ilaria cucchi

Il coraggio di Ilaria

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stefano-cucchi-sentenza-31-770x687Di fronte ai fatti di cronaca, soprattutto per quel che riguarda la cronaca nera, il pubblico sente sempre il bisogno di sapere il più possibile, vuole sfiorare con la propria mano, sentire empaticamente il dolore, ascoltare <<cosa avrà mai da dire>> chi ha compiuto un atto criminale. Quando si tratta di omicidio – in particolare – sentiamo tutti il bisogno di dire la nostra, di fornire un perché a uno degli atti più disumani che ci possa passare per la mente. Questa sorta di feticismo per il macabro ci serve per sentirci massimamente lontani dai fatti. Dire, per esempio, <<l’ha fatto perché è un mostro>> ha sempre un duplice significato: da un lato serve a dare a noi stessi una spiegazione il più possibile logica ad un fatto che va sempre e comunque oltre la logica umana, dall’altro ci serve per poterne prendere le distanze, constatando che all’omicida appartengono caratteri che noi non possediamo. Questo ci fa sentire in qualche modo sollevati, e perciò sentiamo di poter far parte della categoria degli indignati, ci permette di “puntare il dito” contro chi non ha saputo gestire gli istinti umani più feroci. Ovviamente qui generalizzo, poiché se è pur vero che tutti inconsciamente proviamo tale sentimento, ognuno di noi lo sente in misura differente.

L’appartenere ad uno Stato con una logica e una ragione poi ci fa sentire ancor di più in pace con noi stessi, poiché noi possiamo abbandonarci allo stato più sentimentale e irrazionale, consapevoli che chi di dovere agirà in modo più razionale e giusto, più logico e più consono alla morale e all’etica. Anche qui mi si potrà dire che generalizzo, poiché si sente molto più spesso un popolo indignato per le pene troppo brevi, alcuni ancor oggi invocano la pena di morte, ma ciò a parer mio conferma la mia tesi, perché molti si sentono autorizzati a pretendere “pene più dure” proprio nella consapevolezza che queste, andando oltre la morale dello Stato moderno, non verranno mai applicate, così da poter cadere nella retorica più becera senza il minimo senso di colpa.

Perché vi parlo di tutto questo? Perché fin da quando mi sono interessata ai casi di cronaca nera riguardanti omicidi accaduti nella situazione di stato di fermo da parte di forze dell’ordine, ho constatato che non sempre la dinamica sopraccitata risulta valida. Qui i ruoli si invertono totalmente: abbiamo dei rappresentanti dello Stato che si rendono colpevoli di omicidio, altri che si rendono complici con l’occultamento, altri che – senza la benché minima cognizione di causa – si sentono in dovere di difendere chi, agendo con troppa forza, ha ucciso, e di mettere alla gogna la vittima arrivando anche a mentire, sottolineando come in qualche modo se la fosse cercata. Uomini di Stato che di fronte all’evidenza dei fatti costruiscono una storia ad hoc, e ci fissano il “bollino” dello Stato razionale e moralmente corretto che mai e poi mai metterebbe a rischio la vita di un proprio cittadino, ma soprattutto mai occulterebbe la realtà dei fatti. Poi abbiamo degli affetti che soffrono, perché hanno perso un amico, un fratello, un figlio. Lo strazio li pervade, ma sono costretti sin da subito a mettere da parte il dolore per far spazio al bisogno di capire come sia possibile che il loro caro sia morto tra le mani dello Stato, dove dovremmo sentirci massimamente al sicuro.

I casi di cronaca più discussi sono sicuramente il caso Aldrovandi, il caso Cucchi e il caso Uva, e questo perché i familiari di questi ragazzi non hanno creduto alle spiegazioni assurde fornite loro per la loro morte, poiché la loro logica rendeva impossibile credere ad un caso o un fato terribile. Il corpo che veniva loro mostrato era martoriato e raccontava minuti di percosse, sofferenza e dolore, quel corpo “perfetto” che avevano lasciato andare nel mondo era stato loro restituito profanato e la spiegazione che veniva loro fornita non aveva nulla a che vedere con quel che è sotto i loro stessi occhi. Nessuno, guardando il corpo di Stefano Cucchi, potrebbe credere al fatto che sia morto perché era <<anoressico>>, che sia morto solo perché <<era un drogato>> o addirittura <<sieropositivo>>, parole con cui lo descrisse l’allora  Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, a Radio24. Caso chiuso, non se ne parla più. Ma Ilaria e i suoi genitori non ci stanno, capiscono immediatamente che molte verità non sono state dette.

Lucia, sorella di Giuseppe Uva, Patrizia, madre di Federico Aldrovandi e Ilaria, sorella di Stefano Cucchi.
Da sinistra verso destra: Lucia (sorella di Giuseppe Uva), Patrizia (madre di Federico Aldrovandi) e Ilaria (sorella di Stefano Cucchi)

Allora ecco che si assumono la responsabilità più grande, responsabilità che non dovrebbe spettare a loro, ma d’altronde qual è l’alternativa? Capiscono che bisogna agire subito, che il depistaggio è già iniziato, ed è una corsa contro il tempo per far vedere a tutti come si sono realmente svolti i fatti, un po’ come quando chi indaga lo fa in fretta, per non dare all’assassino la possibilità di occultare le prove o di fuggire. Ma qui lo deve fare una famiglia, che dovrebbe dedicarsi solo al suo dolore e a rimarginare, per quanto possibile, il vuoto lasciato dall’immensa perdita che hanno subito, aspettando e sperando che la verità emerga e che giustizia venga fatta. Ma a Ilaria questo diritto è stato negato, perché fin da subito ha capito che se non avesse agito in fretta non avremmo mai capito cosa è successo realmente. E qui scatta la decisione più difficile: rendere pubblica la foto del corpo devastato di Stefano, rendere visibile a tutti un momento così privato e così terribile. Ma Ilaria e i suoi genitori non hanno altro modo per far vedere come era stato ridotto Stefano, perché nessuno di noi senza una prova inconfutabile avrebbe creduto al fatto che quel giovane ragazzo è morto in una situazione di stato di fermo per le percosse subite.

Il cammino di Ilaria però è lungo e pieno di ostacoli, perché scrollare dalle spalle dell’opinione pubblica il pregiudizio e le convinzioni immutabili non è facile. Far capire che il fatto che suo fratello avesse compiuto degli atti criminali non giustifica il trattamento che alcuni rappresentanti dello Stato gli hanno riservato è difficilissimo. Così Ilaria lentamente dal 2009 insieme ai suoi genitori, all’avvocato Fabio Anselmo e a tutti colori che la sostengono, lotta perché tutti vedano la verità, perché lo Stato prenda una posizione ferma e sicura di condanna.

Il caso Cucchi ora ha raggiunto una svolta. Dopo le assoluzioni di tutti gli imputati nel processo di appello, nel 2014 la famiglia ha fatto ricorso alla Corte di Cassazione che – annullando la sentenza di appello – riapre le indagini. La Cassazione ha così annullato l’assoluzione dei cinque medici imputati e ha confermato quella dei tre agenti della polizia penitenziaria, di tre infermieri del Pertini e di un sesto medico, spostando l’attenzione verso i militari dell’Arma che ebbero Cucchi in custodia quella notte, iscrivendoli nel registro degli indagati. Contemporaneamente, la Procura di Roma ha dichiarato che Stefano Cucchi subì un <<violentissimo pestaggio>> nella notte tra il 15 e il 16 Ottobre 2009 da parte dei carabinieri della stazione Appia. In questi giorni, inoltre, sono state divulgate alcune intercettazioni che peggiorano la posizione degli indagati, rendendo sempre più chiaro un quadro fatto di luci e ombre.

Posto che dovremo attendere una sentenza definitiva per avere la certezza di cosa sia successo quella tragica notte, ora sembra che ci si stia dirigendo verso la giusta direzione. Ma ciò che in questi giorni ha fatto ancora parlare del caso Cucchi è stata la pubblicazione su Facebook da parte di Ilaria, sorella di Stefano, di una foto ritraente uno dei carabinieri indagati: Francesco Tedesco. Con questo gesto non ha fatto nulla di più di quello che era il suo fine fin dall’inizio, ovvero cercare di mettere in luce la verità dei fatti, ed attraverso questa foto ella vuole dimostrare che il folle accanimento di questi uomini nei confronti del fratello era stato perpetrato da un uomo che aveva una corporatura capace di devastare il corpo di Stefano al punto di portarlo sino alla morte. Quello che chi critica Ilaria non capisce è che lei ferisce se stessa agendo in questo modo, ma come ho detto all’inizio: in fin dei conti che alternative ha? Ancora una volta, questa giovane donna si è dovuta occupare di far vedere a tutti chi è uno degli uomini indagati per aver barbaramente ucciso suo fratello. Ma l’opinione pubblica non vuole vedere, gira la testa con indignazione, criticando pesantemente Ilaria per il semplice fatto di aver pubblicato nella sua Pagina una foto presente nel profilo pubblico di Facebook del carabiniere indagato. Il paradosso è che il sentire comune accetta ogni singolo giorno che i media ci raccontino per filo e per segno la vita di uomini e donne indagati, permette loro di metterli alla gogna e rubare momenti privati immortalandoli con immagini senza la benché minima autorizzazione, ma il gesto di Ilaria per loro è <<troppo>> e <<vergognoso>>.

Ciò che mi sento io di dire ad Ilaria è che provo un immenso dispiacere per il fatto che – ancora una volta – spetti a lei mettere in luce la verità, pagando con il suo tempo e con la necessità di tenere bene a mente quel che è successo a suo fratello, immagine capace di provocare un’immensa sofferenza. E questo accade perché spesso, chi di lavoro dovrebbe informare le persone, prova una sorta di insensato pudore nell’esporsi troppo parlando di questi casi. E ancora una volta spetta a lei il compito di insegnare a noi qualcosa con queste parole:

<<Non tollero la violenza, sotto qualunque forma. Ho pubblicato questa foto solo per far capire la fisicità e la mentalità di chi gli ha fatto del male ma se volete bene a Stefano vi prego di non usare gli stessi toni che sono stati usati per lui. Noi crediamo nella giustizia e non rispondiamo alla violenza con la violenza. Grazie a tutti>>.

 

Stefano
Ilaria Cucchi, in compagnia del fratello Stefano

 

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About Giulia Menegaldo

COLLABORATRICE | Nata in Provincia di Treviso, laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive a Bologna dove è iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Coltiva anche le passioni per la letteratura, l'arte, il cinema e la musica. Dal 2013 è iscritta al Partito Democratico e partecipa alle attività del direttivo del piccolo Comune dove è cresciuta.

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