ginestra-e-lava-vulcanica-d87a6991-a3ce-475a-a835-14f2c93b52e5

Il «secol superbo e sciocco» affrontato ne “La ginestra”: l’attualità leopardiana

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Recenti, Zibaldone

«E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce».

(Giovanni, III, 19)

Uno scatto raffigurante gli scavi di Pompei, realizzato dal fotografo italo-tedesco Giorgio Sommer (1834-1914)
Uno scatto raffigurante gli scavi di Pompei, realizzato dal fotografo italo-tedesco Giorgio Sommer (1834-1914)

Anche chi non abbia mai avuto modo o l’opportunità di visitare e vedere dal vivo questi luoghi e in particolare – servendoci delle parole leopardiane – quelli che circondano lo «sterminator Vesevo», può sentirsi terribilmente attratto e irrimediabilmente travolto dalla bellezza di questi paesaggi, allo stesso tempo affascinanti e misteriosi, taciturni e profumati. Era il 1836 e Giacomo Leopardi si trovava a Torre del Greco (Provincia di Napoli); qui decise di scrivere un componimento lirico che verrà pubblicato postumo nell’edizione dei Canti del 1845, curata dall’amico Antonio Ranieri.

Negli Idilli il poeta era solito esprimere emozioni e sensazioni personali suscitati o accompagnati, per esempio, dalla vista ostacolata da una siepe o dal canto lontano di chi rientra dal borgo in festa. I Grandi idilli invece furono composti successivamente durante l’ultimo soggiorno presso la città natale, Recanati (Provincia di Macerata). Questi ultimi sviluppavano numerose tematiche ma è nell’ampia canzone La ginestra, o Il fiore del deserto che la questione relativa alla vita sociale individuale e collettiva, alla potenza della natura e al rifiuto delle ideologie progressiste trova massima espressione. Si tratta di un componimento al quale si deve prestare particolarmente attenzione sia perché, cronologicamente, è la penultima canzone leopardiana sia per la particolarità della sua struttura. È composta infatti da trecentodiciassette versi disposti in sette strofe, ognuna delle quali non presenta un preciso schema metrico.

La protagonista principale di questo canto, la ginestra, è un fiore odoroso presente sullo sfondo vesuviano che viene qui descritta insieme alla forza distruttiva e travolgente della natura, rappresentata dall’eruzione vulcanica. Tipica di questi ambienti desertici, essa è simbolo di fermezza, ma anche del piegarsi e del non sottomettersi totalmente a un volere supremo. In ognuna delle diverse strofe della canzone viene affrontata una tematica ben precisa: inizialmente viene descritto il paesaggio vesuviano improduttivo e inaridito su cui nasce e cresce questo magnifico fiore; si prosegue poi con la critica all’attitudine propria del suo secolo che crede nelle «magnifiche sorti e progressive». La pungente invettiva che viene qui dichiarata vuole mostrare come in realtà si tratti solo di vane illusioni, di un progresso fine a se stesso, di una condotta che porterà a un netto peggioramento della società e al vanificarsi di tutte le aspettative. Persiste anche in questo componimento il tema della morte, che accomuna tutti e a cui tutti sono destinati, e viene qui espresso attraverso la descrizione dell’eruzione vesuviana che porta con sé distruzione e silenzio.

Questa canzone esprime una palese critica dell’antropocentrismo, uno scagliarsi contro l’uomo che crede di essere superiore alle altre specie ma altro non è se non una di queste, soggetto come loro al volere superiore e insindacabile della natura. Ogni individuo però, in questa situazione di disorientamento, non è abbandonato a se stesso ma trova nelle altre persone un punto di forza per potersi così unire e resistere agli attacchi inferti dalla natura e dall’evolversi degli eventi. La ginestra con la sua forza e resistenza giunge così ad incarnare quell’ideale di speranza che ognuno dovrebbe far proprio: nonostante gli ostacoli e le avversità che ci calpestano e travolgono, bisogna accettare – senza ribellarci – il nostro destino, senza tentare di elevarci al di sopra delle altre specie e peccare di superbia. Gli uomini sono impotenti di fronte alla grandezza della natura e dell’universo. Dalla consapevolezza della comune condizione di miseria, nasce fra gli uomini un deciso senso di solidarietà.

Alla base si trova un’altra tematica, uno dei punti cardine del pensiero leopardiano: la natura. Essa non è più benevola, pronta ad accudire i propri figli, ma assume i connotati di matrigna, vendicativa e pericolosa, come si può notare anche dal riferimento alla distruzione di Pompei ed Ercolano avvenuta nel 79 d.C. proprio a causa dell’eruzione del Vesuvio. La soluzione ottimale sarebbe riprendere e rivivere gli ideali affermati nel secolo precedente con l’Illuminismo, guardando in faccia la realtà senza farsi ingannare da credenze, superstizioni e vanità, ma facendosi guidare esclusivamente dalla ragione e dai suoi mezzi.

Anche oggi infatti l’uomo crede di poter avere il controllo su tutto, ma le catastrofi naturali a cui si è soggetti periodicamente sono la prova di come la natura sia superiore e totalmente slegata da qualsiasi controllo che si cerca di esercitare su di essa.

 

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

About Marina Muggianu

COLLABORATRICE | Nata in Sardegna nel 1992, diciannove anni più tardi prende il mare e approda in Toscana. Da quel momento vive a Pisa, dove attualmente approfondisce la sua passione per la letteratura italiana. Adora le escursioni, i libri e la cancelleria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *