epa05660299 The Italian Prime Minister, Matteo Renzi, speaks at the Palazzo Chigi in Rome, Italy, 04 December 2016 after the referendum on constitutional reform, with his wife Angese Landini in the background. Matteo Renzi has announced his resignation after exit polls on 04 December 2016 suggest a 'No' vote victory in a crucial referendum to which Renzi had tied his political future. The referendum is considered by the government to end gridlock and make passing legislation cheaper by, among other things, turning the Senate into a leaner body made up of regional representatives with fewer lawmaking powers. It would also do away with the equal powers between the Upper and Lower Houses of parliament - an unusual system that has been blamed for decades of political gridlock. EPA/GREGOR FISCHER

Il tramonto di Matteo Renzi: un leader mai sbocciato

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In Italia, e forse anche nel mondo, non si parla d’altro. Il Referendum Costituzionale, le dimissioni urbi et orbi di Matteo Renzi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, la crisi nazionale e la reazione dei mercati finanziari. A chi sperava che dopo il 4 di Dicembre le acque si sarebbero quietate, possiamo dire – senza fronzoli – di non provare ad illudersi ancora.

 

 

È stata una lunga notte per il nostro Paese (vissuta, per tanti di noi, in compagnia del buon Enrico Mentana), raggiunta al culmine di una campagna referendaria (o forse sarebbe meglio dire elettorale) tumultuosa ed avvincente, ma anche virulenta e fortemente demagogica. Col trascorrere dei mesi, la forte pressione suscitata dai media e dagli stessi leader politici ha generato un coinvolgimento massiccio degli elettori, i quali non si sono sottratti al fatidico appuntamento con le urne: 65,47%, così recita il dato finale – e corposo – dell’affluenza. L’aspra lotta del contro il NO ha irrotto nelle case e nelle vite di molti italiani, che siano degli addetti ai lavori o meno. Ma vi è un elemento, innegabile, che in alcun modo può essere tralasciato: l’incomprensione. Questa vecchia e nuova fedele compagna che puntualmente si ripresenta ad ogni elezione del nuovo millennio. Un’ampia fetta dell’elettorato non si esprime più sul merito delle questioni: il voto è diventato un messaggio subliminale da carpire, da interpretare, da accettare. Ma soprattutto, in un’epoca in cui le popolazioni mondiali vivono sulla propria pelle le incertezze del nostro tempo, la matita (è indelebile, state tranquilli) e la scheda elettorale rappresentano – mai come ora – un modus operandi per punire le istituzioni, l’establishment e le figure chiamate a rappresentarli. Un imbarbarimento cieco e rabbioso, poco avvezzo alla dialettica, che alimenta e viene alimentato dall’antipolitica e dal populismo che, per qualcuno, rappresentano gli ultimi baluardi a cui appigliarsi per una Rivoluzione gentile. Lo abbiamo appurato col caso Brexit, con l’elezione statunitense di Donald J. Trump, con le rispettive dosi anche qui (già a partire dal 2013). Potremmo paragonarlo ad un mare in tempesta, le cui onde non sembrano guardare in faccia a nessuno: soprattutto alla sinistra, le cui fragili navi incamerano acqua lacunosamente da ogni fessura.

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Figura 1 | I risultati del Referendum Costituzionale: il NO vince con il 59,11%, mentre il SÌ si arresta al 40,89%. Complessivamente, hanno votato 33.243.845 elettori tra gli aventi diritto – 4 Dicembre 2016

E così, in solidarietà con i partners del pianeta, la portaerei dell’universo renziano si è riscoperta una semplice ed angusta scialuppa, in balia della tempesta. Il NO capeggia con il 59,11%, arrestando le speranze di un SÌ che registra un deludente 40,89% (Figura 1): quest’ultimo è riuscito ad espugnare soltanto la Toscana, l’Emilia-Romagna e la Provincia Autonoma di Bolzano. In controtendenza col dato nazionale, invece, quello estero: su 1.245.929 di votanti, infatti, il 64,70% del SÌ prevale sul 35,30% del NO. Evidentemente, la percezione d’Oltralpe ha maggiormente associato il voto alla stabilità politica interna, com’era prevedibile in fondo. Provando ad analizzare il voto – in correlazione al discorso approntato in precedenza – la cosiddetta «accozzaglia» del NO ha sbaragliato colui che troppo inconsciamente l’aveva ribattezzata in tal modo. Il volto dell’elettore che ha rigettato il Disegno di Legge Costituzionale n. 1429-D è estremamente variegato: alla pari di quello del SÌ, ha votato politicamente e non su un giudizio inerente ad una fattispecie squisitamente normativa. Di questi, soltanto una minoranza ha deciso di schierarsi riflettendo accuratamente su tutte le eventuali ripercussioni – scevre da ogni logica sportiva, alla pari di due tifoserie avversarie – che la sua scelta avrebbe comportato. Tra elettori populisti, schierati a prescindere e voltagabbana, non poche volte la rovente attesa al voto è diventata a dir poco estenuante. Se da un lato è inconfutabile il trionfo della partecipazione democratica, dall’altro la personalizzazione/strumentalizzazione del voto da parte dei mezzi di comunicazione e degli stessi politici ha depauperato il dibattito e, quindi, gli argomenti trattati.

Chi ha votato SÌ aspirava al cambiamento mentre chi ha votato NO voleva che tutto rimanesse com’era per non aggravare ulteriormente la situazione; chi ha votato NO salvava la democrazia mentre chi ha votato SÌ favoriva una deriva autoritaria; chi ha votato SÌ appoggiava il Governo Renzi per mancanza di alternativa mentre chi ha votato NO accettava il trio delle meraviglie Grillo-Salvini-Berlusconi; chi ha votato NO accusava chi ha votato SÌ di non capire un tubo di Diritto Costituzionale… e viceversa. 

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Figura 2 | I giovani elettori, tra i diciotto e i trentaquattro anni, hanno espresso un imponente rifiuto al quesito referendario: il NO ha raggiunto quota 81%. Il distacco con il SÌ affievolisce proporzionalmente con l’innalzamento dell’età anagrafica

Questi alcuni dei moniti che ci hanno deliziato nelle ultime settimane. Ma come si dice, la verità sta in mezzo. La riforma conteneva degli aspetti positivi ed altrettanti negativi: ciascuno ha scelto, più o meno accuratamente, secondo coscienza. Ed è in un simil ginepraio che La Voce del Gattopardo ha provato a fare chiarezza sull’argomento. Ritengo, tuttavia, che questo referendum non s’aveva da fare: con questo testo, con queste alleanze, con questa impopolarità, si è trasformato in un suicidio. La biografia di Renzi ci racconta di un politico in grado di conquistare alte vette e di incassare, al contempo, sonore sconfitte. Ed è proprio l’illusione scaturita dalla sua miglior vittoria – quel 40,81% del Partito Democratico alle Elezioni Europee del 2014 – che in tutta probabilità gli ha arrecato il tonfo più grande. Dall’ormai celebre staffetta alle 23:00 di ieri sera, questo Governo paga l’arroganza al potere, la fretta nell’ottenerlo, la spregiudicatezza nel credere che personalizzare qualsivoglia argomento sia sempre la soluzione migliore, dando tutto per scontato, comprese le vittorie. Paga una campagna referendaria invadente e martellante, fatta di sms e spot frivoli in qualsiasi ora del giorno e della notte. Paga la visione del Partito della Nazione che ben funzionava nelle aule che contano, un po’ meno nella vita reale. Paga molte promesse non mantenute, numerose bugie, i Gigli magici, gli screzi con i sindacati e gli ammiccamenti ai poteri forti, gli scandali bancari con la gentile partecipazione di Maria Elena Boschi & family, l’eccessiva dedizione alle apparenze e le svariate riforme precarie e/o insoddisfacenti: il Jobs Act e la Buona Scuola su tutte. Paga la staffetta e gli hashtag come #EnricoStaiSereno. Paga l’aver abbandonato progressivamente la base del suo partito e il non esser più riuscito a rubacchiare voti alla destra. Paga gli Angelino Alfano e i Denis Verdini. Paga gli endorsement del Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble e di un’Unione Europea decisamente impopolari. Paga – nondimeno e come in altre aree del globo – la crisi legata al delicato tema dell’immigrazione nonché l’eccessivo discostamento dalla realpolitik: Renzi, e i renziani, rappresentavano e rappresentano soltanto loro stessiNon parlava più neanche ai giovani, che hanno bocciato la riforma con un eclatante 81% (Figura 2), evidenziando un dato incoraggiante: il sentimento dei ragazzi e delle ragazze coincide con i risultati effettivi, a differenza delle recenti votazioni shock consumatesi nel Regno Unito e negli Stati UnitiPaese che vai, Millennials che trovi. E se da un canto è bene analizzare e criticare (per utilizzare un eufemismo) le ondate populiste che hanno inondato le urne, dall’altro è giusto ribadire che, quando il popolo non comprende appieno un messaggio, la colpa è innanzitutto di chi non è riuscito a trasmetterlo o a cogliere le esigenze dei cittadini. Il forte bisogno di votare, per esempio: gli italiani hanno espresso chiaramente la volontà di tornare a poter dire la loro. La democrazia indiretta/rappresentativa non può durare per sempre. Chi di manovre di palazzo ferisce, di urne perisce.

Adesso tocca al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella prendere in mano le redini del gioco. Il PD non sembrerebbe nelle condizioni di garantire un ulteriore Governo di traghettamento: piuttosto, le vendette interne non sono che iniziate. La Lega Nord si dichiara pronta alle elezioni, mentre Forza Italia è parsa più attendista. Il MoVimento 5 Stelle – gli unici, a mio parere, a cui è possibile concedere l’intestazione della vittoria sul piano politico – propende per il voto immediato, dimenticandosi in un nanosecondo del famigerato Italicum. Altro errore madornale del Governo dimissionario: aver elaborato una nuova legge elettorale esclusivamente per la Camera dei Deputati, dando per spacciato il Senato della Repubblica (ancorato al Consultellum). E non si tratta dell’unico caso di prevaricazione del ruolo sovraordinario della carta costituzionale, reperibile ancora nell’edificazione di una riforma del lavoro sull’ottica del futuro Titolo V e nello svuotamento delle Province con l’augurio di una loro pronta abolizione. Staremo a vedere come andrà a finire.

Resta il fatto che in tutta probabilità, escludendo incredibili coup de théâtre (ad es. lasciare il campo ai propri avversari, farli sbagliare e attendere qualche anno per tornare in auge; non scordiamoci, poi, che quel 40,89% si è dovuto scontrare contro tutti… non è proprio una cifra irrisoria nelle mani di un sol protagonista, potrebbe tornargli molto utile), la sinistra italiana ha bruciato il suo cavallo di battaglia. Una semi-sciagura per tutta la politica nostrana, visti e considerati i fior fiori di talenti presenti negli altri schieramenti e che denotano in tutta la sua crudeltà il vuoto di rappresentanza che gli italiani percepiscono nell’osservare il proprio ventaglio politico: ma la lunga serie di abbagli collezionati dall’universo renziano, alla fine, ne ha decretato il tramonto, la disfatta. O per utilizzare un termine più congeniale, l’auto-rottamazione di un’intera categoria di pensiero, di leadership. L’ossessione per il potere ha logorato l’ex Sindaco venuto da Firenze: in questi mille giorni circa, Renzi ha perduto se stesso e il contatto con la realtà. Una lotta tutta sua, per la vana gloria, che non coinvolgeva più né i poteri forti né la gente comune. Ha smarrito i giovani per strada, sempre più soli e stanchi d’esser sfruttati da ricette scriteriate varate dalla politica tradizionale negli ultimi trent’anni, e che ora rischiano di lasciarsi sopraffare dal fascino grillino. Abbandona – forse – la scena a modo suo, con un ultimo discorso tanto toccante quanto artefatto.

Onore alle armi: ma gli errori, prima o poi, si pagano.

 

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Da sinistra verso destra: David Cameron (1966), Barack Obama (1961), Angela Merkel (1954), François Hollande (1954) e Matteo Renzi (1975). Escludendo – forse – la Cancelliera tedesca, i leader rimanenti non rappresentano/rappresenteranno più i loro rispettivi Paesi

 


 

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