Imagine

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«[…] Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace».

(John Lennon – Imagine)

 

Immaginate un mondo senza divisioni, senza livori, senza guerre. Chi di noi non l’ha mai fatto? Il superamento degli squilibri tra individui e il raggiungimento di una condizione idealmente ottimale, tanto per il singolo quanto per l’intera collettività, ha rappresentato – e rappresenta – l’obiettivo più elevato che qualsiasi civiltà possa mai prefissarsi. Il più nobile, ma anche il più difficile. Se non impossibile: è il pensiero racchiuso nel saggio Il secolo breve dello storico e scrittore britannico Eric Hobsbawm, ma la diffusione di quest’opinione (con i dovuti distinguo temporali e/o argomentativi) è tale che i riferimenti abbondano. Autori e filosofi come Thomas Hobbes, Marco Anneo LucanoGeorg Wilhelm Friedrich Hegel, Paolo Orosio, PolibioAmmiano MarcellinoCarl Schmitt, Elias CanettiVoltaire, Blaise Pascal, Niccolò Machiavelli e Arthur Schopenhauer rappresentano infatti una piccola (validissima) parte di una schiera di intellettuali molto estesa nonché variegata. Dolore, sacrificio, vittime pulite, pena, boia, sangue, leviatano, male necessitato, horror vacui e contrapposizioni tra bene e male politico, voluntas e noluntas, diritto naturale e positivo, violenza e nonviolenza, cultura della morte e della vita. L’elenco nozionistico a riguardo è pressoché infinito, ma il Primo mobile (per rimpinguare di citazioni e riferimenti la nostra già ricca prefazione, per la gioia di Aristotele e Claudio Tolomeo) che conferisce moto alle suddette categorie ci riconduce proprio all’esigenza manifestata poc’anzi: quell’inesauribile sete di noi esseri umani nel provare a teorizzare e ad applicare, con le correnti e i metodi (culturali, religiosi, giuridici, politico-economici etc.) più diversificati, quel percepir comune che ci lega indissolubilmente. Provare a tramutare l’intangibile in tangibile, l’illusione in realtà.

 

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La battaglia di Berlino (16 Aprile-2 Maggio 1945) fu l’ultima grande offensiva del teatro europeo della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale l’Armata Rossa attaccò la capitale del Terzo Reich, disperatamente difesa da gruppi di soldati della Wehrmacht e dalla Volkssturm

 

Dopo tale premessa, vien da chiedersi: come sta la civiltà agli albori del 2018? Ma soprattutto, come sta ciascuno di noi e con quali modalità – più o meno influenti – riusciamo a determinare gli assetti e le evoluzioni del viver comune? Sono domande a cui nessuno, nella sua intimità e soggettività di giudizio, può tirar fuori delle risposte valide per la moltitudine. In tutta probabilità, sarebbero necessari dei sondaggi urbi et orbi o persino dei referendum consultivi di proporzioni bibliche: strumenti che non rientrano (ancora) tra le facoltà de “La Voce del Gattopardo”! Per cui dovrete accontentarvi delle valutazioni dell’autore.

I fatti storici ed oggettivi, fortunatamente, accorrono in nostro aiuto. Come scrissi in un mio articolo pubblicato tempo addietro, «[…] i progressi sul piano economico e diplomatico appaiono evidenti: un lungo periodo di pace […] e la fine della Guerra Fredda […]. I conflitti indubbiamente non sono terminati, ma nessuno di questi è lontanamente paragonabile a quel che accadde tra il 1914-1918 e il 1939-1945. La qualità della vita è considerevolmente migliorata, viviamo più a lungo e benché il Novecento si confermi come il secolo più sanguinolento, ha goduto di un incremento – così incalzante da apparire quasi inattendibile – della popolazione mondiale (un miliardo nel 1900; sette miliardi nel 2011)». Dal dopoguerra ad oggi, quindi, l’umanità ha compiuto notevoli passi in avanti sebbene i contrasti geopolitici e l’utilizzo millenario della tortura non siano scomparsi. Un’analisi che non può e non deve tranquillizzarci completamente, poiché negli ultimi anni le aree del globo che vivono in stato di guerra sono aumentate. La nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU24 Ottobre 1945) nonché l’istituzione – in più tappe e per quel che ci riguarda – dell’Unione Europea (Trattato di Maastricht7 Febbraio 1992) rappresentano certamente dei vessilli di pace senza precedenti, in grado di garantire – nonostante le innumerevoli difficoltà ed imperfezioni – stabilitàcooperazione e (nella maggior parte dei casi) mutuo soccorso tra le Nazioni. Il mondo ampiamente riscritto dalla Conferenza di Jalta (411 Febbraio 1945), l’affermazione dell’influenza sovietica sul versante orientale del Vecchio Continente e l’attestazione della leadership statunitense in quello occidentale ci hanno consegnato una civiltà che, nel bene e nel male, con i suoi compromessi e controsensi, strategie e spartizioni, ha riconosciuto e garantito i diritti fondamentali e inalienabili dell’individuo tramite la Dichiarazione universale dei diritti umani (10 Dicembre 1948) e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU4 Novembre 1950).

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza».

(art. 1 – Dichiarazione universale dei diritti umani)

 

 

Esistono molte altre fonti di produzione ove l’importanza cruciale dell’essere umano viene altresì tutelata – Costituzioni, accordi tra Stati etc. – ma le prime due sopracitate rappresentano indubbiamente le basi storiche, culturali e giuridicamente vincolanti della modernità a cui i singoli Paesi, gli ordinamenti nazionali/sovranazionali e i tribunali fanno riferimento.

«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

(art. 2Costituzione della Repubblica Italiana)

In merito alla pena di morte (NdA: per approfondire il tema, consiglio la lettura del mio seguente articolo), poi, è bene sottolineare come l’Unione Europea abbia deciso di abolirla e di vietarla in ciascun Stato membro con la proclamazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (7 Dicembre 2000, adottata il 12 Dicembre 2007), fattispecie concreta che certifica la preminenza del Vecchio Continente nel campo dei diritti e nell’accrescimento generale del livello di civiltà. Tale fondamento è elencato, tra l’altro, nella lista dei criteri obbligatori per l’adesione. Ad oggi, sul suolo europeo, soltanto la Bielorussia – che non fa parte dell’UE – applica la pena capitale come forma di punizione legale.

«1. Ogni individuo ha diritto alla vita. 2. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato».

(art. 2, Diritto alla vita  Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea)

 

La bandiera dell'Europa raffigura dodici stelle dorate a cinque punte disposte in cerchio su campo blu; le stelle sono orientate con una punta verso l'alto. Anche se la bandiera viene comunemente associata all'Unione Europea, essa venne inizialmente adottata dal Consiglio d'Europa (a partire dall'8 Dicembre 1955) ed è pensata per rappresentare l'intera Europa geografica e non una particolare organizzazione.
La bandiera dell’Europa raffigura dodici stelle dorate a cinque punte disposte in cerchio su campo blu; le stelle sono orientate con una punta verso l’alto. Anche se la bandiera viene comunemente associata all’Unione Europea, essa venne inizialmente adottata dal Consiglio d’Europa (a partire dall’8 Dicembre 1955) ed è pensata per rappresentare l’intera Europa geografica e non una particolare organizzazione

 

Dal termine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, però, il mondo è radicalmente mutato (NdA: consiglio la lettura, a riguardo, del seguente articolo a cura del nostro Redattore Walter Rapetti). La quasi totalità delle ideologie novecentesche è crollata, i partiti di massa e le grandi organizzazioni (politiche, religiose e sindacali) si sono estinti da un bel pezzo; è totalmente cambiato il modo di approcciarsi all’informazione, non più rilegata a pochi giornali cartacei o qualche stazione radio, divenuta ormai pluralista e (quasi sempre) gratuita; il deterioramento delle forme di aggregazione e la fiacchezza del senso di comunità ritraggono infine la crescente solitudine del nostro quotidiano. Se l’aumentare dei conflitti rappresenta un dato non confortante, la crisi delle identità individuali e collettive non giova di certo. Un’interconnessione tra le due problematiche, anzi, parrebbe più di una semplice ipotesi in un quadro geopolitico scosso dall’interno. In sostanza la fine del Novecento, delle sue scabrosità così come delle sue nobili conquiste, sembrerebbe aver generato un terzo millennio apparentemente orfano del passato, incapace di saper trarre e rinnovare i giusti insegnamenti dagli errori dei decenni trascorsi, senza lumi da inseguire. L’avverbio resta comunque obbligatorio poiché, in tutta probabilità, siamo semplicemente noi a non riuscire a presagire – ancora – verso quale meta ci stiamo dirigendo. Il fantasma del secolo antecedente pesa, dunque, come un macigno per il seguente che necessita di trovare al più presto le proprie peculiarità.

Tuttavia, gli ultimi diciassette anni hanno già ampiamente dimostrato come limitarsi al semplice binomio che intreccia la paura del terrore e la difesa stantia dei valori sia insufficiente o persino controproducente: in un mondo, infatti, dove le minacce agli ordini costituiti assumono ogni giorno nuove forme, dove non si conoscono quasi mai i lineamenti dei nemici contro cui si combatte e dove la ghettizzazione, lo sciovinismo, il razzismo, il fondamentalismo religioso e il neo-populismo riempiono quelle lacune derivanti non soltanto dalla crisi economica che ha investito l’Occidente, non soltanto dai disastri perpetuati in Medio Oriente, non soltanto dall’imponente fenomeno migratorio che interessa le aree più povere del pianeta ma, a monte, proprio da quel vuoto di coscienza che attanaglia un’epoca che si limita a recitare a memoria concetti, progetti e visioni del passato senza averne ereditato la verve e le passioni che si celano dietro, stiamo assistendo alla – tenue, ma non per questo trascurabile – riproposizione di alcune brutte pagine di storia. Tant’è che il rifiorire dei nostalgici è, forse, l’esempio più nitido di come la modernità sembrerebbe non comprendere più o – peggio – non aver mai compreso nulla del passato. Il XXI secolo non ha ricalcato le stesse orme del XX secolo, non ha commesso i medesimi errori (anche se per qualcuno ci stiamo attrezzando), non ne ha provato i dolori e non si è dovuto scervellare per tentare di reinventare un nuovo assetto mondiale (Consiglio di Sicurezza docet) in grado di soddisfare gli interessi e le richieste del tempo, a torto o a ragione, degli Stati vincitori e via via dei rimanenti. Il terzo millennio, come qualsiasi ritaglio della narrazione umana, vive nella precarietà dei flebili equilibri tra i popoli; ma il dramma odierno, per le quasi due decadi vissute finora e continuando a tenere bene a mente quell’apparenza di fondo, si traduce in un immobilismo non poco ignavo e presuntuoso con cui i più forti intendono custodire sine die le loro prosperità, le loro aspirazioni e le loro decisioni senza considerare la rapidità con cui il progresso, nostro più grande alleato, stia riformando irreversibilmente i contorni del mondo in cui abbiamo la fortuna d’esser nati. Un cambiamento più repentino della nostra stessa capacità di metabolizzazione, che travolge gli scenari ed irrompe gli schemi senza preavviso. Benché ciascuno (originario di un Paese industrializzato) tendi a considerare la modernità all’avanguardia, dirompente, tecnologica, confortevole, cool e con una risposta pronta per tutto, in realtà deve fare i conti con un’assenza di introspezione individuale e sociale direttamente proporzionale all’incapacità del singolo e della moltitudine di riuscire a fermarsi un momento e di ri-posizionarsi, finalmente, al cospetto dei quesiti dell’esistenza. Di cosa sia giusto e necessario non soltanto per i miei fabbisogni presenti e futuri, ma anche per quelli del prossimo. Vicino e lontano.

Forse dovremmo accettare, al pari delle regole di condotta, che il benessere genererà sempre indifferenza. L’uomo nelle caverne che sapeva padroneggiare il fuoco non si curava di chi non riusciva ad usufruirne, il patrizio se ne infischiava del plebeo, il monarca assoluto dei suoi sudditi. Eppure, proprio quelle regole evidenziano che per sua natura l’uomo è portato a cercare l’aiuto e la collaborazione dei suoi simili, per il soddisfacimento personale e collettivo. Ma allora dove si arresta il marchingegno? Quando il singolo, una volta appagato, decide di non concorrere più all’interesse generale? O quando lo stesso, insieme con altri consociati, prova ad ottenere di più a discapito dei rimanenti? E se sì, perché gli avanzati ordinamenti giuridici e i legislatori del nostro tempo faticano ad applicare coercitivamente le loro autorità, col fine di adempiere alle loro funzioni?

«Ubi societas, ibi ius».

Se infatti il principio di effettività viene meno e riponiamo unicamente la nostra fiducia nella speranza che, un giorno, l’uomo delle caverne in grado di padroneggiare il fuoco si armi di buon cuore ed insegni a fare ugualmente a chi ne è sprovvisto, viene meno il concetto stesso di civiltà. Di organizzazione sociale, di eguaglianza, di modernità. Non restano che disordinediseguaglianza, arretratezza.

Le aggregazioni umane di ogni epoca hanno dovuto fronteggiare una serie sconfinata di problemi: scarsezza delle risorse, malattie, carestie, basso livello di istruzione, la pressoché totale assenza di infrastrutture/mezzi di trasporto, qualsiasi forma di iniquità e molti altri disagi che neanche osiamo immaginare. Vi è però un fil rouge che divideremo in tre punti e che, a parer mio, avvicina i periodi temporali l’un l’altro facendo sì, dunque, che taluni comportamenti umani si ripetano ciclicamente:

  1. A partire da quei momenti che convenzionalmente definiremo di nascita, sia che essi presentino condizioni favorevoli (per es. la fondazione di Roma, luogo di crocevia commerciale tra greci ed etruschi) o sfavorevoli (per es. il Medioevo che fu in grado di far sbocciare il Rinascimento in Italia), generalmente l’uomo ha espresso il meglio di sé. Lo sviluppo delle organizzazioni sociali ha infatti gettato le basi per il fiorire delle arti e della conoscenza, accresciuto il benessere della collettività e il numero di coloro che potevano goderne;
  2. Col trascorrere dei secoli, ogni civiltà – dopo aver vissuto la sua personale Età dell’oro – alla fine si è dovuta arrendere alla caducità delle invenzioni umane, sgretolandosi su se stessa e riuscendo (chi più, chi meno) a lasciare in eredità una parte del proprio patrimonio genetico, culturale ed architettonico alle generazioni future. Proprio quando ci si è spinti al massimo, ecco che inizia l’inevitabile (almeno finora) discesa;
  3. In quest’eterno susseguirsi di nascita e morte, costruzione e distruzione, ragionevolezza e irragionevolezza, il genere umano non ha mai spento la sua curiosità, non ha mai smarrito la sua voglia di migliorarsi, non ha mai abbandonato il sogno di poter raggiungere obiettivi fino a prima irrealizzabili: talvolta avanzando, altre volte indietreggiando, la sapiente (e paziente) capacità di saper ricominciare ci ha portati sin qui.

 

Vatican Ready to Host The Conclave
La Cappella Sistina, dedicata a Maria Assunta in Cielo, è la principale cappella del Palazzo Apostolico, nonché uno dei più famosi tesori culturali e artistici della Città del Vaticano, inserita nel percorso dei Musei Vaticani. Fu costruita tra il 1475 e il 1481, all’epoca di Papa Sisto IV della Rovere, da cui prese il nome

 

Il nostro presente – come già evidenziato – è figlio di un ‘900 travagliato, che dopo due Conflitti Mondiali ha saputo risollevarsi dal baratro. Ha abbandonato i totalitarismi, ha riformulato le regole del gioco, ha partorito nuove fonti del diritto o più semplicemente ha mantenuto/revisionato quei testi giuridicamente rilevanti che avevano fatto tesoro di quei principi – dalla vocazione marcatamente giusnaturalistica – che nei secoli addietro avevano ispirato documenti come la Costituzione degli Stati Uniti d’America (1787), la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) e ancora volumi come il Code Civil des Français (o Code Napoléon1804) il quale, a sua volta, si ispirava molto al Corpus Iuris Civilis (529534) dell’Imperatore bizantino Giustiniano.

Noi siamo figli della secolarizzazione, siamo figli tanto dell’Illuminismo quanto del Romanticismo, siamo figli dei nostri antenati e delle loro conquiste. Ma come la celebre rosa de Il piccolo principe necessitava di cure e di attenzioni per poter crescere rigogliosa, allo stesso modo il nostro status socio-culturale e politico-economico richiede non soltanto d’esser preservato (nei casi in cui, in particolare, si propinano parole a vanvera senza conoscere di cosa si stia effettivamente parlando) ma anche nutrito, arricchito, migliorato. E per riuscire in questo intento, occorre anzitutto far nostro tutto ciò, senza dare per assodato proprio quelle conquiste che troppo spesso consideriamo delle mere ovvietà. Se vogliamo che il nuovo millennio comprenda quale sia la sua missione, che riesca a garantire un periodo di pace e di welfare sempre più duraturo e maggiormente condiviso tra tutti i Continenti, che riduca progressivamente al minimo i conflitti e tutte quelle sfaccettature negative della sfera umana che (è bene ribadirlo), proprio perché facenti parte di noi stessi, non spariranno mai fino a quando la nostra specie avrà seguito (e richiedono quindi di esser governate, ostacolate, prevenute), è auspicabile che ciascun individuo rimugini perbene le proprie origini e decida seriamente dove voglia andare, senza lasciarsi distogliere dalle scelleratezze dei politici di turno, per capire come può determinare gli assetti e le evoluzioni del viver comune in cui ci soffermavamo dopo la premessa. E se la miriade di persone che solcano questo pianeta non condivide naturalmente lo stesso passato, gli stessi punti di vista e le stesse percezioni riguardo al futuro, la sfida più grande sarà proprio quella di riuscire a trovare, ogni giorno di più, nuove sintesi e nuovi percorsi/valori comuni nell’universale diversità che contraddistingue i popoli.

Un obiettivo così utopistico (oltre che complicato) è tuttavia estremamente necessario se bramiamo che la nostra civiltà getti il cuore oltre gli ostacoli ed eviti, quindi, di sbattere contro i muri delle risposte facili, del cambiamento climatico, della sovrappopolazione, del rischio sempre vivo di una guerra atomica, dell’autodistruzione. Divisioni tra Stati e confessioni religiose, pari libertà/dignità di ogni individuo a prescindere dal sesso, dal colore della pelle e da ciò in cui crede (o da ciò in cui non crede), cura della salute e dell’ambiente, rispetto della legge e infine difesa/pretesa della legalità rappresentano i punti cardinali da seguire per cercare di ritardare il più possibile – se non addirittura spezzare, ma teniamo ben saldi i piedi per terra – quella maledizione caratterizzata dalla provvisorietà delle organizzazioni sociali. Arginando con fermezza tutti quegli elementi nocivi che impoveriscono le menti/azioni degli uomini e che li distanziano dalle scoperte scientifiche, dalla diplomazia, dal buonsenso. Potranno anche apparire come argomenti eccessivamente ovvi e banali; lo so bene. Eppure non c’è niente di più ovvio, di più banale e di più importante che cimentarsi nell’affrontare questi temi, proprio perché riguardano tutti e ciascuno può maturare una sua personale considerazione a riguardo.

Immaginate un mondo senza divisioni, senza livori, senza guerre. Chi di noi non l’ha mai fatto?

 

 


 

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About Emanuele Grillo

DIRETTORE RESPONSABILE | Classe 1991, siciliano fino al midollo. Studente di Giurisprudenza con orientamento Internazionalistico-Comparatistico presso l'Università degli Studi "Link Campus University" di Roma, ha frequentato il Liceo Classico "Gorgia" di Lentini (SR). Appassionato di scrittura, ha vinto numerosi premi. Immerso nella musica sin da piccolo, suona il pianoforte e ha maturato una certa esperienza in ambito corale-polifonico. Ma non lasciatevi ingannare: è in grado di ascoltare (quasi) tutto, passando in un nanosecondo dalla "Messa di Requiem in Re minore K 626" di Wolfgang Amadeus Mozart a "Stairway To Heaven" firmata Led Zeppelin. Idealista, sognatore e pragmatico all'occorrenza, aspira a cambiare il mondo e a tirar fuori il meglio dalle persone; nel tempo libero, comunque, ritorna coi piedi per terra. Europeista ed antifascista convinto, progressista, crede nella giustizia sociale e nel rispetto degli ultimi. Ritiene che la legalità non sia mai un optional. Ama i viaggi, la lettura, la sua terra, il mare e i boschi. Di fede juventina da quando ha memoria, fotografo a fasi alterne, nutre un amore segreto per l'Oriente.

2 pensieri su “Imagine

  1. Interessante e condivisibile; forse anche troppo. Sarei infatti seriamente preoccupato se dovessi constatare che tutti i lettori siano d’accordo. Tutti: sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori, migranti e schiavisti, molestate e molestatori, umanitari e razzisti. Ciò che realmente ci qualifica, infatti, non è tanto la meta quanto piuttosto il percorso e gli strumenti per arrivarci. E qui già ci si divide tra chi ritiene che il fine giustifica ogni mezzo, e chi invece pensa che il mezzo debba in sé prefigurare coerentemente il fine. Sarà mai possibile arrivare a quelle mete senza conflitto?

    1. La ringrazio per l’apprezzamento, professore. Direi comunque che non constateremo mai una situazione simile, per due motivi. Il primo in quanto – come ben ci ricorda – i ruoli che ogni essere umano interpreta nel teatro della vita appaiono diametralmente opposti. Il secondo poiché se tutti noi dovessimo effettivamente ambire a qualcosa di positivo e di benigno per l’intera collettività, ciascuno avrebbe la sua personalissima ricetta più o meno valida (ed è per questo che rimando ad ognuno il compito di scovare e mettere in atto le modalità con cui poter influire sulle vicende globali, limitandomi soltanto ad indicare alcuni punti cardinali in via generale come ad es. la legalità, il rispetto della legge, la cura della salute e dell’ambiente etc.). Lo scontro tra il fine e il mezzo altro non è che uno dei tanti conflitti intellettuali che gli uomini generano per spegnere quelli concreti. In una missione realisticamente complicatissima (e rilevatasi, finora, impossibile) di riuscire a costituire una società che possa definirsi “giusta”, “stabile” e “progredita”. E proprio perché la spada di Damocle sorvola da millenni le nostre teste, la speranza e l’ottimismo sono le uniche forze motrici per spingere la nostra specie a migliorarsi dopo ogni ricaduta.

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