Il lago d'Aral, prosciugato da politiche agricole sbagliate

Il lato oscuro della “fast fashion”

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0909oldclothes05Ogni nostra azione ha un impatto sull’ambiente ma troppo spesso non ce ne rendiamo conto, finendo con l’ignorare le conseguenze delle nostre scelte: un caso lampante è quello della cosiddetta fast fashion, termine che indica la capacità di determinate aziende di immettere sul mercato vestiti dal modello sempre diverso in tempi brevissimi e a costi contenuti. Leader del settore sono la svedese H&M e la spagnola Zara, ma anche marchi come Terranova, Forever 21, Gap, Primark ricavano profitti enormi da questo sotto-settore della moda, finito sotto accusa negli ultimissimi anni.

Quali sono le critiche che vengono mosse alla moda veloce? Pur volendo concentrarsi sull’aspetto dell’(in)sostenibilità dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse, è impossibile non citare anche il terribile sfruttamento a cui sono sottoposti i lavoratori dell’industria tessile, le cui fabbriche sono state prontamente delocalizzate nei paesi del Terzo mondo già negli anni Ottanta circa, agli albori di questo nuovo modello di produzione che incarna perfettamente gli aspetti negativi della globalizzazione. In realtà, gli stabilimenti nei quali vengono prodotti i vestiti destinati al nostro iperconsumo sono spesso gestiti attraverso dei subappalti, in modo da poter aggirare più facilmente le leggi e da permettere ai brand di rimanere puliti agli occhi dei loro acquirenti occidentali: secondo il documentario The true cost, le fabbriche non rispettano i minimi standard di sicurezza, i ritmi di produzione sono insostenibili, le tutele praticamente inesistenti. Addirittura c’è chi cuce in un contesto ancora meno formale e tutelato e cioè la propria casa, che si riduce spesso a una stanza locata negli slums delle grandi città (principalmente del Sud-Est asiatico ma anche dell’Africa subsahariana), coinvolgendo tutta la famiglia in sessioni di cucito infernali per un guadagno equivalente a pochi dollari al giorno e del tutto insufficiente per migliorare le proprie condizioni socio-economiche. Secondo Lucy Sliege, autrice del libro To Die For: Is Fashion Wearing Out the World?, almeno il 20% dei lavoratori si trova costretto ad operare in queste condizioni ufficiose, costringendo i figli ad aiutarli per guadagnare il minimo necessario per la sopravvivenza e, di conseguenza, impedendo loro di frequentare la scuola ed emanciparsi da una situazione di povertà quasi estrema. Dato che ben il 97% dei capi venduti nei negozi nei Paesi del primo mondo vengono cuciti oltremare, è impossibile non domandarsi quali condizioni di sfruttamento e miseria siano nascoste dietro ogni nostro acquisto.

Fast-Fashion-Illustration-Alyssa-CurryC’è però un aspetto forse meno noto, ma comunque estremamente rilevante, da tenere in conto poiché la fast fashion non solo ha questo tragico risvolto sociale, ma è anche in parte responsabile del deterioramento ambientale globale: analizzandone l’intera value chain, cioè la catena che parte dalla materie prime allo smaltimento del prodotto finale, il settore della moda risulta essere il secondo più inquinante in assoluto, subito dopo quello dei combustibili fossili. Basta partire dai tessuti: il cotone, ad esempio, è coltivato sul 3% della superficie agricola mondiale ma richiede una grande quantità d’acqua per giungere a maturazione, arrivando addirittura ad impiegare diecimila litri per un chilo di prodotto (più o meno la quantità necessaria per un paio di jeans) e proprio questa coltura sembra essere dietro al disastro del Lago d’Aral, trasformato in una vera e propria wasteland (trad: terra desolata) in seguito alla coltivazione intensiva del cotone; non è tuttavia solo l’impronta idrica a destare preoccupazioni poiché anche l’uso di pesticidi e fertilizzanti è piuttosto marcato, con una conseguente ricaduta sull’ambiente e sulla salute dei lavoratori.

Secondo un rapporto di Greenpeace anche i consumatori finali hanno poco da stare tranquilli, a causa della presenza di nonilfenoli etossilati, tensioattivi presenti nei detergenti usati per lavare i vestiti a livello industriale e che si teme possano interferire con il sistema endocrino umano. I tessuti sintetici invece – derivando praticamente sempre dal petrolio – risultano essere di difficile smaltimento; inoltre, l’uso di tinte coloranti o di sbiancanti riveste un effetto spesso deleterio nei Paesi nei quali la legislazione ambientale non è implementata sufficientemente. Rimane però, nei consumatori, il confortante pensiero del riuso degli abiti attraverso la beneficenza, eppure anche questo sembra essere un falso mito: nell’articolo del Newsweek dal titolo No one wants your old clothes viene stimato che meno del 20% dei vestiti raccolti dagli enti benefici venga effettivamente riutilizzato, proprio a causa della scarsa qualità che fa da padrona nell’ambito della fast fashion, il cui motto potrebbe essere «vestiti da poco che durano poco». Il resto viene ridotto in fibre per stracci, per la produzione di materiale isolante, o semplicemente sepolto in discariche o bruciato negli inceneritori, contribuendo ancora una volta, anche nella fase finale della propria vita, all’inquinamento di aria e suolo. Si dibatte inoltre anche sulle ricadute economiche della donazione dei vestiti ai Paesi del terzo mondo, dato che alcuni studi sembrerebbero dimostrare l’effetto negativo che questo avrebbe sulla nascente industria tessile africana.

Gli effetti collaterali della moda veloce sono quindi economici, sociali ed ambientali: ma cosa può fare concretamente il consumatore?

  • Richiedere alle grandi aziende di adottare certificazioni quali OEKO-TEX, che verifica la presenza di sostanze nocive nei tessuti, GOTS (Global Organic Textile Standard) che ne verifica la sostenibilità ambientale, insieme alle certificazioni che assicurano una produzione libera dallo sfruttamento dei lavoratori; fare pressione inoltre affinché si passi a colture biologiche o addirittura si cambino materie prime: la canapa, ad esempio, richiede molta meno acqua del cotone e non necessita quasi di pesticidi;
  • Applicare anche al settore dei vestiti le quattro R dei rifiuti: riusare, ridurre, riparare reciclare, magari facendo shopping nei mercatini/negozi dell’usato o nei negozi di associazioni benefiche come Caritas, Oxfam e molte altre;
  • Comprare handmade per stimolare l’artigianato locale e acquistare a chilometro zero.

 

Sebbene uscire dal confortante pensiero dello shopping sfrenato possa risultare estremamente difficile in una società improntata principalmente sull’apparire, una volta conosciuto il problema e informati su come agire chiudere gli occhi di fronte alle nostre responsabilità ci dovrebbe risultare impossibile.

 

Una tipica fabbrica tessile del Bangladesh
Una tipica fabbrica tessile del Bangladesh

 


 

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About Maria Parenti

COLLABORATRICE | Classe 1988, emiliana. Laureata in Lettere, è appassionata da sempre alle tematiche ambientali e si sta ancora chiedendo cosa vuol fare da grande. Nel frattempo, tra un lavoro e l'altro, si è iscritta ad una specialistica in Economia e si è temporaneamente trasferita a Bruxelles. La contraddistinguono l'amore per la musica metal e per il cibo vegano.

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