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Il Nazionalismo di Viktor Orbán e la “democrazia illiberale” ungherese

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Viktor Mihály Orbán (1963) è un politico ungherese. È il Primo ministro dell’Ungheria dal 2010. Lo è stato precedentemente tra il 1998 e il 2002. È leader del partito Fidesz-Unione civica ungherese

Viktor Orbán è stato da molti definito come il Putin europeo: un populista nazionalista che sfida non solo l’integrazione europea, ma anche i suoi valori. Moltissimi, dall’Economist al Financial Time, dalla BBC al Telegraph, gli hanno attribuito le più svariate etichette. Pochi, però, si sono spinti a cercare di capire le cause del cosiddetto Orbanismo e della sua capacità di mobilitare la maggioranza degli elettori ungheresi (52,7% nel 2010, 44,9% nel 2014).

Ci sono alcuni momenti storici che vengono cristallizzati nella narrativa che un popolo ha di se stesso. In Ungheria sono tre: la lunga occupazione straniera (che viene fatta risalire alla battaglia di Mohács nel 1526), le due rivoluzioni contro il dominio esterno (la prima nel 1848 contro gli Asburgo, la seconda nel 1956 contro l’Unione Sovietica, entrambe fallite) e, infine, il discorso di Viktor Orbán del 16 Giugno 1989, quando durante la celebrazione nazionale in onore di Imre Nagy – considerato l’eroe della Rivoluzione del ’56 – sfidò le forze di sicurezza chiedendo elezioni libere e il ritiro dell’armata sovietica dall’Ungheria.

Il mito di Viktor Orbán nasce quel giorno. A quel tempo il suo Fidesz era ancora un movimento giovanile, a favore del liberalismo e dell’integrazione europea, contro il regime comunista. È solo a metà Anni ’90 che Fidesz iniziò a trasformarsi in un partito professionale e muoversi verso il centrodestra. Questo trasformismo, che molti spiegano come un calcolo strategico dettato dal fatto che la destra fosse frammentata mentre vi era un forte partito concorrente a sinistra – il Partito Socialista Ungherese (MSZP), successore legale dell’ex partito comunista – ha in realtà anche una forte valenza ideologica: nel 1994 l’Alleanza dei Liberi Democratici (SzDSz), molto vicino a Fidesz, creò un’alleanza di Governo con i socialisti. È in questi anni che i concetti “socialismo”, “comunismo”, “neoliberalismo” iniziano ad avere contorni sfumati e a venir percepiti come sinonimi dalla popolazione ungherese: infatti, sono i socialisti insieme ai liberali a portare avanti le riforme di privatizzazione nel Paese. Quest’ultime hanno avuto un forte costo sociale in Ungheria, dove solo una parte della sua popolazione si è arricchita: per lo più, l’ex nomenclatura comunista.

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Ferenc Gyurcsány (1961) è un politico ungherese, leader della Coalizione Democratica. Dal 29 Settembre 2004 al 14 Aprile 2009 rivestiva la carica di Primo Ministro

Gli ungheresi – e in generale i Paesi dell’ex blocco comunista – sono delusi dalla democrazia, che non porta con sé i vantaggi economici e la stabilità finanziaria prospettata inizialmente. Un momento cruciale fu il 2006: l’11 Settembre ungherese, poiché tutti si ricordano dove si trovassero in quel momento. Il Primo Ministro socialista Ferenc Gyurcsány ammise di aver falsificato i bilanci dello Stato per vincere le elezioni. La gente si riversò in piazza per protesta. Da questo momento in poi, la sinistra fu destinata a frammentarsi e a perdere supporto.

Nel 2010, quando Orbán vinse le elezioni, si trovò nelle mani un’Ungheria con un debito pubblico altissimo e una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea. Inizia, dunque, un processo di nazionalizzazione dei servizi e di accentramento del potere che è stato duramente criticato a livello internazionale.

Ma cosa spinge un popolo, che è stato lungamente sottoposto ad una dittatura, a fidarsi di un leader carismatico che promette di trasformare l’Ungheria in una democrazia illiberale? Non solo la delusione nella democrazia e nel liberalismo economico. Dopo la rivoluzione del 1956, János Kádár – il nuovo segretario del partito comunista – strinse un patto silente con la popolazione: la popolazione si sarebbe auto-censurata, evitando aperta opposizione contro il regime, mentre lo Stato avrebbe offerto migliori condizioni economiche, occupazione e la possibilità di viaggiare all’estero. Ricerche dimostrano che questo cosiddetto Goulash Communism ha dato forma ad una mentalità di dipendenza della società rispetto allo Stato paternalistico e le aspettative materialistiche. La popolazione si aspetta un ruolo attivo dello Stato nell’assicurare prosperità economica. Una ricerca del 2009, condotta dal Pew Research Center, mostra come alla domanda <<È più importante una buona democrazia o un’economia forte?>>, solo il 20% degli intervistati ungheresi abbia risposto Una buona democrazia. Nonostante sia essenziale ricordare che la ricerca é stata condotta nella fase più dura della crisi economica e che quindi i dati risultano distorti, rimane il fatto che questo risultato non può passare inosservato.

Tuttavia, il successo di Viktor Orbán non deriva solamente da questi fattori. Costui è abile a trasformare il contesto politico a cui si rivolge attorno alla frattura popolo/élite. Leggendo alcuni dei suo interventi, emerge chiaramente la sua capacità di coinvolgere le masse. Innanzitutto, continua a richiamare l’attenzione dell’audience riferendovisi con il termine <<Amici>>. In secondo luogo, si immedesima nel suo pubblico parlando al plurale e riferendosi ai suoi nemici con <<Loro>>. Inoltre, costruisce numerosi parallelismi tra ciò che accade nel presente e ciò che è accaduto nel passato: ad esempio, paragona l’attenta riflessione su come uscire dal COMECON con la necessità di riflettere su come proteggere l’interesse nazionale all’interno dell’UE. Il concetto di interesse nazionale è molto importante per un Paese in cui la lunga dominazione straniera ha fatto sì che per secoli lo sviluppo dello Stato seguisse una logica di centro-periferia, legata agli interessi stranieri. In questo modo, Orbán è in grado di far familiarizzare la popolazione con questioni – ad esempio quella dell’integrazione europea – che vengono spesso percepite come astratte dai cittadini. Infine, dà al suo elettorato la sensazione di poter avere voce in capitolo nelle decisioni più importanti della vita della Nazione, attraverso l’utilizzo ricorrente – e strumentale – del referendum.

Per concludere, va evidenziato che non tutti vengono incantati dall’arte retorica di Viktor Orbán. Lo scorso 15 Marzo, quest’ultimo commemorava la ricorrenza nazionale della rivoluzione del 1848 davanti al Museo Nazionale, mentre un folla in protesta si radunava davanti al Parlamento, simbolo della profonda divisione che caratterizza la popolazione ungherese.

 

 

 


 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli Studi di Trento, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Risiede attualmente a Londra.

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