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Il coraggio di cambiare

Pubblicato il Pubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti

di Chiara Grasso

Spesso, molto spesso, l’essenziale appare invisibile agli occhi. La frenesia del nostro stile di vita ci toglie il gusto di assaporare il bello che ci circonda; ci priva del piacere di soffermarsi ad apprezzare ciò che ci è stato concesso o che abbiamo ottenuto con immani sforzi.

La nostra vita scorre inesorabilmente tra un impegno e un altro, occasioni colte al balzo ed altre che ci vediamo sfumare, progetti da attuare e sogni da realizzare. Ognuno di noi ha un sogno nel cassetto che vorrebbe realizzare, poter guardare coi propri occhi e toccare con la proprie mani. C’è chi sogna di volare; chi sogna una grande carriera; chi sogna amore e poi c’è chi, come Giuseppe Toscano, sogna di metter su un agriturismo.

Giuseppe ha 49 anni, è un imprenditore nel settore ortofrutticolo e da decenni vive a San Giovanni Valdarno (Provincia di Arezzo). Ma nelle sue vene scorre sangue siculo. Ha un normalissimo sogno da realizzare, non è impossibile; per realizzarlo bastano terreni, investimenti da compiere, una buona dosa di determinazione – accompagnata da tanto spirito di sacrificio – e la burocrazia (lenta e snervante) che dia il benestare per un inizio attività. Giuseppe questo agriturismo non vuole costruirlo dove vive, ma dove è nato. Con coraggio e con un pò di follia, acquista terreni nella sua terra natìa. Giorno dopo giorno, per Giuseppe il sogno di una vita è sempre più vicino. Lo immagino camminare con soddisfazione tra le sue terre, tra i suoi ulivi, osservare con curiosità la bellezza del panorama che lo circonda ed avvicinarsi alla sua piccola casina, appoggiare una mano al pilastro di mattoncini che sorregge il portico e buttare uno sguardo di soddisfazione al forno a pietra che lui stesso ha costruito.

Giuseppe ha davanti il suo sogno, lo può osservare, lo può toccare, può sentire il profumo del suo sacrificio. Da piccola, vedevo gli occhi lucidi di mio nonno quando guardava la sua casa e mi diceva che le cose ottenute con sacrificio riesci ad apprezzarle di più. Ed io replicavo dicendo che era come in “Fight Club”, dove senza conoscere l’amaro il dolce non si riusciva ad apprezzare. Rideva, non sapeva forse neanche l’esistenza di questo film, e mi abbracciava tra le sue grandi braccia. Penso che nella mente di Giuseppe circolino gli stessi pensieri di mio nonno. Ma Giuseppe ha un’amarezza in più: vive lontano dal suo sogno. Ma quando può lo raggiunge.Il suo viaggio sicuramente sarà un viaggio pieno di emozioni, ricco di progetti e di speranze. Ma l’ultima visita di Giuseppe al suo sogno non è stat delle migliori. Immagino un uomo che man mano che cammina verso il suo sogno cambi espressione.

Lo immagino appoggiare le mani alle tempie, quando, di fronte alla sua piccola casa, ha visto la distruzione. Il forno è diventato un ammasso di macerie. Tutta la casa è un ammasso di macerie. Ma cosa è successo? Giuseppe non ha pagato “la guardianìa”. Già perché in Sicilia se si vuole lavorare la terra si deve pagare. Ma pagare chi? Guardianìa significa dare i soldi a “qualcuno” se non vuoi fatto del male o se non vuoi distrutto il tuo lavoro. Il mafioso della tua zona se paghi la tariffa garantisce che alla tua proprietà non vengano fatti danni (notate bene che, questa definizione non la troverete mai in un manuale di diritto, data la dubbia provenienza dell’istituto!), concetto che se spiegato ad un qualsiasi francese pre-rivoluzionario verrebbe impossibile da spiegare perché, vallo a spiegare a chi, per garantire ed affermare la proprietà come sacra ed inviolabile, ha anche messo la propria vita in gioco partecipando ad una Rivoluzione che ha cambiato il mondo intero. Spiegalo a Montesquieu che in Sicilia per la conservazione della tua proprietà privata devi pagare il pizzo alla mafia!

Credo che, oltre ad essere difficile per i secoli che ci dividono, sia anche umiliante e difficile da spiegare. E allora le cose sono due: o chini il capo e paghi la guardianìa al “grande occhio che vede tutto” oppure vai a denunciare. Giuseppe ha avuto il coraggio di denunciare. Sicuramente si sarà sentito solo, abbandonato da uno Stato che non tutela l’inviolabilità dei suoi cittadini. Ma Giuseppe non è solo, e voglio raccontarvi il perché. Fa da palcoscenico Contrada Pernicotto ad Adrano (Provincia di Catania), domenica 30 Marzo. Sono le undici del mattino e mamma Etna, ancora innevata, dall’orizzonte ci osserva dall’alto della sua imponenza. Siamo sui terreni di Giuseppe. C’è tanta gente. C’è troppo silenzio. Tutti osserviamo tristemente le macerie della sua casina. Ci sono tanti giovani di Adrano, ce ne sono altri arrivati da tutta la Provincia di Catania.

Ci sono le Associazioni Antiracket ed Antiusura presenti sul nostro territorio. C’è l’Associazione di Don Luigi Ciotti “Libera- sez. Catania”; c’è un Istituto Agrario della zona con i suoi alunni (apprendiamo che quotidianamente gli alunni coltivano ed apprendono da un terreno confiscato alla mafia, concesso alla scuola), ed in primo ordine i Giovani Democratici di Adrano. Marco è il Segretario dei GD ed è il promotore dell’iniziativa. Vincenzo è anche un Giovane Democratico e, mentre ci fa strada per arrivare ai terreni di Giuseppe, ci parla orgogliosamente della sua Città e di quanta bellezza risieda nei suoi monumenti. Poi sospira e sicuramente, tra sé e sé, pensa che ci sta conducendo per le vie della stessa Adrano di Giuseppe, quella fatta di criminalità e violenza. C’è Mamma Pina. Una Mamma Coraggio. Bassa statura, mani ruvide. Mani di donne che hanno cresciuto i figli tra i mille sacrifici di una terra “amara”. Mamma Pina mi parla. Mi dice che suo figlio è un lavoratore onesto e che questo non è giusto. Parlando cerca di nascondere la rabbia e il dolore che ogni madre proverebbe se si trovasse nei suoi stessi panni. Inizia il dibattito. Prendono la parola i vari Presidenti delle varie Associazioni, spogliandosi dei loro ruoli e parlando da Cittadini, Cittadini onesti che non hanno paura di dire come stanno le cose o a dire di no alla mafia. Poi prendono la parola i Giovani. Le parole di Adele, di Marco, Vincenzo, Alfio, Francesco e tutti gli altri erano parole di libertà, di voglia di cambiare : un eco di coraggio.

Il coraggio di cambiare.

Per un attimo anche l’indifferenza del rombo dei motori del kartodromo vicino è svanita. Quell’eco di speranza ha cambiato il presente, per garantirci un futuro migliore. E posso assicurarvi che lì, quella domenica, ho sentito davvero il fresco profumo della libertà.

E’ un nostro diritto sentire questo profumo in ogni angolo di questa terra. Laddove Giuseppe voleva piantare ulivi, i Giovani di Adrano, il futuro di una città, hanno coltivato speranza.

 

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About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

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