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Harry Potter e il destino del genere fantasy

Pubblicato il Pubblicato in Il consiglio del Libraio, Letteratura e Cultura, Recenti
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“Harry Potter e la maledizione dell’erede”, di J.K. Rowling (1965), già prenotabile e disponibile in libreria a partire dal prossimo 24 Settembre

È sufficiente aggirarsi per qualunque libreria, dalla più grande alla più piccola, per accorgersi che gli scaffali della letteratura fantasy tradiscono, quantomeno, una certa confusione in questa narrativa di genere: si troveranno affiancati, a volte secondo l’ordine alfabetico per autore, altre volte senza un chiaro criterio apparente, i volumi di Terry Brooks, di Neil Gaiman, La storia infinita di Michael Ende, i tomazzi di J.R.R. Tolkien, i volumetti più piccoli di Licia Troisi, la saga di Fairy Oak le cui copertine riportano alla memoria i cartoni animati degli Anni Duemila, i romanzi a tinte gotiche di amori vampireschi, le cui copertine, invece, farebbero gridare pietà al più comune senso estetico, fino ad arrivare all’horror di Stephen King. E in mezzo a tutti questi volumi, dal 24 Settembre, i librai italiani dovranno anche trovare il posto al nuovo libro della saga di Harry Potter, che attirerà tanti lettori quanto i buffet attirano le formiche, ponendo, ad ogni libraio, un serissimo interrogativo: «Dove diavolo lo metto?».

Il nuovo romanzo di J.K. Rowling si intitolerà Harry Potter e la maledizione dell’erede, sarà edito da Adriano Salani Editore, è già prenotabile nelle librerie e si potrà comprare alla cifra di circa una ventina di euro: il prezzo di ogni romanzo in copertina rigida, insomma. Harry Potter e la maledizione dell’erede si basa sul testo di uno spettacolo teatrale di Jack Thorne, a sua volta basato su una storia originale della Rowling e, da quanto si può intuire su internet in quanto a trama, lascia quantomeno un po’ perplessi tanto che, arricciando il naso, non ci si può che domandare: «Cara Rowling, sei già la donna più ricca d’Inghilterra, tra un po’ la Regina viene a pulirti casa, non era forse meglio piantarla lì con il maghetto dagli occhialini rotondi?».

E invece no. Harry Potter sembra ritornare sempre, continuamente ed inesorabilmente, anche quando pensavi di averlo digerito: Harry Potter è come la bagna cauda, non puoi distrarti un attimo che il sapore ritorna. E ogni volta, con ogni libro, Harry Potter apre i soliti interrogativi sul tipo di narrativa che propone: non si sa, in poche parole, se considerarlo un romanzo per ragazzi o un libro pensato per gli adulti. Con buona pace dei librai che non sono sicuri se consigliare Harry Potter a un trentenne sia la scelta giusta o no. La risposta, però, è semplice: non è la scelta giusta. Gli appassionati mi perdonino, ma Harry Potter è un libro per ragazzi, pensato, scritto o, perlomeno, tradotto per i dodicenni, nonostante sia letto e apprezzato anche da molti adulti. Un trentenne può avere Harry Potter tra i suoi libri preferiti solo per due motivi: non ha superato la fase preadolescenziale oppure i romanzi della Rowling sono gli unici libri che ha letto.

Ora, per carità, lungi da me considerare Harry Potter al pari delle vere e proprie schifezze consumistiche come quelle di Licia Troisi, cariche di cliché fantasy triti e ritriti e, oltretutto, scritti anche mediocremente: Harry Potter qualche pregio ce l’ha, qualche buona idea la si può trovare senza fare troppa fatica. Ma questo non lo rende un esempio meritevole nel panorama del genere fantasy né, tantomeno, nella narrativa per adulti, anche se è ottimo in quello della narrativa per ragazzi.

Il giovane maghetto è un eroe da amare fino ai vent’anni, principalmente per tre motivi. Per prima cosa, la scrittura dei romanzi è banalmente semplice, piatta e asciutta, non dà alcuna soddisfazione: e quando dico che la scrittura è banale e piatta non intendo dire che è scorrevole e chiara, è solo piatta e banale.

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Gli attori britannici Daniel Radcliffe (1989) e Ralph Fiennes (1962), rispettivamente nei panni di Harry Potter e Lord Voldemort nella saga realizzata dalla casa cinematogratica statunitense Warner Bros.

In secondo luogo, la storia è un cliché favolistico a cui si può credere forse fino ai vent’anni, prima che il cinismo della vita ci insegni che non sono fantastici solo Hogwarts e i suoi personaggi, ma anche tutta la serie di buoni sentimenti salvifici che la Rowling vuole propinarci: Harry Potter è un bambino orfano il cui destino è quello di diventare un grande mago e di sconfiggere il cattivissimo Voldemort, l’incarnazione del Male, il responsabile della morte dei suoi genitori che, ovviamente, è potentissimo, ma non potente come un giovane studente di magia con dei fondi di bottiglia al posto degli occhiali che nel suo reale stato di appartenenza non sarebbe nemmeno giudicato abile a votare alle elezioni politiche: Voldemort viene sconfitto dal maghetto grazie alla grandissima forza dell’amore dei suoi genitori e grazie al profondo sentimento dell’amicizia, il collante della vita. Ora, persino le favole di Esopo sono meno scontate dei romanzi della Rowling: già dal primo libro si sa che Harry vincerà su Voldemort, a grandi linee la trama la si indovina dopo cinquanta pagine. E trovatemi una persona che creda realmente che la bontà, nella vita, vince su tutto: questo è un sogno a cui si può credere prima di scontrarsi con la propria pelle contro fatti e situazioni vere, contro i guai di ogni giorno che, spesso, sono forti e cattivi quanto Voldemort. Nessun adulto può avere tra i suoi romanzi preferiti uno che vuole rifilare concetti e verità a cui non si crede più da un pezzo.

Infine, la cosa più importante: Harry Potter è un libro senza apparato, tra le righe non c’è assolutamente nulla da leggere. La storia racconta esattamente ciò che è scritto, né più né meno, non ci sono messaggi da intuire, riflessioni da fare, concetti da estrapolare. La vita interiore dei personaggi non è esplicata in nessun modo e i tre protagonisti si trovano davanti una strada che, se a volte sembra in salita, poi si rivela in discesa, di quelle discese che se le prendi bene in bicicletta arrivi a una velocità da Boeing 737: Harry sconfigge il male e trova il grande amore ad un’età in cui i suoi coetanei babbani esultano quando conquistano Parco della Vittoria a Monopoli; Hermione e Ron, da grandi amici, diventano grandi amanti, in barba a tutti quei ragazzi bruttini che si sono visti spedire nella famigerata friendzone dalla compagna di banco a scuola; ed Hermione, ovviamente, diventa un pezzo grosso del Ministero della Magia, una carriera luminosissima, secondo quella filosofia sconosciuta nel mondo reale per cui il merito e l’impegno ripagano sempre.

Harry Potter è, insomma, una favola per ragazzi travestita da romanzo fantasy nella misura in cui, nella storia, vengono scomodati maghi e incantesimi. Il giovane mago ha saputo cavalcare alla grande l’onda del successo, questo è un merito che gli va riconosciuto, e ha formato molti ragazzi che, proprio grazie al maghetto, hanno iniziato ad amare la lettura: ma questo non toglie il fatto che, ad una determinata età, Harry Potter smetta di essere un modello da seguire a favore altri decisamente più reali e pervasivi.

A riprova del fatto che in molti hanno dei dubbi nel considerare il protagonista della scuola di magia come un eroe altisonante degno di un’età in cui gli ormoni si sono stabilizzati, si possono citare i molti titoli di blog e giornali che hanno salutato, nel 2012, l’uscita del romanzo Il seggio vacante, edito nuovamente da Salani, definito senza tanta vergogna come il primo romanzo per adulti della scrittrice, e il fatto che i romanzi di Harry Potter hanno vinto numerosissimi premi, per carità, ma quasi tutti lo etichettano come miglior libro per children, young adults, young people, termini che, in italiano, indicano i ragazzi, di un’età compresa tra l’essere un bambino e l’essere un adolescente.

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La “Terra di Mezzo”, ideata da J.R.R. Tolkien (1892-1973)

Insomma, per quanto si possa amare un libro o un personaggio, ogni lettore dovrebbe essere consapevole dei limiti della sua, seppur giustificata e comprensibile, passione. Nel mondo del fantasy, Harry Potter viene spesso paragonato – in negativo – alle opere di Tolkien che, effettivamente, letterariamente parlando, sono su tutt’altro livello. Le vicende del maghetto con gli occhiali sono paragonabili, nel loro valore narrativo, a Lo Hobbit del grande maestro del fantasy, di nuovo un romanzo dallo stile semplice, privo di grandi tinte epiche e in cui sono assenti messaggi che superino la tipica morale della fiaba.

Tutt’altra storia per quanto riguarda Il Signore degli Anelli, considerato da molti lettori e appassionati di genere l’unico vero fantasy mai scritto, il faro che ha illuminato la strada agli scrittori successivi, l’ispirazione per tutti gli autori che si cimentano nell’illustrazione della mappa del loro mondo fantastico, facendoci spesso rimpiangere il genio di Tolkien anche come cartografo, il genio che ha tracciato il modello dei successivi romanzi, la cui trama è di molto debitrice al classico ambientato nella Terra di Mezzo, con un oggetto magico da distruggere o da salvare.

Scrivere un fantasy viene spesso considerato, erroneamente, facile e banale, proprio perché, in un mondo inventato, l’autore ha libertà pressoché infinite: tuttavia, in un mondo che esiste solo nella mente di chi l’ha creato, mantenere una certa coerenza interna alla narrazione non è lavoro semplice. Il Signore degli Anelli è l’esempio perfetto di un capolavoro in tal senso: la trama è ricercatissima e non solo la Terra di Mezzo prende forma nella mente del lettore grazie alla cartina dettagliata e alle descrizioni minuziose, come se Tolkien avesse dinanzi a sé cartoline e fotografie di quelle terre, ma anche grazie alla grandissima sapienza dell’autore che ha reso la fantasia simile al reale, inventando lingue fantastiche con una tale coerenza filologica da essere studiate anche da materie scientifiche come la linguistica. La trama del romanzo, poi, è estremamente coinvolgente, i personaggi che salgono sul palcoscenico sono realistici nei pensieri e negli stati d’animo, nonostante la forma fisica a volte non comune.

Questo non toglie, in ogni caso, che anche Il Signore degli Anelli debba essere considerato come il romanzo che è: un romanzo fantastico che, per quanto possa offrire spunti di riflessione e messaggi più intensi della morale favolistica, è ben lontano dal contenere verità bibliche come i veri nerd vorrebbero. E quando si prende in mano questo volume, non si dovrebbe, a parer mio, voler trovare ad ogni costo significati nascosti: ho letto di articoli che vedono nella Terra di Mezzo degli elfi l’equivalente fantasy della Germania Nazista e in Frodo e Sam la personificazione delle lotte e della fuga degli ebrei. Ecco, questo mi sembra un po’ eccessivo. Ed è forse per questo motivo che, solitamente, il genere fantastico viene visto con sospetto dai lettori di quella si suole definire letteratura alta, quella degli Oscar Mondadori a costa nera, per intenderci: l’età giusta per questo genere è forse quella in cui sono ancora più vivi i sogni e le speranze, quelli che nell’età adulta vengono, a poco a poco, abbattuti.

Una volta cresciuti, forse, non si è più in grado di accettare solo la magia in quanto tale, ma si vuole vedere qualcosa di più intenso, di più grande, di più profondo. Rovinando, in questo modo, proprio la sua portata incantata.

 

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La trilogia de “Il Signore degli Anelli”, colossal fantasy ideato dal regista neozelandese Peter Jackson (1961)

 


 

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About Martina Zerbinati

COLLABORATRICE | Classe 1991, piemontese di accento, di lingua e di fatto. Continua gli studi con un dottorato in epigrafia greca. Il greco antico è d'altra parte la sua vera passione, perché come disse Marguerite Yourcenar: "Quasi tutto quel che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco". Dirige il sito "Hellopapers".

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