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I trentasei giorni tra Brasile e Italia

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti

I TRENTASEI GIORNI TRA BRASILE E ITALIA

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“Cristo Redentor” (1931) – Rio de Janeiro

Giorni fa, un caro amico mi ha chiesto di pensare ad alcuni rapporti tra il Brasile e l’Italia. Sono stato particolarmente commosso per la provocazione. Io, discendente di italiani, colono, dilettante della cultura italiana ma anche brasiliano e, secondo quanto il buon senso mi permette, patriota ed orgoglioso cittadino, ho lasciato che il mio cuore sorridesse.

Ma tirando le somme: cosa può avere in comune un Paese dalle dimensioni continentali, come il Brasile, con la distante Italia?

Piuttosto che lanciarmi in analisi geografiche – cercando di presentare somiglianze e differenze tra le nostre principali città – o di fare delle osservazioni antropologiche e sociologiche – producendo congetture e tracciando un parallelo tra la “natura” di ogni popolo e i suoi costumi – mi è sembrato più appropriato presentare un rapido abbozzo del ruolo doloroso che gli italiani hanno ricoperto nella costruzione del territorio Tupiniquim. Tra le numerose influenze culturali che noi brasiliani abbiamo ricevuto dai diversi gruppi etnici, in momenti di colonizzazione differenti, quella italiana ha lasciato sicuramente una memoria indelebile. Comprendere lo sforzo degli italiani in Brasile, dove hanno versato lacrime, è necessario per capire e calcolare quanto noi siamo loro eredi. Stabilire una relazione tra i due Paesi, indipendentemente della loro natura (politica, economica, sociale etc.), è facilitata da questo primo aspetto.

Per i lettori brasiliani, un discorso di questo tipo e senza molto rigore storico, potrà forse sembrare fastidioso. Ben presto si sa, in famiglia o nelle scuole, siamo abituati ad ascoltare riguardo la fatica e le disgrazie degli immigrati che hanno trasformato e costruito la nostra patria. La storia, per essere alquanto recente, viene spesso ricordata. Per i lettori italiani, tuttavia, non saprei dire quanto siano consapevoli dell’importanza che i loro conterranei hanno avuto nella formazione culturale, ma anche tecnica e pratica, della nostra Nazione. Così, in un modo molto sottile, cerco di insistere su questo punto.

Il Brasile, come una considerevole parte dei Paesi dell’America (Latina o meno), per quanto posso ricordare, testimoniò un’ondata di immigrazione tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Non posso qui condurre un’indagine sui motivi che hanno spinto gli europei alla misura estrema di dover abbandonare la loro terra natia. Non posso, inoltre, creare delle ipotesi riguardo al sentimento ingannevole con cui furono aggrediti: come giovane occidentale del XXI secolo, che vive oggigiorno in un Paese pacifico, è possibile comprendere l’impulso che ha costretto gli immigrati a disertare la loro Heimat (chiedo il permesso per servirmi della terminologia tedesca, in quanto né in portoghese e neppure in italiano sono riuscito a trovare una traduzione adeguata)?

Pagina 34-35Dobbiamo tenere a mente che l’immigrazione di massa, non soltanto italiana ma anche d’altre regioni europee, sorse sotto l’ombra del tramonto della schiavitù in Brasile. La pressione abolizionista e l’estinzione della schiavitù, per decreto tramite la Lei Áurea (trad: Legge d’Oro) nel 1888, ha creato un vuoto nella manodopera, soprattutto nel settore del caffè, in forte espansione. Il lavoro degli immigrati, in questo caso, giungeva per sostituire la rovina umanitaria che il regime schiavista rappresentò – e continua a rappresentare – per la storia dell’umanità. La venuta degli stranieri fu incoraggiata e facilitata proprio dallo Stato, che stentava a trovare dei “lavoratori liberi”. Così, nell’aratura del caffè o nella colonizzazione dei territori spopolati, gli italiani coltivarono in tutto il Sud e Sud-Est brasiliano: si stima che tra il 1870 e il 1920, circa un milione e quattrocentomila immigrati, provenienti solo dall’Italia, entrarono nei nostri confini.

Da un lato, costruire una valutazione riguardo le ragioni dolorose che risiedono alla base dell’emigrazione è molto delicato; ma dall’altro, la sofferenza di questi migranti nella nostra terra può essere, in qualche modo, evidenziata. Questo flagello è un’esperienza comune che ha attraversato ed accomunato intere generazioni del passato. Il calvario che questo popolo ha dovuto subire era immenso: la partenza malinconica, il viaggio tormentato, l’incertezza dell’arrivo, fino ad arrivare alle cattive condizioni di accoglienza in una sconosciuta ed enigmatica “America”.

Il martirio di una situazione precaria che l’immigrazione italiana affrontò può essere compreso, ad esempio, con la musica. Il sentimento comune di questi individui è stato trasformato in canzoni che ancora oggi riempiono la memoria dei discendenti. I canti popolari, infatti, superano la storia trascritta e riuniscono le emozioni di quegli immigrati in un’unica espressione di dolore: il flagello dei singoli lascia il posto a quello collettivo. Tra le varie canzoni, una in particolare esprime con singolare maestria l’agonia nelle sue diverse fasi (e qui chiedo l’autorizzazione per citarla): Merica Merica, un canto popolare degli immigrati veneti, trasformato in un vero inno dalla colonizzazione nel Rio Grande do Sul (uno degli Stati brasiliani con la maggiore influenza culturale italiana).

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Anfiteatro Flavio (Colosseo), 70 d.C. – Roma

Pertanto, ovviamente iniziando dalla fine del testo, la musica intona che: <<dalla Italia noi siamo partiti/ Siamo partiti col nostro onore>>. Il tragitto, che non di rado poteva essere mortale, era lentamente caratterizzato da navi che avevano bisogno di contenere, più che i mari rivoltosi, i dolori e le speranze: <<Trentasei giorni di macchina e vapore/e nella Merica noi siamo arriva’>>. Il ritornello rappresenta il corollario di questi sentimenti incerti: <<Merica, Merica, Merica, cossa saràlo ‘sta Merica?/ Merica, Merica, Merica, um bel mazzolino di fior>>. Persino lo sbarco e le prime impressioni esaltano il dramma, per quanto: <<no’ abbiam trovato nè paglia e nè fieno/ Abbiam dormito sul nudo terreno/ come le bestie abbiam riposa>>. Ciononostante, questo scenario apocalittico caratterizzato da diversi fattori e che molto probabilmente hanno reso difficile la speranza, diede delle possibilità nel ruolo trasformatore che gli immigrati potenzialmente ebbero, sicché: <<la Merica l’è lunga e l’è larga/ l’è circondata dai monti e dai piani/ e con la industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città>>.

Devo avvertirvi che il mio scopo, con questo breve articolo, non è quello di attribuire all’immigrazione in massa del popolo italiano la solitaria responsabilità dell’edificazione culturale e strutturale del mio Paese. È impossibile determinare con esattezza quanto siamo stati influenzati da ogni singola cultura che è sopraggiunta in questa mistura multietnica e multiculturale che costituisce il popolo brasiliano. Il mio obiettivo, piuttosto, è quello di sottolineare come l’assimilazione dei costumi italiani (per quanto l’Italia, come Stato unificato, all’epoca fosse ancora molto giovane) ha lasciato degli impatti profondi nella nostra società.

Sia nell’affetto per il calcio – sono certo che la palla che Roberto Baggio ha spedito nella stratosfera in quella Finale della Coppa del Mondo del 1994 turbi ancora gli italiani, così come per la politica (curiosamente, anche noi coltiviamo i nostri Berlusconi), per la gastronomia (vi è una leggenda la quale ritiene che a São Paulo, per esempio, vi siano più pizzerie che abitanti, per il vino (i nostri principali vinicoli sono nati da colonie fondamentalmente italiane), per la lingua (l’accento, il vocabolario, la gesticolazione e le parolacce che si conservano nel trascorrere delle generazioni).

Di certo, potrei elencare ancora centinaia di riferimenti che collegano la Penisola con il Nuovo Continente. Ma per evitare di maltrattare simultaneamente la lingua di Dante Alighieri e quella di Luís Vaz de Camões, il nucleo del mio argomento può essere ben riassunto, con il sollievo dei poeti e dei lettori: sia nelle cose buone, che in quelle cattive, c’è molto d’Italia nel popolo brasiliano.

 

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OS TRINTA E SEIS DIAS ENTRE O BRASIL E A ITÁLIA

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“Cristo Redentor” (1931) – Rio de Janeiro

Dias atrás um estimado amigo pediu para que eu pensasse a respeito de algumas relações entre o Brasil e a Itália. Particularmente, fiquei sensibilizado com o desafio. Eu, descendente de italianos, colono, diletante da cultura itálica, mas, também, brasileiro e, até onde o meu bom senso permite, patriota e orgulhoso cidadão, deixei meu coração sorrir.

Mas, afinal, o que o Brasil, esse país tropical de dimensões continentais, pode possuir em comum com a tão distante Itália?

Ao invés de lançar-me em análises geográficas, buscando apresentar as semelhanças e as diferenças entre nossas principais cidades, ou em observações antropológicas e sociológicas, tecendo conjecturas e traçando um paralelo entre a “natureza” de cada povo e de seus costumes, pareceu-me mais adequado apresentar um rápido esboço do papel doloroso que os italianos tiveram na construção do território Tupiniquim. Isto é, nessa amálgama de influências culturais que, nós, brasileiros, recebemos de diversas etnias em momentos distintos de colonização, a italiana certamente deixou uma marca indelével. Compreender o esforço dos italianos no Brasil, que aqui derramaram suor e lágrimas, é necessário para compreender o quanto somos seus herdeiros. Estabelecer uma relação entre os dois países, seja qual for sua natureza – política, econômica, social, etc. – é facilitada por esse primeiro movimento.

Aos leitores brasileiros, um discurso dessa espécie, sem muito rigor histórico, talvez possa parecer enfadonho. Desde cedo, em família ou nas escolas, somos acostumados a ouvir sobre a labuta e os infortúnios dos imigrantes que transformaram e construíram nossa pátria. A história, por ser recente, é frequentemente recordada. Aos leitores italianos, no entanto, eu não saberia dizer quão cientes estão da importância que seus conterrâneos tiveram na formação, cultural, mas também braçal, de nossa nação. Por isso, de modo muito sutil, eu insisto nessa questão.

O Brasil, bem como considerável parte dos países da América – Latina, ou não – , até onde me chega à memória, testemunhou uma onda imigratória no final do Século XIX e início do Século XX. Não me cabe, aqui, realizar uma investigação acerca dos motivos que levaram os europeus à medida extrema de abandono do solo pátrio. Não me cabe, também, criar suposições sobre o sentimento avassalador com que foram acometidos: ora, como um jovem ocidental do Século XXI, que vive em um país pacífico, poderia compreender o impulso que forçou os imigrantes a desertarem de sua Heimat (peço permissão para me servir da terminologia germânica, pois, nem em português, nem em italiano, encontrei substituto adequado)?
Pagina 34-35Devemos ter em mente que a imigração massa, não apenas italiana, mas também de outras regiões europeias, surge sob a sombra do ocaso da escravidão no Brasil. A pressão abolicionista e a “extinção” da escravidão pelo decreto da Lei Áurea em 1888 criaram um vácuo de mão de obra, sobretudo no proeminente ramo cafeeiro. O trabalho imigrante, nesse caso, surge para suprir o descalabro humanitário que o regime escravocrata representou – e ainda representa – para a história da humanidade. A vinda de estrangeiros é incentivada e facilitada pelo próprio Estado em carência de “trabalhadores livres”. Assim, nas lavouras de café, ou na colonização de áreas despovoadas, os italianos espraiaram-se pelo Sul e pelo Sudeste brasileiro: estima-se que entre 1870 e 1920 cerca de um milhão e quatrocentos mil imigrantes, oriundos apenas da Itália, adentraram em nossas fronteiras.

Se, por um lado, é delicado realizar uma avaliação acerca dos motivos angustiantes que estão na base da emigração, por outro, o sofrimento desses imigrantes em nossa terra pode ser, de algum modo, balizado. Esse flagelo é algo corriqueiro nos relatos que atravessaram as gerações de nossos descendentes. O calvário desse povo era completo: desde a saída melancólica, a viagem torturante, a incerteza da chegada, até as más condições de acolhimento na desconhecida e enigmática “América”.

O martírio da situação precária que a imigração italiana defrontou-se pode ser medido, por exemplo, através da música. O sentimento comum desses indivíduos foi convertido em canções que ainda povoam a memória dos descendentes. Na verdade, os cantos populares superam a história escrita, e reúnem o sentimento dos imigrantes em uma uníssona expressão da dor: o flagelo subjetivo cede lugar ao flagelo compartilhado. Das inúmeras cantigas, uma, em particular, expressa com singular maestria a agonia em seus diversos estágios (e, aqui, eu peço autorização para citá-la): Merica-Merica, um canto popular dos imigrantes venetos, transformada em hino da colonização italiana no Rio Grande do Sul – um dos Estados brasileiros com maior influência da cultura itálica.

1386049195917_1386049195917_rAssim, obviamente iniciando pelo egresso, entoa que: <<Dalla Italia noi siamo partiti/ Siamo partiti col nostro onore [Da Itália partimos/Partimos com nossa honra]>>. O trajeto, não raramente mortal, era lentamente percorrido por navios que, além de mares revoltosos, precisava comedir a tristeza e a esperança: <<Trentasei giorni di macchina e vapore/e nella Merica noi siamo arriva’ [Trinta e seis dias de máquina e vapor/e na América chegamos]>>. O refrão representa o corolário desses sentimentos incertos: <<Merica, Merica, Merica, cossa saràlo ‘sta Merica?/ Merica, Merica, Merica, um bel mazzolino di fior [América, América, América/o que será essa América?/ América, América, América/um belo ramalhete de flores]>>. O desembarque e as primeiras impressões, também exalam o drama, pois: <<no’ abbiam trovato nè paglia e nè fieno/ Abbiam dormito sul nudo terreno/ come le bestie abbiam riposa [não encontramos nem palha e nem feno/Temos dormido no terreno nu/ descansamos como animais]>>. Todavia, nesse cenário apocalíptico, com diversos fatores que, muito provavelmente, dificultavam a esperança, ainda havia o reconhecimento das possibilidades e do papel transformador que os imigrantes potencialmente desempenhariam, já que: <<la Merica l’è lunga e l’è larga/ l’è circondata dai monti e dai piani/ e con la industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città [E a América é longa e larga/é rodeada por montes e planícies/e com a indústria dos nossos italianos/formamos países e cidades]>>.

Devo alertar que meu intuito, nesse breve texto, não foi o de atribuir à imigração em massa do povo italiano a responsabilidade solitária pela construção, cultural e estrutural, de meu país. É impossível determinar com exatidão o quanto fomos influenciados por cada cultura específica que foi acrescida nessa mistura multiétnica e multicultural que constitui o povo brasileiro. Meu objetivo foi o de ressaltar que a absorção dos costumes italianos (por mais que a Itália, enquanto Estado unificado, ainda engatinhava) deixou impactos profundos em nossa sociedade.

Seja na afeição pelo futebol – tenho certeza de que a bola enviada pelo Roberto Baggio para a estratosfera naquela Final da Copa do Mundo de 94 ainda perturba os italianos; seja na calamidade da política – curiosamente, nós também cultivamos nossos Berlusconis; seja na gastronomia – reza a lenda que São Paulo, por exemplo, possui mais pizzarias do que habitantes; seja na paixão pelo vinho – nossas principais vinícolas nascem em colônias fundamentalmente italianas; seja em nossa apropriação linguística – o sotaque, o vocabulário, a gesticulação e os palavrões que saltam através das gerações.

Enfim, qualquer um poderia elencar centenas de características que conectam a península ao novo continente. Mas, para parar de maltratar simultaneamente o idioma de Dante Alighieri e Luís Vaz de Camões, o núcleo de meu argumento, para alívio dos poetas e dos leitores, pode ser resumido: seja nas coisas boas, seja nas coisas más, existe muito da Itália no povo brasileiro.

 

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About Douglas Fedel Zorzo

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Brasiliano, nato a Toledo (Paraná) nel 1989. Discendente di immigrati italiani, è laureato in Filosofia ed è dottorando in Etica e Filosofia Politica presso l’UNIOESTE - Universidade Estadual do Oeste do Paraná. Dichiaratamente repubblicano, è interessato ai problemi della democrazia odierna. Avido lettore degli scrittori del Rinascimento fiorentino, nel tempo libero si trasforma in un cinefilo e banjoista. Attualmente vive a Milano.

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