents.

 

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© Manuela Serra

 


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About Manuela Serra

COLLABORATRICE | Classe 1992, laureata in Mediazione Linguistica presso l'Università "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara, culminata dall'anno passato in Erasmus in Francia. Attualmente vive a Bruxelles non per le istituzioni europee ma per trovare tempo e modo di costruire un futuro e di trovare l'indipendenza. Viaggiando, scrivendo, disegnando. Osservatrice di un mondo che potrebbe e dovrebbe essere sempre migliore.

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