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I figli ripetenti degli Anni di piombo

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Pathos, Recenti
Giuseppe Pinelli
Giuseppe Pinelli

Al Teatro della Cooperativa di Milano è andato in scena in prima nazionale durante il mese di Giugno Il Carnevale dei truffati, diretto da Renato Sarti, uno spettacolo che attraverso il punto di vista di due figure ormai quasi mitiche del nostro recente passato cerca di riflettere su un presente in cui, se non si rischia più di venire uccisi per le proprie opinioni politiche, è sempre più raro incontrare qualcuno che ne abbia una. Che sia figlia di una riflessione matura, si intende.

<<Ci sono cose che una volta andate non tornano più>>. Eppure, nonostante l’annuncio del prologo, certi fatti e certi personaggi, come Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi, non possono non tornare di quando in quando a farsi vivi, per ricordarci, con la loro sola assenza, quanto pesino i loro nomi anche in un’Italia che sembra poter tutto dimenticare. Ma naturalmente, trattandosi pur sempre di morti, per farli tornare in carne ed ossa, oltre che nella coscienza collettiva, ci vuole un intervento soprannaturale. E allora ecco un dio che più milanese non si può, interpretato giocosamente in video da Paolo Rossi, che ironizza sugli dei pagani confondendosi con Mazinga e cantando Don Backy, e che si diverte ad accoppiare dopo la morte gli opposti, gli inconciliabili (e già tiene in fresco Einstein aspettando Salvini).
Così vediamo il commissario e l’anarchico (rispettivamente Bebo Storti e Renato Sarti) ascendere insieme un’infinita collina, compagni di viaggio forzati nell’aldilà.

Il loro dialogo è fatto di scontri, per quanto pacati, rivendicazioni, prese in giro, accuse, litigi su chi abbia ottenuto più celebrazioni postume, il tutto inframmezzato dagli interventi registrati delle voci delle vittime degli anni di piombo (Fausto e Iaio e Walter Tobagi, fra gli altri) che chiedono memoria e riconoscimento.

Lo scambio fra i due ha un tono leggero, che nella prima parte dello spettacolo diverte e riesce a mantenere un equilibrio fra la rievocazione del passato e la situazione grottesca, anche se già qui le battutine e i riferimenti alla cultura di massa si sprecano (Bebo Storti dà a Calabresi un accento romanesco un po’ sordiano, dicendo: <<Mi viene il senso dell’amatriciana>>). Intanto agli interventi delle vittime (<<Il coro dei piagnina>>, come lo definisce il commissario), si sostituiscono gradualmente delle voci strane, che parlano di costumi da infermiere, di autoreggenti, di bunga bunga.

Luigi Calabresi
Luigi Calabresi

I due rimangono interdetti e improvvisamente si ritrovano al cospetto di dio, che decide di rimandarli sulla terra, perché vedano com’è cambiato il mondo dopo la loro scomparsa. Calabresi e Pinelli scopriranno con sgomento, dalla lettura dei giornali, che il muro di Berlino è crollato, che il papa ha detto di <<aprire ai gay>>, che esiste una cosa chiamata internet. Ma soprattutto i due vengono a sapere che da vent’anni l’Italia è in mano a un certo Plasticoni, che ha ridotto gli italiani a una massa di inebetiti, ormai inconsapevoli del presente come del passato, che non fanno che ripetere come risposta a tutto la stessa parola: <<Boh>>. Esasperati, l’anarchico e il commissario concludono sconsolatamente che <<Dio ce l’ha con gli italiani>> e, disperando di riuscire a scuotere in qualche modo le menti di questa generazione, se ne tornano di tutta fretta nell’aldilà, mentre le voci fuori campo concludono: <<Se in Italia c’è un regime è quello del Carnevale>>.

L’intento di Piero Colaprico, autore del testo, è chiaro: proporre, attraverso il punto di vista dei personaggi simbolo delle due Italie che si confrontavano negli Anni di piombo, un parallelismo fra il clima di violenza e terrore di allora e il nostro tempo, in cui se non ci sono più bombe è perché forse non ce n’è bisogno, a tal punto che i cervelli sono annebbiati da vent’anni di anticultura televisiva.
Purtroppo, nonostante il mestiere e la capacità degli interpreti, il gioco comico che vorrebbe reggere il testo si risolve troppo spesso in un’ironia un po’ ammiccante e facilona, di effetto immediato. In molti momenti ci si diverte, anche in modo intelligente, ma altrove si percepisce con chiarezza la ricerca di una risata che si vorrebbe liberatoria ma che invece, se esce, è vuota ed evitabile. Talvolta inoltre, come nell’interminabile scena in cui Calabresi e Pinelli leggono i quotidiani del futuro, l’azione si annulla completamente, riducendosi ad un’immobile enunciazione e facendo rimpiangere che i due non scoprano cos’è successo dopo la loro morte dall’incontro con qualche altro personaggio piuttosto che dalla mera lettura dei giornali.

In alcune parti il testo si perde nell’elencare dati e avvenimenti, e qui si vede come i due personaggi e la stessa vicenda si riducano a semplici pretesti per lanciare un messaggio a chi ascolta. Ma questo “messaggio”, tanto diretto quanto ovvio, ci giunge a tratti quasi come un’imposizione esasperata, rivelando il tono disincantato di fronte all’oggi di chi quegli anni li ha vissuti. Allo stesso modo dei protagonisti, dunque, lo spettacolo stesso sembra venire a noi dagli Anni ’70, arieggiando alternativamente il miglior cabaret di allora e un certo teatro civile che si proponeva, attraverso una trama spesso esile, di informare il pubblico e fargli comprendere il contesto politico in cui si trovava a vivere, in modo da scatenare l’indignazione.

Propositi, questi, sia ben chiaro, lodevolissimi allora come oggi. E ascoltando gli spettatori, che escono di teatro rievocando i propri ricordi di quella stagione e facendo confronti con l’oggi, si comprende che nonostante la facile ironia lo spettacolo riesce nell’ambizione di farci domandare a noi stessi, almeno per un istante, se la storia del nostro Paese, dopo la fine dello stragismo, non avrebbe potuto prendere una strada meno triste e avvilente.

 

Renato Sarti e Bebo Storti in un momento dello spettacolo
Renato Sarti e Bebo Storti in un momento dello spettacolo

 

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About Jacopo Zerbo

COLLABORATORE | Nato a Mestre nel 1986, milanese d’adozione, si diploma come attore teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2009. Ha lavorato, fra gli altri registi, con Jean-Claude Penchenat, Mimmo Sorrentino e Dario Fo, con cui ha anche collaborato alla scrittura di vari testi. Melomane di vecchia data, soprattutto pucciniano, è appassionato di storia napoleonica.

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