Immigration: ship frigate Espero patrol Mediterranean Sea

Il diritto alla vita

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Quorum, Recenti

di Emanuele Grillo

Quella dell’immigrazione è una vecchia questione. Decisamente più vecchia di quanto si possa pensare: la figura dell’immigrato – il trasferimento permanente, di un singolo o di un gruppo, in un luogo differente da quello di origine – rientra infatti nella lista dei fenomeni sociali e, quindi, umani.

Nel corso millenario della storia, le popolazioni (composte, inizialmente, da tribù pressoché nomadi) hanno abbandonato le loro terre natie per cercare sostentamento in altre vallate, in altre foreste, in altri Continenti. Nella maggior parte dei casi, infatti, lasciare tutto per intraprendere un lungo e tortuoso viaggio rappresentava l’unica soluzione plausibile per non perire alle intemperie che la natura aveva riservato ai nostri antenati. Se costoro non avessero (per evidente istinto di sopravvivenza) deciso di partire, probabilmente non sarebbero nate alcune delle civiltà che inconfutabilmente hanno segnato il cammino dell’evoluzione della specie umana e, con tutta probabilità, persino noi non saremmo qui. Le repressioni, gli stermini e le pulizie etniche poi hanno evidenziato tutta le difficoltà che un luogo conteso tra una maggioranza ed una minoranza può, anche brutalmente, patire: dalle narrazioni bibliche del popolo ebraico schiavizzato nell’Antico Egitto alle impalature delle popolazioni autoctone per mano dei Persiani, dalla quasi totale estinzione della civiltà Maya sotto i primi e rudimentali fucili (trombe da fuoco, così venivano soprannominate dagli abitanti dell’America del Sud) dei Conquistadores spagnoli alla repressione delle tribù indiane-pellerossa sotto gli agguati dei coloni europei, dall’eterne contese per il territorio tra Cina e Giappone ai campi di sterminio – ideati dai nazisti e dai sovietici – nel più recente secondo conflitto mondiale. Ed ancora il Vallo di Adriano, la Grande Muraglia cinese, le deportazioni delle popolazioni africane nel Nuovo Mondo: chi conquista e chi difende un territorio, chi si sposta e chi, addirittura, viene spostato da un luogo ad un altro. Fatta eccezione per qualche isola dispersa tra gli oceani, le popolazioni odierne rappresentano la più chiara e limpida dimostrazione del risultato che ciascuno di questi conflitti, influenze e mescolanze abbia potuto generare, nonostante la lontananza e la diversità tra gli uomini di ogni tempo.

Tutte le fasi evolutive del cammino della specie hanno manifestato, quindi, le proprie civiltà ed i propri confini, così come i propri immigrati (ed emigrati): un fenomeno storico e – ribadiamo – sociale, or dunque, che non deve stupirci. L’Italia e l’Europa intera, ancora, dovrebbero conoscere e riconoscersi meglio di chiunque altro nel significato di queste parole, ricordandoci che anche noi siamo stati un “popolo di emigranti”, denigrati e sbeffeggiati in Paesi come gli USA o l’Australia.

Come ogni Estate che s’appresta ad arrivare, il nostro Paese ripiomba nella perenne crisi degli sbarchi, in un flusso migratorio composto per lo più da clandestini, privi di qualsiasi documento di riconoscimento. E’ bene dire, innanzitutto, che questi ultimi riescono ad accedere nei territori dell’UE non soltanto dalla “porta per l’Europa” identificata con la nostra Penisola, ma anche dallo stretto di Gibilterra, dalla Turchia (oltrepassando la Grecia e risalendo per i Paesi Balcani), dalla Romania e dalla Bulgaria, dai Paesi Baltici (riscendendo per la Polonia o preferendo proseguire per Svezia e Finlandia) riuscendo ad oltrepassare le frontiere una volta intrufolatisi tra gli autotrasportatori notturni, i treni, le grandi navi. Esistono svariati metodi per “farla franca”, quasi tutti meno eclatanti dei barconi strapieni, che mette a serio rischio la vita di centinaia di individui e che, in preda alla disperazione, han speso gli ultimi averi alla ricerca di un futuro migliore.

 

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Morire per l’Europa – immagine prelevata da Linkiesta

 

Secondo i dati ISTAT, UE, ONU e UNHCR, in Italia a tutto il 1° Gennaio 2012 vi sono quasi 5 milioni di stranieri regolari residenti, 245 mila stranieri regolari non residenti e si stima in 326 mila il numero degli stranieri irregolari, per un totale di circa 5,4 milioni di stranieri presenti nel paese. Ciò significa che gli stranieri costituiscono all’incirca il 9,4% della popolazione italiana. Gli stranieri irregolari/clandestini costituiscono invece circa lo 0,5% della popolazione. Gli stranieri che hanno ottenuto rifugio/asilo politico, sempre al 1° Gennaio 2012, sono circa 58 mila, per cui nel nostro Paese vi sono circa 0,96 rifugiati ogni mille abitanti.

Un altro problema del tutto nostrano, risiede nel fatto che gli italiani credono di essere maggiormente bombardati dal flusso regolare-irregolare di immigrati-clandestini: in verità la maggior parte di questi, quando giunge nel nostro Paese, lo considera un trampolino di lancio per altre Nazioni come la Svizzera, la Francia, la Germania, il Belgio, il Regno Unito e la precedentemente citata Svezia. E la situazione, tirando due conti, appare così:

 

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Irregolari, stranieri e percentuale di stranieri sulla popolazione in Italia e altri sei Paesi scelti

 

Dove sta il problema italiano ed europeo? Sarebbe realmente possibile sobbarcare la responsabilità dei perenni 800 mila sbarchi annualmente previsti dal Viminale – e che annualmente non arrivano – alle Primavere Arabe, al cedimento dei confini della Libia dopo la morte di Mu’ammar Gheddafi, alla crisi economica che colpisce alcuni Paesi dell’Est come la Serbia, l’Ucraina e la Moldavia?

Il problema italiano risiede nelle sue leggi, ma soprattutto nella sua codardia: nel nostro Paese il diritto di asilo – conosciuto altresì con la più diffusa connotazione di asilo politico viene garantito ai profughi ed ai rifugiati di guerra, ma spesso (e paradossalmente) gli immigrati hanno qualche diritto in più degli italiani, come una casa gratuita per un anno, un sussidio mensile (in media 400 euro mensili; alcuni Sindaci garantiscono un aiuto di 30 euro giornalieri per rom e marocchini), delle cure mediche gratuite, perché a carico dei contribuenti. Ciò che qualsiasi Stato democratico ed efficiente dovrebbe, in fondo, garantire  ai meno abbienti fuggiti dalla guerra, dalle faide religiose, dalla fame, dalla morte. Le difficoltà legislative che il nostro Paese sta attraversando – e che ovviamente, in tempo di crisi, risaltano con più veemenza –  trascinano gli italiani verso un sentimento di invidia, che talvolta si tramuta in razzismo, che in realtà  è generato da noi stessi, dalle nostre Istituzioni, dalla nostra classe politica, che sempre meno tutela i suoi cittadini, costretti a riemigrare in Paesi più fiorenti. La codardia si manifesta in leggi come la Bossi-Fini (parzialmente annullata, con sentenza della Corte Costituzionale, che ne ha dichiarato l’illegittimità costituzionale in alcuni punti, con due sentenze depositate il 15 Luglio 2004, n. 222 e 223; ci pensa anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea a bocciarla, con una sentenza del 28 Aprile 2011, n. C-61/11; la Commissione Giustizia del Senato della Repubblica ha poi approvato l’emendamento per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, il sì definitivo della Camera dei Deputati è arrivato il 02 Aprile 2014), che verrà ridimensionata ed abrogata del tutto entro 18 mesi dalla legge 67/2014, “Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio”, affidando il compito al Governo di cancellarla e trasformarla in illecito amministrativo (il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, per cui, avrà il suo lavoro da svolgere).

Ma il problema italiano, poi, è sintomo di una mancanza europea: a differenza di come venga detto nei media e da qualche politico sotto i riflettori, l’Europa non dispone di alcuna competenza territoriale nei Paesi dell’Unione: non esiste un piano per l’immigrazione serio studiato dall’European Parliament, non è presente alcuna disposizione seria varata dall’European Commission. Gli Stati sono lasciati soli e, tra questi, vi è anche l’Italia, che comunque negli ultimi anni ha provato ad alzare la voce a riguardo. Ma è ancora troppo poco.

E così diventiamo schiavi degli scafisti che illecitamente trascinano e speculano sulla vita di innumerevoli esseri umani depredati del loro denaro, della loro dignità, del loro nome. Diventiamo schiavi della compiacenza delle mafie che utilizzano un elevato numero di clandestini per lavorare nei campi, per il contrabbando e lo spaccio di stupefacenti, per le tante e tante borsette ed occhiali contraffatti che assistiamo vendere per strada (che violano la marcatura CE, danneggiano il Made in Italy nonché le piccole-medie imprese) perché alla fine comperare quel materiale a pochi soldi conviene, un po’, anche a noi.

Ecco allora che il fenomeno dell’immigrazione diviene anche un problema: ma siamo noi a volerlo, con la stessa ipocrisia con cui gridiamo di aver esaurito i posti letto nei centri d’accoglienza quando invece vengono mensilmente smantellati e ridotti in numero e servizi. L’isola di Lampedusa e di altre città come Pozzallo (in Provincia di Ragusa), Augusta (in Provincia di Siracusa), Siracusa, Mineo (in Provincia di Catania), Catania, Gela (in Provincia di Caltanissetta), Palermo, Crotone, Brindisi, Borgo Mezzanone (in Provincia di Foggia), Castelnuovo di Porto (in Provincia di Roma), Gradisca d’Isonzo (in Provincia di Gorizia) e molte altre vivono questo dramma ogni giorno.

 

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Sbarchi di immigrati nell’isola di Lampedusa (AG)

 

Quand’è che finiremo di nasconderci dietro alle ipocrisie, cominciando a voler aiutare seriamente queste persone? Interrompendo la vendita di armi nei loro Paesi di origine, in cui le guerre si succedono da decenni, per la fierezza delle industrie belliche dell’Occidente?

Non basta dire: <<non possono entrare tutti>>, perché lo sappiamo già. Ma forse c’è qualcuno che vuole che entrino comunque, c’è qualcuno che vuole che lo Stato si dimentichi della loro presenza, c’è qualcuno che non arresta lo scafista durante le operazioni della Marina Militare Italiana definita “Mare Nostrum”.

Già, mare nostrum. Perché il mare è di tutti, così come i diritti inviolabili dell’uomo.

L’auspicio è che l’Italia, insieme con l’Europa e gli Organi Internazionali, riesca a fronteggiare seriamente e con criterio le numerose tragedie che avvengono nel Canale di Sicilia e che hanno provocato la morte di 366 individui (e 20 dispersi) soltanto nel mese di Ottobre del 2013, causando una tragedia del mare, compianta dalle Istituzioni di un Continente intero.

Lavoriamo affinché non si ripeta più, sforzandoci di trovare una vera soluzione che non ci faccia più vergognare delle nostre scelte.

 

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