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Il buonismo italiano

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti

di Francesca Cimò

Michele Serra ha scritto un articolo che andrebbe divulgato urbi et orbi.

Un articolo in cui evidenzia il più grande problema della nostra società, l’accostamento di due termini che sono uno l’opposto dell’altro: buono e buonismo.

Alzi la mano chi di noi non ha mai usato una parola per l’altra.

Si dice no? Magari in una discussione una persona si dichiara che so, contraria alla pena di morte.

Ed ecco l’amico di turno: “sei una buonista”.

Detto quasi come se fosse un’offesa.

Oppure quando si parla di immigrati: “menomale che i siciliani hanno soccorso quei profughi, hanno fatto bene”.

E l’altro “mammamia che discorsi buonisti”.

Quante volte me lo sono sentita dire.

In realtà, come fa notare Serra, tra essere buoni ed essere buonisti c’è tutta la differenza di questo mondo.

Sulla definizione di bontà non mi ci sto neanche a soffermare, la sappiamo tutti.

Buonista invece, e riprendo dall’articolo, è “colui che si atteggia a buono; che finge di esserlo pur di accampare superiorità morale; che lo è per calcolo e malizia; e dunque il buonista non solo non è buono, ma è il peggiore dei cinici, perché piega una virtù ad una intenzione viziosa”.

Due termini opposti tra di loro per significato, che vengono però spesso presi come sinonimi.

Non c’è niente, credo, niente più esplicativo di questo.

Niente che spieghi meglio il problema abissale dei nostri tempi. Storpiare una parola ed attribuirle un significato diverso dal proprio è già qualcosa di grave, ma usare quella parola costantemente per catalogare chi in realtà è esattamente l’opposto, rivela una società cinica, sospettosa, malata, incapace di credere nel bene.

Una Nazione che non crede nella positività del proprio futuro è una Nazione che diffida di chi si permette di pensare diversamente, che non ammette cambiamenti, che li cerca ma che in fondo non li vuole. Se il popolo italiano volesse davvero il cambiamento, se lo sarebbe già andato a prendere.

Invece, tutto sommato a noi vanno bene i politici corrotti.

A noi sta bene la crisi.

Ci piace stagnare nella negatività dei pensieri.

Ci piace che il nostro vicino di casa ammazzi sua moglie, ci piace dire alle telecamere “mi è sempre sembrato un uomo strano”.

Le storie di stupro, di violenza, di omicidio di genere ci autorizzano ad odiare l’altro.

La morte della cultura ci autorizza a non provare indignazione per la chiusura delle librerie, per il crollo di Pompei.

Tutto questo perché confondiamo un termine con un altro? No, peggio.

Semplicemente perché siamo incapaci di credere nel bene delle persone; siamo abituati alla trasgressione, alla decadenza, alla cattiveria.

Siamo soli.

Se uno sbaglia una volta, sbaglierà sempre.

Per sempre.

Non ci innamoriamo più.

Non crediamo più.

Non viviamo più.

Ma puntiamo sempre il dito contro chi viaggia “in direzione ostinata e contraria”.

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About Francesca Cimò

COLLABORATRICE | Classe 1991, toscana. Studentessa di Filosofia, le interessa tutto ciò che riguarda la cultura, la politica, la società. Ogni tanto si sente una 24enne spensierata ma poi le passa. Suoi sono diversi pezzi di attualità.

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