Hong Kong Umbrella Protests October 1 02

Hong Kong, stand up with peace and love!

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo
La protesta degli studenti a Hong Kong è stata ribattezzata come “la rivolta degli ombrelli”, utilizzati come riparo dai gettiti d’acqua e dagli spray al peperoncino delle forze dell’ordine

Ancora una volta la piazza e le strade sono la culla delle manifestazioni. Ancora una volta gli studenti si dimostrano il cuore propulsore della voglia del cambiamento di un sistema governativo autocratico. Ancora una volta i manifestanti si raggruppano sotto il nome di Occupy. Dal 2011 in poi studenti,  lavoratori e disoccupati, madri preoccupate per il futuro dei loro figli hanno occupato pacificamente le strade e i centri nevralgici di capitali di tutto il mondo: dal cuore del capitalismo occidentale Wall Street alla St Paul’s Cathedral a Londra, da Puerta del Sol a Madrid a Gezi Park e Piazza Taksim a Istanbul fino all’infuocata Piazza Maidan di Kiev. Le proteste pacifiche e nello stesso tempo vivaci, appassionate e speranzose hanno fatto sentire la loro voce e le loro richieste su temi economici, politici, ambientali attirando l’attenzione dei media e dei politici che hanno mostrato la loro solidarietà a nel fra tempo ordinavano alla polizia di ristabilire l’ordine.

Queste settimane il movimento di protesta si è spostato ad Hong Kong e sembra determinato a combattere un osso duro come la Cina, che di proteste soppresse nel sangue se ne intende e che quando un Paese invita il Dalai Lama ad un evento reagisce allo stesso modo di una cane affamato a cui è stato tolto l’osso: inizia a ringhiare ed è pronto all’attacco. Hong Kong è una Speciale Regione Amministrativa, risponde alla formula one country, two systems da quando il Regno Unito nel 1997 ha posto fine al suo dominio sull’area, cedendola alla Repubblica Cinese. Ai cittadini di Hong Kong non fu chiesto un parere a riguardo, furono trattati come un regalo natalizio poco gradito e che per questo si ricicla in occasione di una certa ricorrenza. È proprio da questo momento che emergono le sbarre costruite da Pechino e che gli studenti e gli oppositori del Partito Democratico in questi giorni stanno cercando di scardinare con il loro movimento Occupy Central With Peace and Love, perseguendo un percorso di disobbedienza civile tanto cara a leader come Gandhi, Aung San Suu  Kyi e Mandela. Ma ritorniamo al perché dello scendere in piazza: Hong Kong ha un alto grado di autonomia, diritti come la libertà di parola e di associazione tutelati (caso raro in uno Stato finto repubblicano come la Cina) un proprio Capo dell’Esecutivo, che però non è mai stato eletto dal popolo, cioè a suffragio universale, ma è eletto da una commissione di 1200 membri, la cui compagine è per la maggior parte incline ad abbassare il capo quando il governo cinese vuole. Questa informazione ci è utile per capire che dal 1997 Hong Kong ha avuto come Chief Executive un politico che era congeniale al Partito Comunista Cinese e che di conseguenza l’autonomia tanto promessa andava a farsi benedire in qualche monastero tibetano. E, inoltre, è bene sapere che secondo la mini-costituzione di Honj Kong, nota come The Basic Law, stabilisce che il capo dell’esecutivo deve essere eletto a suffragio universale.

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Joshua Wong (1996), fondatore del gruppo studentesco “Scholarism”

Detto questo, nel 2017 ci saranno le elezioni dell’esecutivo e la Cina ha promesso che Hong Kong avrà elezioni democratiche, ergo estese a tutti. A giugno si è tenuto un referendum in cui è stato eletto eletti il candidato dell’opposizione, che ha intanto preso il nome di Occupy Central, che competerà per la carica di capo dell’esecutivo Il 1° Luglio, giorno in cui ricorre la celebrazione della “donazione” della regione alla Cina da parte della Gran Bretagna, migliaia di cittadini, per la maggior parte studenti, accademici e membri dell’opposizione democratica sono scesi in piazza a battersi per elezioni democratiche conformi agli standard internazionali. Ma ad agosto un comitato legislativo messo su dal governo cinese ha stabilito che quei candidati non andavano bene e che alle prossime elezioni i cittadini di Hong Kong avrebbero scelto tra candidati nominati da un apposito comitato, ovviamente pro politiche di Pechino, tradendo così le aspettative della gente. Benny Tai, professore universitario di legge e uno dei leader di Occupy Central, incita alla protesta intelligente, volta all’occupazione pacifica del distretto economico di Hong Kong, luogo in cui i manifestanti possono essere sicuri di far sentire la loro voce. Accorrono a migliaia. Si muniscono di luci, di ombrelli, diventano i simboli di una richiesta di democrazia che sta crescendo di giorno in giorno. La risposta di Pechino non si fa certo attendere: per via del Chief Executive di Hong Kong, Cy Leung, ordina alla polizia di far sgomberare con la forza i manifestanti. Sembra di rivivere i giorni di piazza Tiananmen. I manifestanti sono arrestati, tra questi vi è sono i leader della rivolta come Joshua Wong, fondatore del gruppo studentesco Scholarism, tra i più attivi durante le proteste. Le dinamiche di azione della polizia sono sempre le stesse, le abbiamo viste e riviste nei racconti provenienti da Gezi Park, da piazza Tahrir o dalle strade ucraine: lancio di lacrimogeni, uso di spray al peperoncino, manganellate. I manifestanti si difendono, ma contrattaccano solo con la forza dei loro obiettivi e anche se vengono feriti, la mattina o il pomeriggio dopo sono di nuovo in piazza a gridare il loro sì alla democrazia. Non mancano gli scontri anche con i sostenitori della politica di Pechino, che pensano ai danni economici che un possibile sgambetto alla volontà del governo statale potrebbe.

L’ideale quasi romantico della democrazia contro le strategie economiche costanti protagoniste del decision making di un popolo. Dinanzi alle immagini di una Hong Kong in fiamme per la democrazia, gli Stati Uniti non potevano non mettere il becco nella vicenda, esprimendo il loro supporto all’Occupy Central. Come cambiano le prospettive quando non è il proprio status quo (difeso a pistola tratta dalla polizia) ad essere messo in discussione! Pronta la risposta di Hua Chunyng, portavoce del Ministro degli Esteri di Pechino: <<Non impicciatevi>>. Più minimal di così! La Gran Bretagna, invece, predica un dialogo costruttivo. Avranno forse dei rimorsi di coscienza? Beghe tra Sati a parte, la protesta di Occupy Central continua con energia e con fare propositivo, sperando che non sfoci in quella guerriglia civile in cui le speranze dei giovani ucraini sono cadute.

 

 

 

 

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Ha vissuto qualche mese in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Risiede attualmente in Svezia per seguire un master in Media & Communication Studies Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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